La tristissima campagna elettorale-commerciale alla quale stiamo assistendo per l’assegnazione del pallone d’Oro è la perfetta rappresentazione del calcio contemporaneo: una bolla gonfiata dall’ego, dai posizionamenti politici e di mercato, dalla spettacolarizzazione integrale, dall’autoreferenzialità patologica di un mondo avvitato su se stesso.
Il premio, già da una tempo una pseudo-farsa imbellettata, dovrebbe misurare una stagione: rendimento, titoli, partite decisive. I criteri ufficiali parlano di questo. Ormai non basta più giocare, vincere e segnare. Bisogna costruire una candidatura: rilasciare interviste, scegliere un pubblico, far intervenire il club, alimentare la discussione fino a rendere il proprio nome impossibile da ignorare.
Gli elettori formali sono cento, non milioni, fortunatamente, ma il consenso si prepara altrove – nei giornali, nelle televisioni, sui social, nel rumore che circonda un calciatore – ed è qui che il Pallone d’Oro assume i contorni di una nomination da candidato premier.
Kylian Mbappé si è esposto più di tutti. A France Football ha detto che nessuno è stato migliore di lui; poi, intervistato da RFI, ha legato un’eventuale vittoria al continente africano, a cui è particolarmente legato per le sue radici e al quale dedicherebbe la vittoria. Inoltre, starebbe preparando interviste esclusive per il “mercato africano”. Una candidatura che deve parlare contemporaneamente alla Francia, al Real Madrid, all’Africa.
Lamine Yamal, l’altro candidato forte, pur avendo affermato di non voler fare alcuna campagna, ha poi giocato di sponda con il Barcellona – queste sono le regole – aggiungendo che il premio lo meriterebbe lui per quanto conquistato in stagione (Liga, Mondiali e svariati titoli personali).
Marc Cucurella ha riassunto la questione, paragonandola appunto a una campagna elettorale: “Se avessi la possibilità, farei campagna anch’io. Ognuno tira l’acqua al proprio mulino: se lo fanno i politici, perché non dovrebbero farlo i calciatori?”. Il vero problema è che, per ciò in cui si è trasformato il calcio d’élite, Cucurella ha pure ragione. Motivo per cui ci troviamo, e ci sentiamo, sempre più distanti da questo “pallone”.