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Interviste
25 Novembre

Lo sguardo di Marco Bucciantini

Federico Corona

1 articoli
Come unire nel profondo calcio e poetica.

Marco Bucciantini è un prezioso testimone del nostro tempo. Quando arrivo per incontrarlo è già lì che passeggia blando con un gelato in mano, un libro che si stringe a fatica nella tasca e lo sguardo che sembra posarsi su ogni cosa. Giornalista, tanti anni passati all’Unità dove è anche stato direttore per qualche mese, prima di approdare come opinionista a Sky e rovesciare silenziosamente i canoni del racconto sportivo contemporaneo con il suo linguaggio lirico e onesto, che trabocca passione e competenza. Gli fai una domanda e potrebbe parlare per ore, ma il suo non è un flusso di coscienza: Bucciantini è fluviale perché ha davvero tanto da dire, e a passarti quel pensiero, quella visione, quell’immagine contaminata di mondi ci tiene.

Quello che ti distingue è la capacità di fondere poetica e tatticismi, sentimento e gesto tecnico, antropologia e scelte in campo. Come e grazie a chi hai forgiato questo linguaggio e modo di pensare al calcio?

Io faccio fatica a inquadrarmi. So chi ho letto, so chi vedo, a chi rubo. Quelle persone le conosco, ma come funzionano in me non lo capisco. Un esempio è sicuramente Gianni Clerici, uno che ha giocato Wimbledon ma al tempo stesso è letteratura, è immagine, ampiezza. Tommasi disse una cosa bellissima su di lui: “Se leggi Clerici non sai chi ha vinto, ma scopri perché ha vinto”. Una battuta fantastica. Si tratta di indagare qualcos’altro che poi diventa uno stile, una necessità. Non lo sai come ti costruisci. A me ha aiutato il cinema, l’ho studiato tanto e cercavo di capirlo. Il cinema ha un suo linguaggio fatto di strati, e tormentarsi per raschiarlo, per cercare di andare più a fondo poi diventa un’abitudine, e tendi a farlo con tutto. Il calcio penso di capirlo perché mi è sempre piaciuto, perché lo giocavo, e lo giocavo con la necessità di capirlo, anche quello. La passione è la prima cosa che ti muove verso la competenza. Se non sei appassionato non diventi competente, diventi studioso L’altra mia grande passione è la parola. Il modo migliore per arrivare. Noi viviamo in una comunità, e riempiamo la vita a seconda di quanto riusciamo a darci e ricevere. E con la parola è più semplice, la parola entra. La ricerca della parola è una delle più belle attività che possiamo fare. Io mi piaccio di più quando trovo una bella parola piuttosto che una bella camicia, infatti non le metto, le camicie. In sala trucco non ci passo, ma un libro me lo leggo. Finzioni di Borges è il libro che regalerei a tutti. Che obbligherei tutti a leggere. È la filosofia che piace a me: specchi, labirinti, porte. La letteratura, la musica, la storia, la storiografia, l’arte, sono attività che ti stimolano verso una continua ricerca di parole, di verbo. Una ricerca che mi appassiona e probabilmente ha fatto posa su di me, e di cui ne sono anche un po’ vittima.

Il paradigma della comunicazione sportiva sembra essere in mutamento. Negli studi tv si parla più di calcio giocato, gli allenatori sono più disponibili a spiegare le loro scelte tattiche, e si rincorrono meno polemiche e moviolismo. Penso a Lele Adani, che ha contribuito a portare l’analisi al centro del dibattito?

Adani ha una qualità, quella della divulgazione. È importante: non fai le cose solo perché ti senti meglio e sei preparato, che è anche una cosa bella, ma le fai perché hai bisogno di trasferire qualcosa a qualcuno. È qualcosa di più fine della pedagogia, meno dall’alto verso il basso. Questa divulgazione ha elevato lo standard della televisione. Anche Sky, in un certo senso, ha dato una patina diversa al linguaggio televisivo. Fino a oggi eravamo abituati alla rendita di posizione: si è accettato che di calcio parlassero solo gli addetti ai lavori, quelli che hanno giocato, quelli che “hanno battuto un calcio d’angolo” per usare una vecchia frase degli anni ’80. Anch’io ho battuto un calcio d’angolo in prima categoria e ne ho il diritto, se studio, di parlarne. In tanti sport lo studio è importante quanto l’esperienza. Aggiunge all’esperienza. Sacchi era visto come un pazzo, come un alieno, e meno male. Così ha piegato alle sue fisse i campioni e ci ha lasciato qualcosa di indelebile. Se avesse giocato a calcio magari avrebbe vinto quattro scudetti ma non avremmo parlato di quel Milan. A volte serve la teoria e noi abbiamo avuto paura della teoria e ne abbiamo ancora.

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Solo un folle può rivoluzionare il gioco del calcio (e vincere)

Non rischia di essere una forzatura, per uno come te che si tiene alla larga da banalità e risposte preconfezionate, essere ospite fisso e dunque costretto a dare sempre una lettura?

È manierismo, e il manierismo è un’insidia. Soprattutto in questo momento in cui appena una cosa mediatica funziona viene subito rapita, sfruttata. E noi viviamo nella società dello sfruttamento, anche intellettuale. “Sfruttamento” è una parola che va a esaurimento, è come quando fai una cava in terra, trovi il minerale e poi finisce. È anche stupido come concetto: funziona il mio modo di parlare, ma se lo sfrutti non funziona più. Questa società è talmente cretina che sfrutta, e sfruttando finisce e ha bisogno sempre di scavare nelle montagne. Siamo montagne piene di buchi. In questo senso mi piace molto come mi usa Alessandro (Bonan, ndr), un fuoriclasse della televisione. Ha saputo trovarmi un posticino. Quando quest’estate ha inventato quella cabina sembrava fatta per me, ma mi ci mandava solo per due minuti, una volta a settimana. Dunque diventava un modo giusto di usarmi. La vita è anche questo, trovare persone che credono in te.

Capita anche di non trovarle, ma a quel punto è davvero necessario sapersi vendere?

Vendersi è corrompersi. Se ti vendi vuol dire che in testa hai dei clienti, io spero di avere lettori, ascoltatori. Ho sempre sperato che ascoltandomi si incuriosissero. Non sopporto le abitudini, le domande facili, le scorciatoie di pensiero. E le abitudini sono scorciatoie. La comunicazione è piena zeppa di riflessi pavloviani: metti una scodella e il cane sbava. E noi tendiamo sempre a mettere la scodella sotto la faccia dei telespettatori. Io invece sono convinto che possano anche mangiare invece che sbavare. Devi un po’ incuriosire. Ecco, l’unica cosa in cui mi riconosco, e ammetto di ricercarla in modo anche un po’ effettato e narcisistico, è quella di allargare, di trovare connessioni, intrecci, contaminazioni con altre sfere. Il calcio è un fenomeno culturale che ha una grande importanza politica e sociale per un paese. Quando fallisce una società di calcio è come se fallisse una città. Sono convinto che il calcio sia importante, e se è così importante perché non gli devi trovare un collegamento? Ne Gli Uomini e lo sport,  Roland Barthes sostiene che nello sport l’uomo realizzi il contratto umano. Lo sport ti fa realizzare delle potenzialità. In un campo, ma anche da spettatore, bruci le tue paure, le tue angosce, porti la tua felicità all’euforia, aiuti un tuo compagno a vincerla, hai paura ma corri e la sfoghi, c’è una realizzazione umana che è superiore a quella di tutti i giorni. A me allo stadio il cuore diventa matto. Tremavo le prime volte. È purezza di sentimento.

C’è stato un momento della storia sportiva recente emotivamente più intenso dell’addio di Totti? E quanto sta soffrendo a stare seduto lì, a guardare il suo gioco, che nel profondo sente ancora pulsare dentro di sé con passione fanciullesca?

Sono contento di essermi emozionato e aver condiviso questo sentimento con milioni di appassionati. In fondo, era un momento privato “vissuto” in pubblico. Ed uno stadio che ogni domenica conta i posti vuoti (molti più della metà) era invece pieno, colmo. Per festeggiare un uomo, un calciatore, la sua testimonianza, il suo universo racchiuso nella sua carriera e nei suoi colori. Era – quello stadio, quel momento – un incrocio di passioni. Totti si è realizzato come uomo nel calcio. Adesso è smarrito davanti alla vita nuova, al tempo nuovo. Non sa stare seduto in tribuna, non ha la postura che è figlia del pensiero. E lui deve ripensare se stesso. Ci riuscirà, perché il calcio l’ha fatto uomo, l’ha riempito di valori e sentimenti autentici che nel giorno dell’addio hanno disintegrato le barriere del tifo, hanno creato un dramma popolare dove il calciatore ha usato le parole umane (tutt’altro che divine): ho paura, aiutatemi. Abbiamo pianto, forse anche capito. Mattia Feltri ha scritto su La Stampa: “quando muore Ettore, lo piange anche Achille”. Penso sia un epitaffio esagerato e bellissimo.

La Sud poco dopo l'ingresso di Totti per il suo addio al calcio (foto di Paolo Bruno/Getty Images)
La Sud poco dopo l’ingresso di Totti per il suo addio al calcio (foto di Paolo Bruno/Getty Images)

Parli spesso dell’opportunità di costruirsi una biografia. È una questione di giustizia sociale, di sensibilità, o dovrebbe essere una sorta di “dovere morale”?

Dovrebbe essere un’evoluzione. Non conosco nessun’altra evoluzione della specie oltre a quella di essere valutati per quello che si è in grado di fare. Una delle più grandi spie di arretratezza culturale del paese. La sostanza della nostra vita, della tua e della mia, di un giocatore, di un allenatore, di tutti, risiede nell’accesso alle possibilità, che non vuol dire la possibilità, ma che si può fare una gara sui 100 metri e partire tutti dalla stessa riga. Chi ha potere mantiene, perpetua, chiude. Valutare una biografia invece significa aprire, accettare l’idea di crescere, di vedere un dopo, un futuro: di un paese o di una squadra.Il calcio è un mondo di ereditieri: ci sono ex giocatori che continuano ad allenare in serie A e non ne hanno infilata una, allenano per il loro passato, non perché hanno studiato, non perché hanno vinto. Poi ci sono anche quelli bravi, naturalmente. I primi tre in classifica sono tre toscani che hanno fatto la gavetta (ndr, l’intervista è stata fatta nelle ultime settimane di ottobre). Nessuno, nonostante Allegri abbia giocato ad alti livelli, aveva uno status di ex giocatore così importante da ereditare una panchina di A. Hanno dovuto vincere o affermarsi prima a un livello inferiore, e quelle squadre sono state la loro palestra. Il fatto che la Toscana conti tante squadre in Lega Pro ha permesso loro di allenare. L’accesso, appunto. Questa possibilità ha valorizzato i loro talenti, costruendo biografie piene di idee, ma anche di pane duro, di fallimenti, di lotte, di indole e vocazione, di passione e di pazienza, di lavoro che oggi si consacra perché parte da lontano. E io sono contento che loro tre siano lassù.

Puoi descrivere la differenza di toscanità che separa, o unisce, Allegri, Sarri e Spalletti?

Non riesco a capire e valutare le differenze. Arriva (sì, in modo diverso) la loro toscanità, una spiccata reattività alle domande, alle polemiche. Azzardo, scadendo nella presunzione (ecco, questo è tipico dei toscani…): Spalletti è certamente più concettuale e sospettoso, a volte avvitato. Ma è un fuoriclasse: riesce a trovare sostanza e armonia in ogni situazione. Sarri è fieramente isolato, studioso superbo, preferisce a volte la fuga scurrile dal confronto per non dover scoprire le sue ragioni, come dovesse proteggere la sua enorme biografia. Allegri è livornese in purezza: trova quasi involontariamente la polpa della vita e delle cose, affronta i problemi come se dovesse risolverli in fretta o altrimenti guardare avanti, c’è la velocità del posto di mare, dove si parte e si arriva, una mescola eterna che lui supera con la sfacciata e schietta e superficiale praticità che è di questa gente, semplice e intuitiva. Io riesco sempre a vedere cosa si portano dietro da questa terra cavillosa, critica, incontentabile, appassionata. E anche esteticamente bella, da costringerti a considerare l’estetica della natura e a cercarla nel lavoro e nelle cose. Senza generalizzare, che è sempre un modo ipocrita di togliere qualcosa a qualcuno, per spiegare qualcun altro. Ma vedo anche nei loro difetti un continuo stimolo di crescita, la voglia d’aggiornamento, la messa in discussione.

NAPLES, ITALY - OCTOBER 21: Coach of SSC Napoli Maurizio Sarri greets coach of FC Internazionale Luciano Spalletti during the Serie A match between SSC Napoli and FC Internazionale at Stadio San Paolo on October 21, 2017 in Naples, Italy. (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)
Le radici prima di tutto

Quella di Sarri ha tutti i crismi della seconda grande rivoluzione calcistica italiana dopo quella di Sacchi. Potremo considerarla così anche se non dovesse vincere?

La più grande rivoluzione che abbiamo avuto è stata quella di Michels, insegnante di educazione fisica con quattro espressioni facciali. L’Ajax lo chiama e lui cambia la storia del calcio. Allora servivano le nazionali per dare un valore universale. Era con l’Olanda che potevi vedere il calcio mondiale, non c’erano i mezzi, non lo conoscevi. E quell’Olanda non vince, però ha cambiato il calcio. La più grande vittoria storica è la memoria. Se fai posa nella memoria delle persone, hai vinto. Infatti ricordiamo la grande Olanda e non la grande Germania – o meglio, la ricordiamo ma in modo diverso – di Gerd Muller che fu vincente, o l’Argentina che trionfò col dittatore Videla in tribuna. Sacchi fu la declinazione di Michels, Guardiola il suo aggiornamento, e Sarri è un terzo rintocco. Mi fa piacere lo dica Capello, il più grande colpo d’occhio che abbiamo sul calcio: “a Napoli sta succedendo qualcosa”. È vincente cosa resta, non cosa tiri su al cielo.

Considerando filosofia, estetica, crescita dei giocatori, fatturato, che posto occuperebbe nella storia l’ipotetico scudetto del Napoli? Che messaggio lancerebbe?

Sarebbe la salvezza del calcio. Un’altra cosa importante è come il Napoli fa calcio: mancano strutture, ha uno stadio fatiscente, cura poco il settore giovanile, anche perché è una società recuperata dal fallimento. Mentre la Juve si strutturava il Napoli sopravviveva. Però ha creduto nel calcio. Ha un presidente che guadagna col calcio, che cresce insieme al livello sportivo del Napoli. In questo modo ci sta dicendo che non sono i soldi che fanno il calcio, ma col calcio puoi fare i soldi, se lo fai bene. Vuol dire che il calcio oltre ad essere dei ricchi diventa di tutti quelli che lo sanno fare. Cazzo questa è una rivoluzione! Poi c’è l’investimento tecnico, un allenatore che lascia un’impronta estetica dapprima, per farsi seguire e poi stupire tutti. Uno come Sarri che viene dal nulla, se non fosse un impressionista, uno che lascia un’impressione forte di sé, non lo seguirebbero. È un idealista, e gli idealisti hanno delle incoerenze. L’idealismo è un’utopia, e quando ti convinci di essere idealista rischi di diventare antipatico. Però sono questi i personaggi che incidono sulla storia, perché diventano maniacali, ossessivi. E mentre gli altri vanno in America a farsi prestare soldi lui lavora, allena. I procuratori in ritiro non li vuole. Il Napoli è una società semplice: presidente, dirigente, allenatore, che possibilmente nemmeno si parlano perché sono caratteri forti, individualisti. Una filiera netta. E d’estate proteggono il loro lavoro. Dovremmo ringraziarli.

"Il Napoli è una società semplice. Una filiera netta. (Foto di Marco Luzzani/Getty Images)
“Il Napoli è una società semplice. Una filiera netta.” (Foto di Marco Luzzani/Getty Images)

Qual è la differenza tra genio e talento?

Il talento è la capacità di rendere naturale e con stile l’esercizio difficile. È una manifestazione delle possibilità umane: è rassicurante, affidiamo al campione – riconosciuto come superiore per tecnica, forza fisica, resistenza morale, tenacia – questo incarico di sviluppare le nostre qualità. Il talento contribuisce alla fiducia nel consorzio umano: qualcuno sposta più avanti l’evoluzione, diminuisce i tempi, allunga le misure quando salta più in alto e più in lungo, mostra gol che prima di riuscire parevano impossibili. Il talento è perdurante e si rinnova e si aggiorna. Il genio è sconvolgente, rivoluzionario. Non avvisa, compare. E non avvisa: scompare. È una visione laterale, è tempo nuovo e concetto sconosciuto senza intento pedagogico. Quello che fanno i geni è inaccessibile alle possibilità degli altri, e spesso i geni non perdurano, si bruciano dopo aver lasciato immagini indelebili o aver aperto varchi nella storia. È difficile da spiegare e da capire. Può essere incompreso e il senso di quanto fatto esplodere a distanza di anni.

A proposito di geni, in questo eterno paragone tra Maradona e Messi, da che parte stai?

Continuiamo a valutare Messi ponendoci la domanda sbagliata: a Messi manca una partita e continuiamo a chiedere a Messi quella partita che è un po’ come andare davanti alla Gioconda e dire: però, insomma, potevi ridere un po’ di più. Messi è un capolavoro della natura, Maradona è diverso. Per usare un’immagine della natura, Messi è fiume limpido che diventa mare pescoso, ti inonda di talento, però Maradona era quel mare che torna alla montagna. Maradona non ci ha dato 100mila esibizioni di sé, ce ne ha date meno, però era l’acqua che tornava a monte, era lo scudetto che va a Napoli, l’Italia che si allarga. Maradona ha riscritto la geografia, non solo la storia. Messi è il creato, Maradona è la vittoria dell’uomo sulla natura.

SAO PAULO, BRAZIL - JULY 01: Argentina fans enjoy the atmosphere prior to the 2014 FIFA World Cup Brazil Round of 16 match between Argentina and Switzerland at Arena de Sao Paulo on July 1, 2014 in Sao Paulo, Brazil. (Photo by Clive Rose/Getty Images)
A proposito di paragoni scomodi e di religione, più o meno laica ((Photo by Clive Rose/Getty Images)

Secondo Mourinho “chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”. Come inseriamo i giocatori in questo aforisma? L’immagine stereotipata che abbiamo di loro suggerisce che siano poco inclini a coltivare altri interessi oltre al calcio. Credi che cultura e conoscenza possano espanderli e arricchirli anche sul campo o correrebbero il rischio di essere meno spontanei e di “inquinare” la gioia naturale del gioco che porta alla realizzazione del gesto tecnico?

Io ho conosciuto diversi calciatori per lavoro e li ho trovati molto più maturi di tanti loro coetanei. Bene o male un giocatore si emancipa presto, costruisce prima. Perché ha i soldi, e dunque può cercare casa, trovare la sua indipendenza, andare in giro per il mondo. Ci sono molte cose per cui i calciatori danno l’impressione di essere più adulti, anche se magari hanno meno enciclopedia. Hanno più esperienza pratica e per certi aspetti, dunque, sono anche più intelligenti. Hanno meno nozioni, ma fanno in tempo a farsele. Ci sono dei campioni, come Jim Courier, che hanno smesso di vincere partite di tennis quando hanno cominciato a leggere i libri al cambio campo. Perché in alcuni sport c’è la ripetizione ottusa del gesto, e il tennis è l’esempio più calzante. Devi fare solo una cosa, colpire la pallina diecimila volte, e se hai in testa solo questo è più facile che tu la colpisca. Poi ci sono altri che hanno bisogno di nutrirsi. Io su questo non riesco a vedere una teoria, non riesco a dire si fa così. Umberto Eco diceva che noi siamo la nostra enciclopedia, e vediamo il mondo attraverso quello che sappiamo e quindi a un certo punto, quando smette, anche il calciatore vede tutto con quello che sa. Poi sono anche culturalmente figli dei nostri tempi. Un vecchio allenatore mi raccontava che una volta, oltre al calcio c’era una vita. Oggi esci dall’allenamento e ti chiama il procuratore, guardi sui social il tuo gol che viene ripreso da mille angolature, il calcio è più totalizzante, più schiavizzante. Il problema della nostra società non è trovare il calciatore intelligente ma ignorante, cioè senza enciclopedia a 25 anni. Ma è trovare lo studente universitario ignorante a 25 anni. Chiediamo ai calciatori quello che ai nostri figli non sappiamo chiedere.

C’è una storia che in questo momento, più di altre, andrebbe raccontata?

Vedo che il cinema sta raccontando i duelli sportivi (Lauda e Hunt, Borg e McEnroe, Billie Jean King e Bobby Riggs): lo scontro – di opposti, anche di genere – funziona perché è già sceneggiatura naturale. Sky in tv è riuscita a modernizzare e rilanciare il racconto sportivo con Porrà e Buffa. Parlare bene di una cosa significa tramandarla, cioè depositarla nella memoria delle persone, darle ruolo e valore. Renderla riconoscibile e importante. Se ci pensi, il sapere si è diffuso così, anzitutto dalla sua conservazione. Per secoli, molti uomini erano addetti solo a questo lavoro. Poi, s’è persa questa abitudine, abbiamo divorato le nostre passioni, depravandole. Ci siamo messi a tessere le nullerie. Abbiamo dimenticato i gesti, le biografie, i sentimenti, le persone. Ma qualcosa riaffiora e resta. Bisogna vedere bene, aspettare, io sono stato spettatore fortunato, ho visto Olimpiadi e Mondiali per lavoro, li ho potuti descrivere e narrare. Bolt mi ha dato la maggiore impressione di talento, di sviluppo dell’uomo, di qualcosa che forse saremo fra molti decenni. Federer è resistenza pura alla corruzione del tempo, il maggior messaggio di sopravvivenza che conosco (ecco, torna il talento nel suo significato rassicuratorio). Non c’è un ciclista che mi sia indifferente. E Rudisha con i suoi 800 metri a Londra mi sembrò elevare le capacità umane, tanto che trascinò dietro sé altri sette atleti al loro miglior tempo di sempre! Queste sono grandi storie. Basta raccoglierle. Altre vanno cercate. Mi piacerebbe che facessero Alex Zanardi senatore a vita. So che è cambiata la legge, ma lo farei. Lo sport in certe sue manifestazioni fa lustro al Paese, diventa politica nel senso nobile. E andrebbe riconosciuto.

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