Cosa serve per vincere il Palio di Siena? Rimanere sul cavallo, galoppare più veloce degli altri. Una risposta semplice, valida se limitata a ruolo di sintesi, ma che per rendersi vera dovrebbe mano a mano intercettare dettagli sempre più fini delle trame tecniche e tattiche della competizione. Ricami quasi impalpabili ma cruciali, fondamentali per guadagnarsi i pochi vantaggi che la gara mette a disposizione.
Ci sono i più noti, seppur misteriosi, aspetti politici del gioco, con alleanze e strategie che intervengono in modo significativo, ma non decisivo, nell’andamento della contesa. C’è ovviamente la dinamica della mossa, che equivale quasi a una sfida a sé stante, da affrontare con strumenti e risorse differenti da quelle a disposizione in campo dopo la partenza.
E poi c’è la corsa vera e propria. Una volta scattati, con l’onnipresente fortuna a giostrare dalla Torre del Mangia, emerge il valore atletico delle dieci contrade in gara, così come le abilità tecniche che i loro interpreti possono vantare. Caratteristiche sviluppate in allenamento o maturate spontaneamente, affinate negli anni o frutto della sagacità del momento. Proprietà individuali chiamate a dialogare con quelle dell’altro, in una particolare soluzione competitiva che vede due atleti diventare uno.
Ma lo scarso tempo da condividere insieme – ogni carriera si svolge con combinazioni di fantini, cavalli e contrade sempre differenti – rende la confidenza parziale. Salvo i casi in cui la sorte, o le strategie, non riescano a portare il fantino su uno dei cavalli da lui allenati, garantendo un vantaggio sensibile alla contrada a cui riesce l’operazione. Il Palio di luglio 2026, vinto da Tittia sul suo Diodoro per l’Aquila (a trentaquattro anni dall’ultimo successo), ne è un esempio eloquente. In tutte le altre circostanze, però, cavallo e fantino dovranno fare quindi affidamento più che altro sulle proprie competenze personali. Ma quali sono?
La diagonale
Il cavallo migliore per Piazza del Campo deve essere composto, tranquillo, agile e scattante durante la mossa; veloce, potente e resistente in corsa, oltre che assecondare il fantino nelle manovre e nelle traiettorie più funzionali; ma soprattutto deve essere il più bravo ad adattarsi rapidamente a un contesto obiettivamente senza senso. La magia radicale della festa senese – celebrata nel cuore della città, gremito di gente e colori, di grida e silenzi fragorosi, di stimoli alterni e imprevisti – implica uno sforzo cognitivo ai cavalli che ai colleghi d’ippodromo non è richiesto. Ma non solo, è lo stesso tracciato a porre loro degli interrogativi tecnici inediti.
Solitamente, assecondando la sua biomeccanica di galoppo, il cavallo alterna il lato su cui scarica e ricarica lo sforzo. Infatti, seppur in modo impercettibile ad occhio nudo, il cavallo nella corsa concretizza il proprio movimento attraverso due soluzioni: la cavalcata a destra e quella a sinistra, le quali implicano una differente modalità d’appoggio dei quattro arti.
Lo stile di corsa del cavallo (immagini ottenute grazie all’aiuto di Gemini)
Galoppando a destra, il cavallo poggia prima il posteriore sinistro, poi contemporaneamente posteriore destro e anteriore sinistro – che battendo insieme sul terreno creano la cosiddetta diagonale di galoppo – per concludere con l’anteriore destro. Quest’ultima è la gamba più avanzata, che assorbe il peso dello slancio e imprime l’ultimo colpo per il salto che, più o meno percettibilmente, il cavallo compie sollevando tutti e quattro gli arti contemporaneamente. Un momento magico in cui l’animale galleggia sospeso nell’aria, sublimando la sua leggiadria. Il primo arto a ritoccare terra è quindi il posteriore sinistro, che fa ripartire il movimento.
Per il galoppo a mano sinistra, immaginerete, funziona esattamente il contrario: posteriore destro, diagonale, anteriore sinistro. Ne deriva che per girare a sinistra il barbero galopperà a sinistra, per girare a destra a destra. E in Piazza del Campo, dove si corre in senso orario e in spazi ridotti e impervi, i cavalli si trovano quasi in una perenne curva a destra. Un aspetto non da poco.
Variare la diagonale
Durante la corsa, la questione si traduce in un problema di compensazione degli sforzi, raggiungibile, come detto, alternando la diagonale di cavalcata. Dobbiamo immaginarci un escursionista che porta il suo lo zaino solo su una spalla, e anche per qualche secondo, dopo del tempo, sentisse il bisogno di spostarlo provvisoriamente dall’altro lato. Se non si desse un po’ di sollievo, fallirebbe nel portare un peso sulla carta del tutto sostenibile.
Allo stesso modo, se in Piazza del Campo il barbero assecondasse la pista girando costantemente sulla destra, lo sforzo sarebbe tale da rischiare di compromettere, nella sua seconda metà, una corsa fino a quel momento promettente. Un problema che i cavalli non devono porsi invece in ippodromo dove, pur trattandosi di un circuito, le curve sono così lunghe e ampie da non essere quasi più curve. L’animale ha tempo di variare il galoppo senza nemmeno pensarci, e il fantino può anche non preoccuparsi della questione.
Il problema subentra in un tracciato come quello senese, dove le occasioni per galoppare a sinistra sono ridottissime. Eccole: lungo la salita tra i materassi di San Martino e la curva del Casato; e, soltanto per i cavalli più bravi, dal Casato al Bandierino. In termini di spazio forse meno di trecento metri sui mille complessivi dei tre giri. L’abilità di un cavallo, e di chi lo cavalca, risiede quindi nella capacità di variare il galoppo quando gli è possibile, di gestire lo sforzo e di ottimizzare le energie. Riuscirci significa conquistare un vantaggio che potrebbe rivelarsi decisivo.
Un’utile planimetria di Piazza del Campo a Siena, dove si svolge il Palio (immagine ottenuta grazie all’ausilio di Gemini)
Una prestazione emblematica in tal senso è quella di Benito, uno dei cavalli migliori in questo fondamentale, che nel luglio del 1983 vince scosso per il Leocorno, bruciando all’ultimo Casato il Bruco, che attendeva la vittoria da 28 anni. Un sorpasso estremo maturato da un’alternanza destro-sinistro perfetta lungo tutta la gara, con il vezzo finale di spostarsi a sinistra anche per gli ultimi tre tempi di galoppo prima del bandierino.
In generale, un soggetto valido si distingue da uno acerbo per la propensione ad adattarsi rapidamente a un tracciato così particolare come quello di Piazza del Campo, monotono nell’unidirezionalità a destra ma irregolare per quanto riguarda pendenza e struttura del terreno. Un preciso aspetto tecnico, dunque, che rivela la potenzialità di un cavallo al di là dei picchi di velocità e della manovrabilità a cui potrà accedere il fantino. Ah, già, il fantino.
La questione delle staffe
Limitandosi agli aspetti tecnici della corsa, che solo parzialmente esauriscono i compiti e le opportunità di un fantino che scende in Piazza, è interessante osservare come la categoria abbia affinato le proprie competenze attraverso correzioni di volta in volta più funzionali di adattamento al cavallo.
Infatti, se il miglior barbero è quello che si adegua più velocemente al tracciato, il fantino migliore è quello che più velocemente intuisce le inclinazioni dell’animale. E che a sua volta si adatta alle peculiarità della contesa, da giocarsi rigorosamente senza sella.
Al contrario di quanto suggerisca l’espressione, la vera criticità di cavalcare senza sella non risiede tanto nella mancanza di una seduta, o di una protezione, quanto nell’impossibilità di sollevarsi dal cavallo per agevolarne la corsa. Montare a pelo significa rinunciare alla conquista della staffa, lo strumento in acciaio dove si appoggiano i piedi, che aiuta a salire sull’animale e a rimanerci, favorisce l’equilibrio, permette di sottrarre il dorso del destriero dal peso che si porta dietro. Tuttalpiù che i cavalli del Palio non sono enormi, pesano circa 300-350 kg, quindi è come se corressero con un zaino da escursione, considerando che un fantino pesa in media 60/65 kg.
Senza il supporto delle staffe, il fantino – soprattutto da quando il loro ruolo si è professionalizzato – ha in ogni caso sviluppato uno stile che gli ha consentito di assumere – a seconda delle sue caratteristiche fisiche – posizioni utili a infastidire il meno possibile il barbero, oltre che a mantenere la direzione della corsa. Seppur più probante, montare a pelo sublima infatti il rapporto col cavallo, permette di sviluppare grande sensibilità, grande equilibrio, di intuire gli istinti del compagno, di limarne i difetti e supportarlo nell’adattamento al tracciato.
Un’intesa da costruire in modo del tutto soggettivo e differente a seconda dei casi. Così i fantini di ogni epoca hanno trovato diverse soluzioni per esaltare il proprio barbero, influenzando le generazioni successive a imitarlo. Prima di superarlo, magari proprio cambiando lo stile di monta.
Gli stili di monta del Palio moderno
Una panoramica dei diversi stili di monta che si sono succeduti nel Palio da metà Novecento ad oggi, attraverso i loro migliori interpreti.
Beppe Gentili detto Ciancone (1917-1978): ha corso quaranta volte in Piazza del Campo e ha vinto nove carriere tra il 1945 e il 1971. Sempre con il busto eretto, centratissimo sul cavallo, mai sbilanciato in avanti, sempre rilassato, molto elegante. Come con Ringo nell’Onda (con cui trionfò due volte) nel 1968 quando, perso completamente il posteriore, si ritrovò quasi a terra prima di riconquistare il cavallo. A lui si deve la “trovata” di una traiettoria speciale per affrontare la difficilissima e pericolosa curva di San Martino. Ciancone riusciva infatti a pennellare una linea interna strettissima che gli permetteva di superare tutti senza allargarsi. Una manovra passata alla storia, e tuttora chiamata dai senesi “il viottolo del Gentili”. Esempio di eleganza accademica, sostanzialmente un cavaliere.
Giorgio Terni detto Vittorino (1932-2000): busto in avanti, redini molto corte, impostazione da galoppatore, simile all’ippica tradizionale, dove la ricerca di aerodinamicità porta i fantini a protendersi in avanti. Con un fisico minuto, un volto pulito ma un carattere focoso e un’aggressività agonistica impressionante, Vittorino ha impresso il suo stile in Piazza tra gli anni ’50 e ’60. Ha corso pochissimo rispetto ai colleghi (solo ventidue carriere) ma vanta un’efficienza irreale, avendo trionfato ben sette volte.
Antonio Trinetti detto Canapetta (1936-1992): aveva imparato a montare a pelo in modo selvaggio sui Monti della Tolfa, nel nord del Lazio, dove a notarlo fu Ciancone. Cavalcava in punta, all’attaccatura del garrese, con le gambe larghissime, che sostanzialmente non utilizzava per ancorarsi al cavallo. Non aveva nemmeno bisogno di aggrapparsi con forza alle redini. Piuttosto ricercava un equilibrio naturale con l’animale e lo lasciava correre. Era un talento naturale, zero scuola, tutta improvvisazione. Un artista che anelava all’armonia, a cui aggiungeva un piccolo, grande vezzo: correva con il giubbino aperto. Pur avendo girato ben dieci contrade, è ricordato soprattutto alla Chiocciola, dove vinse due volte.
Leonardo Viti detto Canapino (1942-2007): uomo tutto d’un pezzo, rude all’apparenza ma dotato di un’umanità straordinaria, è stato l’ultimo vero fantino-maniscalco-allenatore. In corsa lo distingueva l’utilizzo versatile del busto, variava assetto spostandosi in avanti nel momento della spinta, ma riprendendo il controllo nelle fasi di fermata, riportando il corpo all’indietro. Una soluzione possibile sostanzialmente solo per lui, fisicamente piuttosto basso ma dotato di braccia molto lunghe che gli consentivano di cambiare postura senza disperdere troppe energie o doversi aggiustare le redini. Certo, la statistica potrebbe obiettare che troppo efficace il suo sistema non era, avendo collezionato ben quindici cadute, ovvero il 33% delle volte che è sceso in Piazza. Oppure, guardando agli otto secondi posti, con alcune beffe clamorose al bandierino, accettare che nel suo caso la sfortuna si sia accanita in modo perfido.
Andrea Degortes detto Aceto (1943): carismatico, provocatore, arrogante e dal talento smisurato, ha rivoluzionato il mestiere di fantino di Piazza. É il primo ad allenarsi anche in palestra, ad avere un fisioterapista, a fare attenzione all’alimentazione, a mantenere il proprio fisico come quello di un atleta. Sostanzialmente, è il primo fantino professionista. La sua personalità istrionica, e i successi al Palio di Siena (quattordici, più di ogni altro, di cui cinque con l’Oca), resero la sua figura un simbolo internazionale dell’intera manifestazione.
Montava rannicchiato, con l’angolo del ginocchio ridottissimo e i piedi paralleli al suolo. Con le gambe, potentissime, s’avvinghiava al cavallo come una tenaglia coi calcagni, aderiva col polpaccio al dorso dell’animale, con cui diventava tutt’uno. Uno stile dispendiosissimo, ma che lo rendeva adattabile a ogni barbero, anche quelli più difficili e scorbutici. Solitamente d’incredibile compostezza, esagerava volutamente il movimento delle braccia per spingere il cavallo al massimo del galoppo. Il cosiddetto gesto della “rombata”, in realtà poco utile a livello tecnico ma altamente scenografico, spettacolare, perfetto per esaltare il pubblico. Ma anche forse per manifestare grande coinvolgimento e determinazione ai suoi contradaioli. Per spirito e valore iconico, probabilmente un fantino irraggiungibile. Leggenda.
Salvatore Ladu detto Cianchino (1958) deve il soprannome al suo maestro e mentore, Ciancone. Per destino o per ironia della sorte, Ciancone morì nel giugno del 1978, un mese prima del debutto assoluto in Piazza del Campo del suo allievo, a luglio dello stesso anno. Ha vestito i giubbetti di quasi tutte le contrade (eccetto la Giraffa e la Selva) e ha vinto per sei di loro, per un totale di otto vittorie. Molto proporzionato, brevilineo, come si può ammirare a cavallo di Urbino de Ozieri nella Pantera nel 1978, con cui vinse. Il suo stile, caratterizzato dal busto eretto, guarda ancora al suo maestro.
Luigi Bruschelli detto Trecciolino (1968): giova dell’esempio di Aceto e porta a livello maniacale la preparazione atletica, introducendo un’importante integrazione che si rivela cruciale nello sviluppo del suo stile di monta. È il primo ad allenare con intensità la parte superiore del corpo, sulla quale ricadeva la maggior parte dello sforzo fisico durante la corsa. L’idea era di rendersi versatile per ogni cavallo, ma ribaltando l’impostazione di Aceto. La tecnica di Trecciolino puntava a mantenersi il più possibile fermo durante la cavalcata attraverso lo sforzo di addome e braccia, mentre le gambe rimanevano rilassate, scariche, quasi molli, larghe, distese, con un angolo apertissimo. Un’intuizione visionaria, che insieme alla preparazione maniacale dei cavalli e il controllo politico delle monte gli ha consentito di vincere tredici Palii. A riprova del valore dell’intesa cavallo-fantino, ben quattro dei suoi successi sono arrivati insieme a Berio. Nessuno accoppiata ha mai fatto meglio. Tra i trionfi più significativi quello del 16 agosto 2005, quando su Berio vinse il Palio nella Torre, a digiuno da quarantaquattro anni.
Spesso tacciato di aver pensato più alle strategie “a piedi” che allo stile a cavallo, bisogna invece ammettere che alla sua rivoluzione tecnica hanno aderito la grande maggioranza dei fantini che dopo di lui sono venuti.
Giovanni Atzeni detto Tittia (1985): pur non avendo introdotto particolari innovazioni tecniche, seguendo lo stile imparato dal maestro Trecciolino, è impossibile non citarlo tra i fantini più importanti sempre. Se non altro per i dodici Palii vinti, di cui cinque consecutivi tra il 2019 e il 2023 (con la pausa Covid-19 nel mezzo). Con pazienza, intuito, talento e intelligenza strategica ha costruito un’egemonia sulla Festa che nessun rivale pare in grado di scalfire. Grande allenatore di cavalli e fantini, è riuscito a introdurre diversi suoi soggetti, umani e animali, nelle dinamiche del Palio, assicurandosi enormi vantaggi politici e tecnici. Tutti meritati, sia chiaro. A un trionfo da Bruschelli e due da Aceto, con tre o quattro anni da correre ancora ad altissimi livelli, Tittia pare destinato a diventare il fantino più vincente della storia.