Il progresso maschera la volontà di estirpare il tifo.
Non occorrono grandiosi riferimenti testuali o accademici per constatare una verità che scaturisce niente meno che dal buon senso: i nuovi stadi, quanto più sono scintillanti, belli da vedere e all’avanguardia, meno si preoccupano di ospitare un tifo verace. Detto con parole ancora più semplici: i nuovi stadi, di cui nel presente contributo si criticano oggetto e narrazione, rischiano seriamente di mettere tra parentesi, meglio fuori dal tornello, gli ultras con la loro indispensabile sottocultura, la loro viscerale passione, il coinvolgimento che da questi si trasferisce a tutti gli altri settori dello stadio, come nel nostro corpo, grazie al cuore, il sangue raggiunge ogni parte del corpo rendendolo vivo.
Sappiamo benissimo che il processo è irreversibile. Persino in Italia, dove – come spiegato da Marco Bellinazzo sul Sole 24 Ore – il nuovo Decreto Sport, fortemente voluto da Abodi (Ministro per lo Sport e i Giovani), sbloccherà investimenti per 5 miliardi grazie all’introduzione di una procedura commissariale che accorci di molto i tempi della burocrazia peninsulare. Presto, insomma: Abodi dice “entro il 2032”, anno in cui l’Italia – insieme alla Turchia – ospiterà gli Europei di calcio. L’Uefa ha però minacciato l’Italia che la mancata apertura dei lavori per (almeno) cinque nuovi impianti entro il 2026 costerebbe la revoca dell’assegnazione al Belpaese. Ecco perché ci si sta muovendo con una certa velocità in tal senso.
Ecco, anche, perché nessuno si azzarda a criticare la narrazione positivista che sottostà alla costruzione dei nuovi impianti. Il giro di soldi è troppo grande, e non è un caso se sono proprio i presidenti stranieri – Commisso, Friedkin, Saputo, Cardinale – a spingere per l’acceleramento delle operazioni. Fin da quando hanno acquisito il club di cui ora sono proprietari, la parola “nuovo stadio” è circolata più o meno indirettamente sulle loro bocche, riempiendo di sogni – pieni di contraddizioni – i propri tifosi.
Tutto pienamente legittimo, in un’ottica meramente imprenditoriale. Meno, se la cosa si traduce sul piano dell’indulgenza plenaria dei proprietari, che possono sbagliare qualsiasi cosa sul piano sportivo, finché hanno in mente – e nelle tasche – il progetto del nuovo stadio. Meno, soprattutto, se la cosa viene rovesciata e analizzata dalla prospettiva del tifoso.
Senza aprire a prospettive distopiche – su cui pure dovremo tornare brevemente –, è evidente che i nuovi stadi abbiano sui tifosi due conseguenze catastrofiche: una di natura economica, l’altra di natura spirituale.
Dal punto di vista economico, i presidenti che spendono tanto per i nuovi stadi si aspettano un grande ritorno dagli stessi. La prima fonte di reddito, indiretta, è relativa all’area commerciale che solitamente si pensa – e si costruisce – intorno all’impianto. La seconda fonte di reddito, diretta, è quella proveniente dai tifosi che pagano per vedere la partita.
Da questo punto di vista, è quantomeno curioso che in Inghilterra la polemica sull’aumento del prezzo dei biglietti – un aumento parzialmente controbilanciato dal blocco al tetto massimo sul prezzo dei biglietti in trasferta per tutti i club – sia esplosa in riferimento all’annuncio del Board del Manchester United secondo cui dal prossimo anno i prezzi cresceranno ulteriormente (nonostante il club sia finito al 15esimo posto, detto per inciso). È curioso, diciamo, innanzitutto perché lo United ha annunciato il nuovo stadio, e poi perché in un articolo che ne enunciava le contraddizioni, avevamo predetto la possibilità dell’innalzamento dei prezzi già dalla prossima stagione, quando di fatto lo United giocherà ancora ad Old (non ancora “New”) Trafford.
Ora, se il nuovo stadio offre servizi all’avanguardia, è lecito – ma non per questo giustificabile – attendersi un aumento sul prezzo dei biglietti. Il problema è un altro: che la costruzione dei nuovi stadi presuppone un certo tipo di tifoso, meglio una certa classe (qualcuno direbbe “sociale”) di tifosi, che nella ricchezza economica rispecchi non tanto uno status politico, quanto uno stato culturale. Quello di chi va a vedere la partita come si assiste ad un concerto – e non a caso i nuovi stadi mirano proprio a questo: a trasformare il Tempio in impianto, come predetto, certo in un contesto differente, sacrale-religioso, da Marco Maria Olivetti nell’opera citata a inizio articolo.
Lo stadio, non ci stanchiamo di ripeterlo, è un luogo spirituale. Solo perché è spirituale, può divenire commerciale. Mai viceversa . . .
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