Papelitos
06 Febbraio 2022

Il VAR è il peccato originale

Non ci convincerete mai.

Sappiamo bene di essere minoranza, netta minoranza, ma va bene così. Non si vive per il consenso, soprattutto se si fa giornalismo, per alimentare il luogo comune e assecondare l’opinione pubblica. Siamo ben consapevoli che se ci fosse un referendum popolare sul VAR il al suo utilizzo otterrebbe percentuali bulgare, eppure un’opposizione serve, anche se di bandiera: siamo troppo abituati oggi a vivere di convinzioni ferree, ad essere intimamente convinti che chiunque non sia d’accordo con noi sbagli, a squalificarlo a priori per il solo fatto di non pensarla come noi. Siamo troppo abituati a non esercitare più il dubbio.

Sul VAR ci siamo posti tante domande, ma non siamo ancora riusciti a trovare delle risposte. Sappiamo che si tratta di una questione complessa, forse di un approdo inevitabile – quello del supporto tecnologico per il mondo del futbol. Ma sappiamo anche che, nella transizione, abbiamo perso tanto. Il VAR ha portato un progresso al pallone, si ripete da due anni, eppure a noi questo progresso sfugge. Diceva Heidegger che l’uomo resta sempre fondamentalmente nello stesso luogo, che per lui, nell’essenza, non esiste alcun progresso. Ebbene qual è il progresso fondamentale, essenziale, che il VAR ha portato al mondo del calcio? Il fatto di ridurre l’errore arbitrale?

La “giustizia? Ma cosa siamo disposti a sacrificare per la giustizia, ammesso e non concesso che esista? Cosa siamo disposti a sacrificare per la “verità”?

Perché siamo portati a credere che la verità sia più nobile del suo contrario? Un conto è ritenere che la classe arbitrale sia corrotta, e allora certo il VAR sarebbe un fattore di giustizia sociale. Ma se accettiamo che così non è, perché non riusciamo ad accettare il verdetto del caso, la ruota che gira? Se avessimo avuto il supporto elettronico, non avremmo goduto del momento più mistico, epico e letterario del calcio moderno: la Mano di Dio, un atto meta-fisico che ha unito terra e cielo, che ha ispirato letterati, poeti, registi, che ha concesso la rivincita politica ed esistenziale a un popolo. Che ha riassunto il genio di Diego, profeta e ladro del futbol insieme, autore del gol più bello e di quello più surreale in una singola partita, nella cornice magica dell’Azteca.

Chissà cosa ne pensa Paolo Sorrentino del VAR. Chissà cosa ne avrebbero pensato Pasolini e Galeano, che parlavano del momento del gol e della reazione del tifoso in termini quasi filosofici, poetici, ancestrali – “l’orgasmo del calcio”, lo definiva lo scrittore uruguaiano, e come si può essere così crudeli da voler interrompere un orgasmo?



Quanto successo ieri ai tifosi della Roma, che dopo una partita bloccata sullo 0-0 per 90 minuti vedono il gol della propria squadra, esplodono nell’urlo collettivo e sono costretti poi a ricacciarselo in gola (da un arbitro che aveva visto ma valutato male), non dovrebbe mai accadere nel calcio. Non è giusto, questo non è giusto, e chissenefrega se era fallo, chissenefrega della verità. Ha ragione quel fesso di Zaniolo quando si fa espellere dall’arbitro (anche qui, poca sensibilità del signor Abisso per un semplice “ma che cazzo fischi?”): ha ragione anche se aveva torto! Tante volte abbiamo parlato delle criticità nell’esercizio del VAR, dei limiti del suo funzionamento, e non vogliamo tornare sul tema. Questa è invece una “critica” estetica, sentimentale, letteraria se ce lo concedete.

Perché mentre le polemiche continuano, come prima se non più di prima, ci dicono che gli errori arbitrali si sono ridotti – e di molto! Vero, saremmo disonesti a negarlo, ma che importa? Si parla di giustizia, ma siamo sicuri che sia giusto annullare un gol per un contatto di venti secondi prima – e per cui magari gli stessi difendenti non hanno protestato, come spesso capita – solo perché l’occhio che tutto vede ha individuato una microscopica irregolarità? È giusto per questo interrompere l’orgasmo di migliaia di persone? Si tratta invece di un’ingiustizia cosmica, di un affronto ad Eupalla, di una tortura alla psiche del tifoso!

E tornando a scrittori e letterati, non è un caso che la critica all'(ab)uso del supporto tecnologico provenga da alcuni “intellettuali” nel calcio, da chi è ben consapevole del valore trascendente e metaforico del pallone che non può essere ridotto a norme e calcoli regolamentari. Jorge Valdano ad esempio ha parlato del VAR come di un “peccato originale” del futbol: un mezzo che magari “porta giustizia” – deve ammettere per non essere crocifisso – ma che sacrifica il “lato selvaggio che rende così speciale il calcio”:

«Ho sempre pensato al calcio come a un vecchio animale mitologico, con una sua natura primitiva e un’antica saggezza, in grado di scatenare passioni alte e basse. Questo glorioso mostro antico può andare d’accordo con la tecnologia, se si tratta di raccontare cosa succede durante una partita, in nessun caso se è invasiva, perché la tecnologia prende il sopravvento su tutto ciò che tocca. Per questo motivo, ho visto il VAR dal primo momento come un peccato originale del calcio, a cui mancavano solo la mela e il serpente».

È che oggi siamo troppo razionali, anche nel “gioco”, e non siamo più disposti ad accettare di essere animali. Così, per continuare con le parole di Valdano, si è innescata «una collisione frontale tra il vecchio e il nuovo. Tra la visione metrica di un gioco che si svolge in un campo di cento per settanta e l’aspirazione millimetrica di una tecnologia che arriva dove l’occhio umano non lo fa. L’esplosiva spontaneità dopo un gol contro un urlo differito, autorizzato da una macchina». Noi, da buoni maniaci del controllo, abbiamo scelto di obbedire alle macchine perché, teoricamente, garanzie di verità: per la “verità” abbiamo rinunciato all’epica, per la prosa abbiamo accantonato la poesia. Ma siamo sicuri che, in nome della giustizia, non abbiamo sacrificato anche l’umanità?

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