Questa mattina Roma, o almeno la parte giallorossa della capitale, si è svegliata frastornata, confusa. E probabilmente l’abitudine nel non trovarsi a certi livelli ha fatto la differenza anche nelle analisi più disparate. Perché quando si arriva a questo punto ha ragione Zidane, un allenatore fenomenale perché vincente, che ha espresso in termini coloriti un concetto cardine nella conferenza stampa all’Allianz Arena:

“Nosotros no nos vamos a cagar en los pantalones, no existe eso, nos gusta jugar estos partidos […] Yo creo que es la determinación que tenemos es la clave de este equipo, porque jugamos contra equipos muy buenos. El Madrid es un club que tiene ADN Champions”

Non serve traduzione, e certo la Roma non è il Real Madrid e non ha un DNA Champions, tuttavia queste parole potevano risultare utili per Di Francesco e i suoi secondo un doppio piano di interpretazione. Il primo era quello dell’imitazione, e infatti la Roma ha approcciato bene la partita nei primi venti minuti; il secondo però era un livello di differenza, perché la Roma non è il Real Madrid e la trasferta infernale di Anfield si può leggere secondo il filo (giallo)rosso del provincialismo.

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Già era iniziata male, prima che si scendesse in campo, con la foto di Bruno Conti e Pruzzo che aveva fatto il giro dei social e dei telefoni. Una goliardata, così l’ha definita Conti al momento delle inevitabili scuse, giustificandola con “il sorriso sulle labbra” al momento dello scatto e con il suo lavoro ventennale fondato su valori come il rispetto e la correttezza. Qui però non siamo più a Roma, non siamo più in Italia, non è più tempo di goliardate e di dito medio quando stai tra le prime quattro squadre d’Europa. Ve lo immaginate un dirigente della Juventus fare una cosa del genere? Questo, già prima di solcare il prato di Anfield, era il primo capitolo del provincialismo romanista, portato poi degnamente avanti da Di Francesco e i suoi.

 

Una foto emblematica di quanto la Roma non sia pronta

Così oggi si sente parlare dei primi venti minuti, dei duelli individuali e dei contrasti persi, di Salah e del mercato, ma in fondo nessuno riesce ad essere veramente critico dopo una simile cavalcata europea. E rimane la solita favoletta senza lieto fine, perché stavolta la Roma non ha alcuna possibilità di ribaltare il risultato come avvenuto con il Barcellona: i catalani sono una squadra che se pressata esageratamente, sovrastata sul piano fisico e dell’agonismo, in trasferta può subire – e ha subito – sconfitte molto pesanti: una squadra che fa del possesso palla, e del gioco in orizzontale, il suo modus vivendi. Capovolgete Messi e compagni e troverete invece il Liverpool: la banda dei Reds guidata da Jurgen Klopp, l’ultima rockstar rimasta, gioca il calcio più verticale dell’ultimo secolo, forse paragonabile solo al Borussia Dortmund dello stesso Klopp, campione di Germania e finalista in Champions nel 2013.

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Sperando di aver esaurito le premesse, e certi che non sia sufficiente una partita per svuotare di senso il lavoro di una stagione (e di una cavalcata trionfale nell’Europa che conta) siamo liberi di passare al match di ieri. È stata una partita letteralmente folle, forse il suicidio tattico più palese che si sia visto negli ultimi anni: andare a Liverpool con la difesa alta, a tre, vuol dire o non aver visto le partite dei reds oppure semplicemente essere un dogmatico.

“Credo sia ridicolo il modo in cui la Roma si è presentata ad Anfield. Come è stata schierata? Sembravano tattiche scolastiche! Forse Di Francesco non ha avuto tempo di vedere le partite del Liverpool di questa stagione, come portano il pressing e verticalizzano. Non c’è mai stata pressione sulla palla da parte dei giocatori della Roma, i difensori sono lenti e hanno sofferto sempre. In pratica Di Francesco si è consegnato al Liverpool, si è messo completamente nelle loro mani. Ha grandissime responsabilità per quanto successo stasera, poche volte capita di addossare tutte le colpe a un allenatore per una prestazione insufficiente di una squadra. Oggi ha letteralmente abbandonato i suoi giocatori per come li ha schierati” (Rio Ferdinand)

Uno scontro impari (Foto di Clive Brunskill/Getty Images)

Di Francesco ha preparato la partita in modo totalmente irrazionale ed illogico, forse convinto che la sua squadra fosse già arrivata ad un livello di confidenza che probabilmente non raggiungerà mai. Atto secondo, e decisivo, del provincialismo giallorosso. Ma anche qualora la Roma fosse giunta a quel grado di sicurezza, anche se avesse avuto giocatori più pronti e più forti, presentarsi in quel modo ad Anfield significa entrare direttamente nelle fauci del leone. E ancora di più, all’intervallo, dopo un bombardamento come pochi se ne ricordano nelle gare finali europee, durato circa venticinque minuti, il tecnico romanista invece di cambiare modulo e passare a una più accorta (in tutti i sensi) difesa a quattro, ha mantenuto lo stesso modulo mandando letteralmente allo sbaraglio i suoi calciatori nella ripresa. Le reti giallorosse – che ancora tengono, secondo qualcuno, acceso il lumicino della speranza – sono poi arrivate con il cambio di sistema di gioco, ma non si può dire questo fino a che punto sia dovuto alla correzione in corsa, all’uscita di Salah o molto più probabilmente alla stanchezza dei reds, dopo una partita straordinaria.

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Di Francesco si è poi giustificato a fine partita raccontando la versione di un dogmatico schiacciato dalla realtà: sembrava Zeman ai microfoni della stampa dopo le sconfitte per 4-0, a parlare di contrasti e duelli persi, poca qualità e poca personalità. Riesce difficile concepire come avrebbe potuto Juan Jesus vincere i duelli individuali con Salah, o in generale come la squadra avrebbe potuto uscire indenne dagli attacchi famelici dell’undici di Klopp, durante i quali si formavano costantemente coppie di giocatori, uno contro uno nella metà-campo giallorossa; anche perché, lo sappiamo, il Liverpool non attacca unicamente con le tre frecce là davanti, ma anche con il rimorchio dei centrocampisti, con i terzini, e probabilmente anche con il pubblico e l’allenatore che scendono in campo. Non ci si può appellare ai fatti, perché certamente i primi due gol arrivano rispettivamente prima da una palla persa (Dzeko), poi da un’altra palla persa (Kolarov) e da un contrasto anch’esso poco deciso (Manolas), ma è altrettanto vero che già non si contavano più le occasioni create dal Liverpool con lanci lunghi anche dalla difesa, in cui si aprivano praterie in cui i padroni di casa hanno poi letteralmente banchettato.

L’ex si è trasformato in un fenomeno e soprattutto in giustiziere (Foto di Clive Brunskill/Getty Images)

Si potrebbe dire molto altro ma si tratterebbe di aspetti marginali. Possiamo aggiungere che Salah ha sfoderato una prestazione da pallone d’oro – con quegli spazi poi a facilitarlo nel compito, non ne parliamo – e che come ultima e finale attenuante, l’undici titolare della Roma di quest’anno è addirittura di minore qualità rispetto a quello della stagione passata (e di questo certamente non ha responsabilità Di Francesco). Oltre all’egiziano divenuto incubo peggiore, e ceduto più o meno per la stessa cifra alla quale si è acquistato Schick, la Roma ha perso anche Rudiger, che al posto di Juan Jesus avrebbe forse potuto limitare i danni; ma insomma, parliamo del nulla.

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Nessuno si aspettava che i giallorossi insidiassero le migliori squadre d’Europa, e in ogni caso questo Liverpool è semplicemente fantastico, un piacere per gli amanti del calcio, e probabilmente meriterebbe più di chiunque altro la coppa dalle grandi orecchie. Dallo 0-5 agli ottavi in Portogallo al 3-0 in casa e 2-1 fuori con il Manchester City di Pep Guardiola, una squadra che sembrava aver raggiunto la sua fase finale di maturazione ed è invece andata in mille pezzi contro il gegenpressing e le verticalizzazioni dell’allenatore più rock che esista. Per la Roma, al contrario, questo deve essere il primo passo in un processo inevitabile di sprovincializzazione che la squadra, l’allenatore e la società dovranno inevitabilmente compiere. Nel 2013, dopo essere uscito dalla Champions League in Turchia con il Galatasaray, Antonio Conte disse paradossalmente: “Adesso testa all’Avellino” (la partita di Coppa Italia da disputare pochi giorni dopo); un’esagerazione, che suonava quasi ridicola, ma faceva parte di un processo, di una mentalità. La Roma adesso ha il campionato da giocare, e soprattutto un posto in Coppa dei Campioni da conquistare: da qui si riparte, per sperare di rivivere altre serate magiche.

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