Calcio
22 Aprile 2022

Jan Vertonghen uno di noi!

Il belga ha chiesto alla FIFA di intervenire sulle simulazioni dei calciatori.

Dopo il clamore delle dichiarazioni settembrine di Stefano Pioli – che aveva chiesto l’introduzione del tempo di gioco effettivo, il time-out e il divieto di passaggio all’indietro dopo la metà campo –, il tema relativo all’effective playing sembra essere prepotentemente tornato al centro del dibattito culturale e sportivo. Le ultime dichiarazioni in proposito arrivano infatti dal Portogallo, dove Jan Vertonghen – difensore del Benfica, ma anche ex-colonna di Tottenham ed Ajax – ha denunciato (certo sempre via tweet) il comportamento di quei calciatori che, per abitudine, strategia o pigrizia, rimangono a terra tre quarti d’ora al minimo contatto di gioco.

«Il calcio ha davvero bisogno di cambiare sul tempo effettivo di gioco, il prima possibile. Le squadre traggono un vantaggio dalle continue simulazioni dei giocatori, dai loro continui pianti. Così facendo, tolgono la gioia del tifoso che vorrebbe vedere una vera partita di calcio e non uno spettacolo teatrale!».

Lode a te, Jan. Il punto sottolineato da Vertonghen ci sta particolarmente a cuore. Non tanto quando – come potrebbe sembrare dall’incipit del discorso – il difensore belga chiama in causa il tempo effettivo di gioco e il vantaggio che le squadre trarrebbero dalla strategia delle simulazioni (e dalla perdita di tempo). Su questo fronte, siamo ancora da questa parte della barricatacome abbiamo scritto dopo Atletico Madrid vs Manchester City, ad esempio. Se una squadra ricorre al gioco sporco per portare a casa il risultato, non ha senso parlare di “scorrettezza”, “slealtà”, “ingiustizia”. La vita è ingiusta, perbacco. È il giustizialismo (social-messianico) che semmai ci spaventa: motivo per il quale non saremo mai con il VAR (a livello concettuale).


Vertonghen però a nostro avviso non intende parlare di questo aspetto del gioco. La simulazione è un’arte, e la teatralità fa parte del gioco – si chiama mestiere, alla faccia dell’immacolato e sempre-educativo rugby. Il punto è che la simulazione di Fabio Grosso contro l’Australia non è paragonabile al pianto di un quarto d’ora di Di Marco in Lazio vs Inter di quest’anno. La prima è teatro, la seconda è cinema.

Forse per questo Vertonghen fa appello ai tifosi, stanchi di vedere i giocatori continuamente a terra, rotolarsi per una manata mai data (un esempio recente: D’Ambrosio vs Vlahovic qui), piangere due minuti e mezzo stramazzando al suolo per poi rientrare beatamente a bordo campo allo scoccare dei 180 secondi. Vertonghen, che ha commentato il suo tweet chiedendo anche lo stop fuori dal campo del giocatore caduto (e rimasto) al suolo per 2 minuti e 30 almeno, nonché l’interruzione del tempo (stop clock) e il cartellino rosso per le simulazioni più palesi (obvious diving), si è esposto sulla questione da uomo di calcio, cosa che nessun altro ha fatto finora.

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Prima di lui, sul tema era tornato sempre Stefano Pioli dopo lo 0-0 contro il Torino di Juric di due settimane fa: «A fine match ho detto all’arbitro che è inutile concedere tanti minuti di recupero, se prima non viene tutelato a sufficienza il ritmo partita». Curioso, se pensiamo che secondo le statistiche della Lega Serie A il tempo di gioco effettivo di questa sfida aveva fatto segnare 52 minuti e 10 secondi, con la media in campionato del Milan a 50’ e 01 secondi.

La verità è che per Pioli e chi come lui chiede l’introduzione del gioco effettivo, la motivazione del cambiamento è lontana anni luce da quella di Jan Vertonghen. Quest’ultimo parla da tifoso, si direbbe almeno da appassionato del gioco, e denuncia un problema davvero reale nel calcio – sempre più balletto e meno sport di contatto. Pioli, tutt’al più – e sbagliando bersaglio, peraltro –, analizza una questione tecnica, da buon nerd del calcio qual è. Mentre la FIFA ha dichiarato (sempre a inizio aprile) che «non ci saranno cambiamenti alle regole relativamente al gioco effettivo né per Qatar 2022 né per altre competizioni», noi continueremo a tifare per l’essenza del gioco: vincere, costi quel che costi. Rimanendo, possibilmente, calciatori.

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