Sì, tifare. Dolcemente viaggiare | Ep. II/IV
Trasferta, prima tappa. La prima di molte altre, a dire il vero, tanto più numerose quanto più impellenti i bisogni della carovana. Quando l’autista s’immette in prima corsia e inserisce la freccia a destra, già si cominciano a intravedere certe linee nette, funzionali, dalle superfici spoglie e i volumi squadrati; è il brutalismo del cemento armato più acciaio più vetro, delle insegne luminose e dei pannelli pubblicitari: in sostanza, la familiare estraneità dell’autogrill.
A pensarci bene – e un coro da caserma che tutti conosciamo ce lo conferma – questo è innanzitutto il luogo delle urgenze primarie: tutti i suoi avventori, infatti, vi si sono spinti in primis per un bisogno fisiologico come la fame, la sete, il sonno, la noia o la necessità di andare in bagno; in alcuni casi persino il desiderio sessuale (se uno ripensa a certi racconti di Tondelli…).
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All’apparenza, non è che per il tifoso diretto alla partita le cose siano diverse: quello è un luogo di passaggio. Come per rappresentanti e vacanzieri, un deserto liminale. Non è casa, non è meta, bensì uno dei pochi posti a prima vista neutri; ma a ben guardare – ecco la novità – pure una succosa anticipazione dei successivi novanta minuti di stadio, una parte così integrante delle giornate fuori casa che, sostando lungo l’A4, l’ultrà pare si stia già godendo la sua partita. Il perché è presto detto.
Una volta scesi dal mezzo, ci si guarda attorno con un po’ di circospezione, ma basta incrociare una cinquantina di sconosciuti con addosso gli stessi colori per stare subito tranquilli. Si scambiano due parole nel proprio dialetto, qualcuna di pronostico e qualcun’altra d’auguri – «ci vediamo a Torino» si dirà poi salutandosi. O Milano, o Perugia, fate voi . . .
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