Quando il XIX secolo comincia a emettere i primi rantoli, nessuno a Torino se ne accorge, li si scambia per il rombo delle macchine. È il suono della modernità: frenetica, positiva, industriale. La città sabauda non è più capitale del Regno da qualche anno, eppure il suo fermento febbrile la agita fino alle viscere – la Dora, il suo lungo intestino, oltre la quale i fabbricati si allungano sulle zone rurali, colonizzate dagli stabilimenti metalmeccanici e dalle bettole della manodopera. Il progresso, la produzione che cresce, la borghesia a sobbollire nei caffè… e intanto in piazza Carlo Felice si inaugura il primo impianto ad illuminazione elettrica.
È sotto questa luce vitrea che nel 1897 Edmondo De Amicis pubblica Gli azzurri e i rossi, forse la nostra prima opera di letteratura sportiva moderna.
Ma se nei pressi della Mole si sente nominare il balòn, nessuno pensa ancora al football inglese: la mente corre invece al pallone con bracciale, gioco allora diffusissimo, a cui il didascalico autore di Cuore dedica la sua nuova opera. Ci aveva giocato in gioventù, nel campo di via Napione, continuando ad amarlo anche dopo aver rimesso gli attrezzi in soffitta. Dello spettacolo popolare il “pallone grosso” ha tutto, compresi i beniamini, le gradinate gremite degli sferisteri e nessuno disposto a credere che nel giro di cinquant’anni ne sarebbe sopravvissuta qua e là solo qualche rievocazione.
Il calcio, invece, è ancora pasta informe. E a Torino, nello stesso anno in cui Gli azzurri e i rossi viene dato alle stampe, a levigare questo sogno di cuoio è un gruppetto di studenti del Liceo classico D’Azeglio. Sono colti e sono imberbi – il più vecchio di loro non supera i diciassette anni – e sotto lo sguardo austero del Re, i cui ritratti dominano le aule, decidono di dare vita ad una nuova compagine sportiva: la chiamano Juventus, un nome evocativo destinato a portare un po’ di latino sulle bocche di generazioni di italiani.
È quasi un grido di rivendicazione, e nel secolo in cui si “scopre” l’adolescenza, «Juve! Juve!» pare il segno di una consapevolezza nuova.
La squadra della Juventus del 1905, per la prima volta campione d’Italia dopo la vittoria nel torneo di Prima Categoria / Fot. avv. Nizza – Torino – La Stampa Sportiva, a. 4, n. 18, 30 aprile 1905
Spuntano ovunque i primi circoli giovanili, dove non di rado si aspira ad una vita diversa da quella dei padri, affrancata dalle convenzioni, dalle autorità e dal moralismo dolciastro della cipria vittoriana. In parallelo si diffondono gli scout e gli oratori, destinati a diventare un serbatoio di campioni per le Nazionali dei decenni successivi, al di là di tutta la retorica che si può fare oggi sull’attuale penuria di fuoriclasse in maglia azzurra.