A forza di bere RedBull, l’allenatore che piace alla gente che piace ha preso il volo.
Signori cari! Che fatica, che fatica vi dico. Non ci sentiamo da un po’ e quindi le cose si sono accumulate in questa realtà aumentata diminuita non so, dipende sempre dalla prospettiva da cui la si guarda come diceva quell’intellettuale di Manu Chao. Di certo si sono moltiplicati gli stimoli, le informazioni, le opinioni. Troppa roba, roba che fa male alla testa, al cuore e allo spirito, ti credo che poi finiamo tutti dagli strizzacervelli. Disinformiamoci vi prego, disimpegniamoci, disintossichiamoci. Qua tutti questi dannati sudano e si scapicollano nella missione disperata, e assolutamente persa in partenza, di dimostrare che esistono: gente convinta, sicura nel profondo di poter lasciare il segno, di avere diritto, dovere di parola!
Uno spettacolo che mi godrei volentieri da una casetta vista mare con un ghigno beffardo se solo questa ingiusta vita maligna non mi avesse costretto a lavorare, a me, aristocratico dello spirito.
[…] Nessuno sa più pensare, o comunque tutti pensano col pensiero di altri che poi è l’utile del giornale di turno che a sua volta è l’utile di un potente di turno e su su su fino ai piani alti della fabbrica delle opinioni, e allora questi giornalisti in erba, questi specializzandi del mestiere, questi rampanti dell’esistenza vogliono dare struttura a ciò che sostengono ed è tutto un “come scrive The Athletic” (che ormai fa schifo), o ancora peggio con le riviste indipendenti che fanno tanto bibliografia di nicchia, e allora diventa “per citare il mensile francese So Foot”. Paro paro alla cucina, che ormai vai nei posti e ti fanno la genealogia degli ingredienti.
Spaghettoni del pastificio Lobello con pomodorini del pennolo dell’azienda agricola di Carla Manzi, guanciale croccante del salumificio Giansanti e scaglie di pecorino dell’azienda casearia dei fratelli Pancalli. Ma basta per Dio! Milioni di disperati che parlano di cibo come fossero giudici di Masterchef, coppie di 35enni senza figli che dilapidano i loro stipendi per andare a mangiare nel nuovo localetto giusto bi o trisillabico con arredamento shabby chic che ha aperto nella zona periferica recuperata e si sentono evoluti e emancipati perché stanno vivendo il progresso (l’incubo) occidentale. Basta! Andate a fanculo voi, i vostri aperitivi, i cazzo di locali marketing friendly e i fratelli Pancalli porco di un cane!
Basta citazioni, basta accomodamenti, basta gente che si fa la figa perseverando a straziare le logiche lacere di questo mondo in cui più specifichi, più citi, più sai, più sei integrato nella gente che conta, un bar mitzvah della vita continuo per poi diventare un coglione compiuto. Voglio pensieri scritti con il sangue e con il martello, zombie nelle città, spiriti insonni, grandi odi e immensi amori. Andare a scovare nei bassifondi del web un blog personale in cui un anarchico ha trovato la chiave del mondo, riesumare Svart Jugend e le ultime sbronze del ‘900, scoprire i testi di un genio dissociato e sofferente, troppo consapevole per vivere nella società civile prima che passi al bosco e diventi Unabomber – o magari anche dopo.
Siamo morti, finiti, kaputt, questa è la verità, e invece pensiamo di saper stare al mondo. Recentemente un caro e vecchio amico, pensatore abissale in questi tempi derelitti, troppo noto per essere tirato qui in mezzo, mi confessava che nulla per lui era più patetico e squallido di “quelli che ci sanno fare”. Mi faceva nomi di conoscenti direttori di giornali, politici, imprenditori, giornalisti, convinti fermamente di essere qualcuno. “Prendi ***Mario Rossi***, caro ***Brasile***, lui è davvero convinto di essere Mario Rossi. Ci crederesti? Ne è assolutamente certo… Ah-ah-ah. Beh facciamoci un caffé che è meglio caro mio”. Aveva proprio ragione, e allora giungo all’argomento odierno che di un argomento c’è bisogno . . .