Una mappa del tifo veneto minore: parte I.
Per qualunque ragazzo che abbia vissuto la propria giovinezza in Veneto – ma forse è così in ciascuna parte d’Italia, chissà se del mondo – il pallone è stato, ed in parte sarà ancora, un istituto formativo impareggiabile. Il calcio, più spesso el calcio, con la lingua che tocca furtivamente il palato fra la a e la c prima di rifuggire sulle retrovie, o più ancora el balòn, con la ‘elle’ che svanisce fra le due vocali, è usato in espressioni così ripetute da diventare quasi idiomatiche: ‘ndare al calcio, zugare al balòn, el gà sempre en mente el calcio…
Quest’ultima, poi: impossibile dire quante volte sia stata ripetuta – una frase che condensa di per sé tutte le giustificazioni di una madre di fronte agli ozi del figlio, le aspirazioni di quasi ogni pulcino, nonché il modo di declinare lo svago in un mondo in cui effettivamente c’è (o, meglio, c’era) poco altro da fare per affrontare la noia.
Nel profondo Veneto, le alternative al tempo occupato sono state, più spesso nel passato che oggi, poche: fra tutte, il pallone e i bar. Da un lato il calcio delle grandi squadre, certo. Ma soprattutto quello delle tribunette di cemento, dei campi di terra sabbiosa, dei derby fra paesi limitrofi e delle domeniche trascorse a giocare per una maglia che rappresenta poco più di un quartiere o una parrocchia.
Dall’altro gli spritz – liscio, aperol, campari, select, cynar, luxardo, misto, coa macia, insomma come la neve per gli eschimesi – con l’ora dell’aperitivo che va dalle dieci di mattina alle 20:00, senza soluzione di continuità. E il farsi vanto del bere, che a tutti gli effetti è un’assurdità, ma un’assurdità fondamentale, almeno in certe fasi della vita e/o in alcuni ambienti sociali, specie per sfuggire alla più invereconda delle provocazioni, la pistola che una volta estratta deve essere pronta a sparare: uno sguardo di sfida, un altro bicchiere da svuotare; un’esitazione, un tono sprezzante: «Ah, gnanca omo!» – Ah, neanche uomo!
Dinnanzi alla vaghezza di un simile affronto, con cui l’interlocutore intende di volta in volta mettere alla prova la nostra piena umanità, chi è sfidato non può esitare: rinunciare significherebbe una disfatta su tutta la linea.
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