La storia del calcio dimostra che una squadra può arrivare alla vittoria in diversi modi. Tutti parimenti efficaci. La differenza sostanziale sta nell’oggetto che, una volta in campo, si privilegerà nel controllo: lo spazio o il pallone. Le infinite varianti che si sono succedute nel corso dei decenni sono infatti figlie di questa scelta iniziale che l’allenatore effettua in base alle proprie idee e ai giocatori che ha a disposizione. Pur con tutte le sfumature del caso, in linea di massima si può dire che le squadre indifferenti al possesso palla avranno nella ripartenza e quindi nello sfruttamento degli ampi spazi a disposizione la loro principale arma d’offesa, mentre quelle interessate al dominio del pallone proveranno a scompaginare le difese avversarie attraverso una fitta rete di passaggi finalizzata alla ricerca dell’uomo libero e alla verticalizzazione vincente.

 

Come detto, entrambi gli approcci sono validi, a patto però che si rispetti il cosiddetto “tempo della giocata”. Perché tanto un contropiede quanto un’azione manovrata possono produrre gli effetti sperati – il gol – soltanto se i giocatori coinvolti fanno la cosa giusta al momento giusto. Basta un tocco in più o un secondo di ritardo nello scarico per vanificare una buona opportunità. Ecco perché il rispetto del tempo non può prescindere da precisione e rapidità di esecuzione, qualità che garantiscono pericolosità e armoniosità. Sì, anche una transizione ben orchestrata è fonte di spettacolo: chi ama il calcio non può restare insensibile davanti a quelle azioni a 100 all’ora in cui una squadra riesce ad arrivare in porta con soli tre passaggi. Numero tuttavia insufficiente per chi, al contrario, vuole dominare la partita attraverso il controllo del pallone. Pep Guardiola, autentico luminare in materia, sostiene infatti che partendo dalla difesa occorrano ben quindici passaggi per squarciare le linee di pressione avversarie e andare a battere a rete, ciò comportando il coinvolgimento e l’avanzamento corale dell’intera squadra – dal portiere al centravanti –, che non a caso l’allenatore catalano ama definire “un organismo vivente”.

Un intenso Maurizio Sarri segue con partecipazione la manovra dei suoi (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

 

E organismi viventi sono anche le squadre plasmate da Maurizio Sarri. Influenzato da Sacchi e Cruijff prima e dallo stesso Guardiola poi, l’allenatore del Chelsea ha sviluppato una vera e propria ossessione per il possesso palla. Le percentuali fatte registrare in tal senso partono da una base costantemente al di sopra del 65%, con vette che in alcune fasi della partita sfiorano e talvolta superano l’80%. Ovviamente questo dominio non è fine a se stesso. Saper controllare il pallone per larghi tratti del match assicura dei dividendi immediati, consente di difendersi e allo stesso tempo di attaccare con immutata efficacia. Perché gli avversari, non vedendo palla, avranno poche chances di organizzare ripartenze pericolose, presi come sono dall’incombenza di proteggere la propria metà campo dall’invasione di maglie nemiche. Le tre stagioni all’ombra del Vesuvio hanno certificato in maniera incontrovertibile la validità – oltre l’ovvia bellezza – dello stile di Sarri. Nonostante un gioco molto aggressivo sublimato da una difesa altissima, alle tante reti segnate non sono corrisposte altrettante reti subite.

 

I suoi collaudati principi di gioco hanno attecchito con successo anche a Londra nonostante la qualità notevolmente superiore della rosa che il Chelsea gli mette a disposizione. Proprio questa circostanza apparentemente favorevole nascondeva non poche insidie. Non solo per questioni “ambientali” legate al salto di qualità – per giunta da compiere all’estero – cui era chiamato Sarri, quanto piuttosto per aspetti meramente calcistici. E’ notoria infatti la difficoltà di far accettare a giocatori affermati e dal respiro internazionale la propria filosofia di gioco, a maggior ragione quando non si hanno titoli vinti da spendere come argomenti. Ebbene, Sarri è riuscito nell’impresa addirittura con netto anticipo rispetto alla tabella di marcia prefissata. Il terzo posto in classifica a due lunghezze da Manchester City e Liverpool e l’imbattibilità conservata anche dopo il difficile match con lo United di Mourinho sono la logica conseguenza di un lavoro che è già a buon punto. Al netto degli sbandamenti di David Luiz in marcatura, partita dopo partita il Chelsea sta acquisendo quella compattezza che riduce al minimo i rischi dietro e aumenta esponenzialmente la pericolosità in avanti.

 

Ma tutto questo non sarebbe possibile se le giocate non venissero effettuate nel tempo giusto, il vero dominus del gioco, se non forse il gioco stesso. Per garantire questo rispetto, in fase di possesso i giocatori devono toccare il pallone una, massimo due volte per premiare le opzioni di passaggio nel frattempo suggerite dal movimento degli altri compagni. Soltanto in questo modo la manovra acquisirà l’imprevedibilità necessaria a scardinare l’impalcatura difensiva avversaria. E toccare il pallone il meno possibile vuol dire fatalmente rinunciare a qualcosa, ovvero a sopprimere sul nascere le pulsioni egoistiche che pure albergano in ogni calciatore. Di fatto si può sostenere che quel gioco armonioso che tanto ci affascina è dato dalla somma di tutte le rinunce. Sotto la supervisione di Jorginho, più che un regista un vero e proprio custode del tempo giusto, i vari Rudiger, David Luiz, Kanté, Alonso e Kovacic hanno assimilato a tal punto i principi sarriani da rasentare l’autocensura. Hanno imparato a convivere in assenza di libero arbitrio, e la loro unica preoccupazione è quella di far arrivare il pallone in maniera rapida, pulita e aggressiva fino alla trequarti avversaria.

 

Hazard nel momento esatto in cui scocca il tiro con cui trafiggerà Alisson nel recente Chelsea-Liverpool di campionato (Photo by Mike Hewitt/Getty Images)

 

Già, la trequarti. Non oltre. Perché in quella zona di campo accade qualcosa che sembra quasi stonare con l’armonia sin qui descritta. Quel ritmo di gioco conquistato a fatica e non senza aver corso dei rischi subisce una frenata improvvisa. Lo spettatore incantato è costretto a svegliarsi di soprassalto perché la manovra perde di fluidità. Una sorta di vuoto d’aria compromette una velocità di crociera che è esaltante e insieme rassicurante. Sono queste le sensazioni che accompagnano l’ingresso di Eden Hazard nella trama dei passaggi. Una volta ricevuto il pallone, il giocatore belga lo tiene per sé. Lo sequestra. Quasi come fosse una sorta di ripicca verso i suoi compagni rei di averlo invitato soltanto all’ultimo atto dello spettacolo che sta andando in scena. Ma per fortuna lo smarrimento generale causato da questa plateale contravvenzione dei principi di cui sopra non dura che qualche istante. La dissipazione di parte del tempo di gioco guadagnato è solo il prezzo da pagare per scendere da una giostra e salire su un’altra.

 

Con Hazard si passa al livello successivo. Così il tempo ricomincia sotto nuove spoglie. Le istanze del collettivo retrocedono davanti alle esigenze del talento assoluto. A cui spetta di diritto di toccare il pallone tre, quattro, cinque volte. Anche di andare in doppia cifra se lo ritiene necessario. Perché l’imprevedibilità e l’armonia che gli altri compagni raggiungono mediante la coralità, Hazard le ricava attingendo al suo privilegio esclusivo: il libero arbitrio. Ma la libertà assoluta alla base del suo monologo non degenera mai in egoismo. Egoista è colui che persegue esclusivamente il proprio interesse calpestando i diritti degli altri, mentre nel caso di Hazard l’individualismo evolve in altruismo. E’ come se il fuoriclasse belga attraverso la sua opera recuperasse tutte le rinunce lasciate per strada dai compagni dando finalmente voce ai loro desideri più reconditi sacrificati in nome della collettività. Per questo quando entra in possesso palla ha inizio un’esibizione calcistica fatta di menzogne travestite da dribbling, truffe che assomigliano a finte di corpo, raggiri catalogati come tunnel e passi di danza mascherati da controlli orientati. Tutte armi non convenzionali con cui portare imbarazzo nelle difese avversarie.

 

Guardate Hazard come esagera al minuto 1:00

 

E’ evidente che un repertorio così complesso necessita di un tempo addizionale per esaurirsi. Ma la pazienza richiesta sarà ricompensata da uno smarcante assist di tacco, un cambio di gioco improvviso, o molto più probabilmente da una rete. Di fatto la creatività di Hazard è un ricco risarcimento per quella sgradevole interruzione della continuità di gioco avvenuta qualche secondo prima in concomitanza con il suo ingresso in scena. E’ un po’ come quando un pilota annuncia a metà strada del viaggio un piccolo ritardo salvo poi recuperare nel corso dell’ultimo tratto di volo: nessun passeggero se ne ricorderà più. Al punto che una volta atterrati scatta anche l’applauso.