Le diseguaglianze economiche nello sport, così come in ogni altro aspetto della vita, sono le conseguenze di quelle stratificazioni sociali sulle quali l’economia mondiale si regge. Ricorrendo al metaforismo proprio dello sport, potremmo esemplificare gli effetti di tali disparità osservando la griglia di partenza di qualsivoglia competizione motociclistica, dove si è allineati secondo una determinata scala di valori. In questo caso, però, il principio ordinatore è rappresentato sì dai cavalli dei motori in dotazione, ma soprattutto dal talento di cui ogni pilota dispone, l’unica componente umana in grado di soverchiare la rigidità di ogni schematismo. Lo sport nel tempo ha espanso enormemente i suoi confini, diventando un vero business. Il calcio, in questo panorama, guarda tutti dall’alto. I grandi talenti sono concentrati in poche squadre, perché chi comanda, in questo sistema, è il fattore economico. In tutti le competizioni accade con sempre maggiore frequenza che laddove non arriva il talento si riafferma il blasone. Non a caso alcuni anni fa Mario Sconcerti, uno di quelli che servendosi dei numeri cerca di restituire una logica ad uno sport che ne è apparentemente privo, ha messo nero su bianco uno degli assiomi del football moderno: “Vince chi ha più soldi”.

Nasser Al-Khelaifi, miliardario patron del Paris Saint-Germain con Leonardo, direttore tecnico della squadra francese

Nasser Al-Khelaifi, miliardario patron del PSG con Leonardo, direttore tecnico della squadra francese

A riprova della veridicità dell’assunto sconcertiano vi sono i dati dell’ultimo report stilato dall’Osservatorio del calcio italiano: una vera e propria fotografia dell’andamento, nazionale e non, del calcio globale. E’ sufficiente allungare lo sguardo sulle prime quattro posizioni della raccolta dati per trovare la ragione di un’egemonia – quella esercitata dai club afferenti ai quattro maggiori movimenti continentali per fatturato – che non non ha eguali nella storia. La graduatoria dell’Osservatorio vede infatti all’ultimo posto la FIGC, quarta forza economica a livello europeo con 1.905 milioni di euro di fatturato annuo; vi sono poi i tedeschi della DFB, terzi con 2.422 milioni di euro; secondi gli spagnoli della RFEF con 2.408 milioni di euro; infine, l’ irraggiungibile Football Association che, con ben 4.046 milioni di euro, rappresenta ad oggi il modello da seguire. Cifre che, pur non sembrando avere alcuna valenza dal punto di vista prettamente tecnico, certificano realmente quanto è sotto gli occhi di tutti: il denaro ha ormai definitivamente subordinato a sé il talento, comportando una sempre più tangibile polarizzazione tra club di prima e seconda fascia. Gli effetti di tali disparità hanno raggiunto anche la nostra penisola pallonara: ormai da diverse stagioni, di fatto, la quota-salvezza si è stabilizzata su cifre ben più modeste rispetto al passato, quando i famosi “40 punti” erano la chimera di ogni formazione destinata a sgomitare nella colonna di destra della classifica. Consequenzialmente la faglia che storicamente oppone realtà calcistiche metropolitane e provinciali, e che di fatto costituisce la ragion d’essere del tifo locale, sembra oggi sempre più assumere i connotati di una vera e propria deriva.

“Il calcio oggi è sempre più un’industria e sempre meno un gioco” (Zdenek Zeman)

Una deriva di cui i magnati del pallone non sembrano preoccuparsi granchè: anzi, c’è chi come Aurelio De Laurentiis  istrionico patròn del Napoli – va ribadendo ormai da diverso tempo la necessità di sbrigliare l’élite del calcio continentale dai relativi contesti nazionali, al fine di ovviare a questa fase di stallo. Un vero e proprio “campionato europeo” quindi, una competizione che annoveri tra i suoi partecipanti solo i migliori team  provenienti dai più importanti movimenti europei. Un’idea, questa, certamente mutuata dalla European Rugby Champions Cup, la kermesse rugbistica per club più prestigiosa a livello continentale, che vede sfidarsi annualmente le migliori quindici franchigie delle federazioni di Francia, Galles, Irlanda, Inghilterra, Scozia e Italia. Senz’altro tale modello presenta degli indiscutibili vantaggi per i top club in questione: questi infatti vedrebbero ridursi drasticamente il numero di impegni annuali e, d’altra parte, riuscirebbero a capitalizzare come non mai il gettito di denaro proveniente dagli sponsor e dal pubblico pagante che, inoltre, vedrebbe allargarsi il proprio bacino d’utenza divenendo sempre più cosmopolita. Che poi ad aumentare la confusione, facendo da contraltare alle tendenze elitarie che spirano sulla UEFA, vi sono le politiche apparentemente sempre più inclusive al vaglio della FIFA. L’Europeo francese, da poco terminato, ha infatti segnato una drastica svolta rispetto alle edizioni precedenti: si è passati, e non senza poche polemiche, dalla canonica formula a sedici squadre a un torneo a ventiquattro rappresentative. Allo stesso modo è ufficiale il passaggio al Mondiale a 48 squadre dal 2026, e l’idea di un torneo internazionale itinerante (per coinvolgere quante più Nazioni possibile) sta trovando sempre più conferme. Il rischio è tuttavia che la pretesa di “dare il calcio a tutti” sia il parallelo calcistico delle “esportazioni di democrazia“, portando anche l’organizzazione a chi non è pronto o, soprattutto, nemmeno la vuole. La macchina organizzativa della Fifa si è mossa nel Paese carioca alla stregua di una multinazionale. Ecco dunque che laddove prima c’erano solamente favelas, sorgono ora delle enormi cattedrali. Cattedrali nel deserto. Per lo più, ironia della sorte, in Brasile, la terra del futbol bailado; di chi continua a far rotolare la pelota tra la sabbia; di chi, alla mancanza di infrastrutture ingegneristiche ha sopperito mettendo il “genio” nei piedi.

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Un’immagini più che esemplificative

Immagini più che esemplificative

Appaiono ormai distanti i fasti degli anni Novanta, durante i quali a far da contraltare alle primizie tecniche di cui disponevano le “sette sorelle” vi erano calciatori della caratura di Bierhoff e Guardiola (tanto per citarne alcuni) le cui giocate, oltre a illuminare i campi di provincia, conferivano di giornata in giornata quell’affascinante imprevedibilità del calendario, divenuta ormai materiale da amarcord. Ad oggi, in Italia quanto in Europa, si sta affermando una vera e propria situazione di oligopolio, dove un esiguo manipolo di club con liquidità inedita e sede nei grandi centri metropolitani – a livello formale, essendo molto spesso le proprietà assenti per operazioni finanziarie in giro per il mondo – sta viaggiando a una velocità incredibilmente maggiore rispetto all’andamento reale del calcio.

“Credo che i giocatori e il moderno mondo del calcio debbano capire che stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità” (Giacinto Facchetti)

Emblematico a tal proposito è il metodo con il quale questi club si approcciano alla compravendita dei giocatori: spigolando i migliori prospetti in circolazione, gli scout al servizio di questi club – incuranti dell’entità dei costi dei vari cartellini – li sradicano ancora troppo acerbi per trapiantarli in contesti per i quali è necessaria una crescita più graduale. Un modo di fare mercato che, diversamente da quanto accadeva in passato, riduce drasticamente il tempo di gestazione della promessa calcistica; nel caso infatti non si disponesse di quella classe cristallina necessaria per emergere nell’immediato, sempre più spesso alcuni talenti si vedono perdere nel mare magnum del football odierno. Per giunta, a causa della prepotenza che caratterizza questi mercati, si è ormai smarrito ogni legame tra valore economico e valore tecnico del calciatore. Basti pensare ad alcuni trasferimenti degli ultimi anni: gli oltre 100 milioni per Pogba, 90 per Higuain, 80 per James Rodriguez (comprato per fare da due anni il panchinaro di lusso), ma anche i quasi 30 milioni spesi per Iturbe dopo una buona stagione con l’Hellas Verona. Tutto ciò appare esemplificativo di una deriva inarrestabile, in cui si spostano milioni come si fa nelle “sedi” della finanza internazionale.

“L’essenza del calcio attuale? Il Calciomercato. Oggi tutti i giocatori possono cambiare casacca da un momento all’altro. E’ il regno dell’Insecuritas totale. La lotta di tutti contro tutti” (Maurizio Mosca)

Ad ogni modo, a fare le spese di questo mercato selvaggio sono i club di piccola-media grandezza i quali, perdendo inesorabilmente terreno dinanzi alle multinazionali del pallone, si stanno riducendo ad anticamere calcistiche in cui i migliori giocatori fanno solo balenare il proprio talento. Questo non è un danno ovviamente solo per i club in sé, ma anche per il campionato nazionale a cui partecipano: torna il discorso della quota salvezza a quaranta punti che ormai è diventata un miraggio, per non parlare di squadre a metà classifica che in altri contesti avrebbero lottato per la retrocessione, e che certamente non sono in grado di insidiare né di disturbare la lenta e lunga marcia delle più forti. Insomma, appare chiaro che, laddove vi sia uno squilibrio economico che interessi tanto i singoli club quanto i movimenti nel loro insieme, si assiste ad un’inevitabile perdita di stabilità generale che implica, a sua volta, un’inevitabile affermazione di un duo/monopolio destinato a occupare la scena per anni. Accadeva questo in Bundesliga – un campionato storicamente egemonizzato dal passo dispotico del Bayern Monaco – che da qualche lustro a questa parte, in coincidenza col programma di rinnovamento varato dalla DFB, ha assistito ad una sensibile crescita della qualità media delle sue partecipanti tanto da insidiare prima, e superare poi, la vecchia Serie A. La FIGC ha invece percorso a ritroso il cammino del calcio tedesco. Dopo l’acme del mondiale 2006 infatti – escludendo la coriacea resistenza juventina e l’exploit dell’Inter di Mourinho, che all’epoca rappresentava la più classica delle cattedrali nel deserto – si è assistito dapprima a un declassamento generale (che ha interessato in particolar modo la nobiltà meneghina), quindi a un capovolgimento dei valori dello stesso campionato: si sono infatti imposte realtà quali Roma, sponda giallorossa, e Napoli, squadre che per numero di tifosi ed entità numerica delle città saranno destinate a recitare un ruolo da protagonista in un calcio sempre più suscettibile ai cambiamenti geopolitici (almeno a livello nazionale, considerato che non appaiono ancora pronte a insidiare le big del calcio europeo). Chissà se il tempo darà ragione alla novella Super League cinese, un torneo che dal punto di vista economico e demografico sembra poter insidiare Europa e Sud America. La vera sfida orientale si dovrà infatti giocare sul piano della cultura calcistica: quest’ultima non la si compra, ma va coltivata instillando la stessa passione che ha fatto impazzire due continenti. Ai posteri, e ai cinesi, l’ardua sentenza.