Estero
22 Giugno 2026

Il calcio post-coloniale

Speciale Mondiali: le Nazionali colonizzate.

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Insegnando Geografia a scuola, non è raro che nel corso delle lezioni mi venga in soccorso il calcio. Come poche altre realtà appartenenti al linguaggio quotidiano degli studenti, il pallone si rivela spesso un filtro efficace attraverso cui leggere il mondo nelle sue dimensioni economiche, storiche, culturali e politiche. Quando quest’anno si è trattato di affrontare la Francia, per esempio, di quel paragrafo che il libro titola assai vagamente “Popolazione e città”, siamo partiti da un’osservazione plastica: abbiamo confrontato la foto della nazionale francese del 1978 con quella campione del mondo di quarant’anni più tardi. Pur con tutti i limiti di un esempio inevitabilmente parziale, il confronto rendeva subito visibili alcuni cambiamenti intervenuti nella composizione demografica del Paese.

«Perché ci sono tanti neri in squadra? E perché anch’io parlo francese?» mi ha chiesto un alunno proveniente dal Burkina Faso, che pochi giorni prima mi aveva mostrato orgoglioso un santino di Ibrahim Traoré, custodito nel diario.

La domanda, molto più intelligente di come non sia apparsa di primo acchito ai compagni, ci ha costretti a deviare brevemente dal nostro percorso, ad affrontare a volo d’uccello i legami intrinseci che ci sono tra l’Europa occidentale e il continente al di là del Mediterraneo; cosicché, nei pochi minuti che ci separavano dalla ricreazione, abbiamo provato a riassumere secoli di spostamenti, scambi e relazioni.

È, questa, una riflessione che torna inevitabilmente oggi, in pieno Campionato del Mondo di calcio. E se uno guarda alle varie rose allenate da Deschamps, riesce difficile sottrarsi a un’analisi più approfondita.

La Francia Campione del Mondo in due momenti storici differenti: nel 1998 (foto a sinistra) e nel 2018 (foto a destra)

In un contesto globale radicalmente diverso da quello del 1930, anno della prima edizione del torneo, parlare di “nazionali colonialiste” può apparire una chiave di lettura immediata, ma rischia di risultare riduttivo. L’eredità degli imperi ottocenteschi continua certamente a influenzare il calcio internazionale: lo dimostrano i flussi migratori che hanno storicamente collegato ex colonie ed ex metropoli, così come gli squilibri economici e di potere che caratterizzano il sistema calcistico globale, favorendo i paesi più ricchi.

Eppure il fenomeno non può essere spiegato soltanto attraverso questa lente. Occorre considerare anche la globalizzazione, la crescente pluralità delle identità individuali e un intreccio di relazioni ed interessi che oggi non si sviluppa più in un’unica direzione. Tra storia e opportunità, appartenenza e scelta personale, le decisioni dei calciatori restituiscono un quadro molto più complesso delle categorie interpretative con cui si è spesso cercato di descriverlo.


Cap. I

Le radici antiche del calcio africano


Premessa doverosa e necessaria: l’Africa è un continente troppo vasto per poter essere riassunto, definito, ridotto ad etichetta. È, lo diceva Kapuściński, «un vero e proprio oceano, un pianeta separato, un cosmo vario e immensamente ricco», a tal punto che a parlarne come un corpo unico pare sempre di farle torto. La tagliano in orizzontale l’equatore e i due tropici, la bagnano mari, oceani, fiumi e laghi di ogni genere e proporzione, conosce ogni clima possibile, fatta eccezione per quello polare. Quanto al nome, porta quello che i Romani avevano affibbiato alle terre dirimpetto alla Sicilia, dato poi per estensione a tutto l’agglomerato di erba e sabbia che va dall’Atlante a Capo Agulhas. Per il resto, l’etimologia affonda nel mistero e nella meticolosa fantasia di grammatici alessandrini e medievali.



Quando la si osserva da una cartina politica, ce lo hanno insegnato a scuola, si vedono linee e tagli troppo netti per essere naturali. Eppure, se la prima impressione è che le grandi potenze europee abbiano diviso un continente righello alla mano, poi l’esperienza sul campo ce ne dà piuttosto un’altra, e cioè che esse abbiano in un certo qual senso unito l’Africa, giacché il concetto di Stato nazionale così come si è sviluppato in Europa in genere non coincide con le forme storiche di appartenenza presenti in molte aree del continente, specie di quelle sub-sahariane, in cui quasi sempre un Paese non corrisponde ad un’identità e, viceversa, le varie identità non corrispondono quasi mai ad un unico Stato.

Com’è noto, il controllo del territorio da parte dei conquistatori, il tentativo di imbrigliarlo in linee chiare e nette, è proceduto attraverso numerose direttrici. Parallelamente ai processi di espansione coloniale, il football seguì le stesse rotte percorse dagli imperi europei, configurandosi come l’appendice ludica dei coloni, che lo importarono nei villaggi e nelle città ubi abundant leones.

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