La storia del professional wrestling, come arte sportiva, nasce nei primi anni del ventesimo secolo coniugando e regolando due stili di lotta, quella greco-romana e quella dichiarata “free”. Queste due parti si uniscono nel termine “wrestling amatoriale” con l’avvento delle moderne Olimpiadi del 1896 e perdono la loro connotazione nel 1921 quando avviene la separazione tra l’atto performativo e quello competitivo. La decisione di passare ad un tratto “worked” viene presa in maniera definitiva quando inizia a farsi largo negli anni ’20 la sensazione che predeterminare i match e le caratteristiche degli atleti fosse utile per ottenere un largo interesse da parte del pubblico e dunque guadagni maggiori. Assume rilevanza l’utilizzo della narrazione, il racconto si fa fondamento degli spettacoli con l’inserimento di simbologie, storie reali e sentimenti che possano avvicinare ulteriomente lottatori e tifosi.

 

La leggenda messicana Mil Mascaras – Credit: WWE.com

 

Gli Stati Uniti, il Messico e il Giappone sono i paesi che più di tutti hanno sviluppato la disciplina in senso “worked”, ovvero scritto. Si passa dagli spettacoli nei carnevali o nei circhi a quelli in strutture adatte, dove impresari più o meno di successo proponevano al pubblico esibizioni di wrestling con atleti dai costumi colorati e dalle biografie in parte inventate. Si attinge a piene mani dalla letteratura scritta e orale, si entra in casa delle persone con rappresentazioni vicine alle loro conoscenze e al loro sentore popolare. Piace soprattutto il mistero: non a caso il Messico sviluppa una narrazione basata su atleti mascherati, la cui provenienza non è nota e il cui viso non può esser mostrato in alcuna occasione pubblica, se non dopo una sconfitta in cui la maschera viene messa in palio. La Lucha Libre viene capovolta nel 1942 dal debutto di uno dei personaggi più noti della storia, quel El Santo che fece innamorare i suoi compatrioti sin dal primo match disputato. Divenne un eroe folk, una leggenda, un simbolo di giustizia per l’uomo comune, riprodotto anche nei fumetti e in alcuni film. Al suo livello di popolarità solo Mil Mascaras, l’uomo dalle mille maschere che introdusse nel circuito quello che diverrà LO stile dei messicani, includendo nel bagaglio delle future generazioni mosse agili e volanti che daranno vita alla categoria dei pesi leggeri in tutto il mondo.

 

Lo stile dominante è quello giapponese, diviso in due fazioni principali: da un lato quella di Antonio Inoki e della New Japan Pro Wrestling, che al wrestling associava una base di arti marziali, con un costante ricorso alle mosse di sottomissione; dall’altro lato quella di Shohei Baba e della All Japan Pro Wrestling, che riprendeva e massimizzava la concezione americana del wrestling anni 60′ e 70′, basato più su uno stile più duro, fatto maggiormente di prese e tecniche, e da una enfasi simile a quella di una scazzottata rabbiosa. Il Puroresu diviene in poco tempo uno degli sport più seguiti grazie anche alle riprese televisive che rendono leggende i suoi lottatori più riconosciuti. Gli incontri vengono trasmessi in tutto il mondo, arrivando in Italia all’alba degli anni ottanta.

 

Inoki colpisce Alì con uno dei suoi potenti calci.

 

A cogliere il maggior plauso Inoki, in grado di mettere sul ring un antenato della sfida tra Maywheather e McGregor contro il campione di boxe Muhammad Alì nel 1976, fatto che diede una ulteriore notorietà pazzesca ad entrambi gli sport. Particolare la storia dietro il match: Alì arrivò in Giappone supponendo che l’incontro sarebbe stato poco più di una farsa. Quando però si ritrovò nella palestra dove si stava allenando il suo avversario, iniziò seriamente a preoccuparsi visto che nulla di quello che stava vedendo somigliava agli esercizi ginnici visti in TV. Il giapponese fu glaciale: non sarebbe stata una pagliacciata, ma un vero combattimento. Nonostante il management del pugile avesse fatto di tutto per limitare le regole del match, i giudici decisero per il pareggio dopo quindici lunghi ed intensi round.

 

Gli Stati Uniti sono invece stati in grado di prendersi la maggior fetta di torta. La maggiore sagacia e intelligenza manageriale, l’intenzione di non porsi limiti stilistici e di puntare in maniera massiva sull’aspetto intrattenitivo hanno imposto uno standard che ancora oggi continua ad attirare milioni di persone. Se negli anni 70′ il circuito NWA (National Wrestling Alliance) aveva visto l’affermarsi del campionissimo Ric Flair, gli anni 80′ sono il terreno sul quale pone le sue basi l’Hulkmania. Hulk Hogan era già famoso nel circuito di Minneapolis grazie alle gesta compiute nella AWA e alla presenza nel film “Rocky III”. Vincent Kennedy McMahon, patron della WWF (World Wrestling Federation), comprende che è giunto il momento di osare e di basarsi su un atleta in grado di abbracciare una fetta di pubblico fin lì poco seguita: i bambini e i ragazzini.

 

Hogan diventa un idolo delle giovani generazioni e nelle sue interviste introduce i suoi tre “comandamenti”: allenarsi, dire le preghiere, e prendere le vitamine. Diventa l’eroe americano per eccellenza e segna alcuni dei momenti d’oro della disciplina grazie sia ai match contro Andre The Giant e The Ultimate Warrior, che ad una fortunata fase della sua carriera negli anni 90′ quando diventa cattivo e si fa chiamare “Hollywood” Hulk Hogan. Il suo modello viene rincorso in forme diverse dai maggiori interpreti della successiva WWE come Steve Austin, The Rock e John Cena.

Hulk Hogan si strappa la maglia per il tripudio del pubblico.

L’ITALIA

Bruno Leopoldo Francesco Sammartino, noto come Bruno Sammartino, si trasferì dalla Calabria a Pittsburgh all’età di 15 anni. Si avvicinò pochi anni dopo al wrestling e da lì nacque l’icona del “The Living Legend of Professional Wrestling”. Le sue statistiche sono impressionanti: detiene il record per il più lungo regno da campione, circa sette anni e otto mesi (2.803 giorni); ha portato al tutto esaurito il Madison Square Garden per centottantotto volte e in una di queste occasioni avvenne la prima sconfitta titolata della sua carriera contro il russo Ivan Koloff. La reazione dei 22.000 spettatori quel giorno fu di incredulità e stupore, tale da riempire l’arena di attimi interminabili di assordante silenzio. Era il 17 gennaio 1971.

 

Prima di conoscere il wrestling praticato, l’Italia ha dovuto attendere la bellezza di trent’anni. Nel 2001, dopo una serie di esperimenti, di conoscenze sul web e di curiosità, si costituisce la prima compagnia di wrestling nostrana, la Italian Championship Wrestling. Ne fanno parte ragazzi giovani che saranno poi conosciuti come Mr. Excellent, Queen Maya, Ace Crusher, Puck, Manuel Majoli, Raiss e Red Devil/Fabio Ferrari. Quest’ultimo è oggi il rappresentante italiano più noto a livello internazionale, segno di professionalità e di capacità nel saper includere nel proprio bagaglio il meglio di questo sport-spettacolo. Insegna wrestling a Castelrosso (vicino Chivasso) nella palestra Wellness Klab, in quella che è la scuola di fondamento della FIW (Federazione Italiana Wrestling) che da un anno e mezzo allieta le serate dei tifosi piemontesi.

 

I primi allenamenti erano svolti nello stile backyarder, facevamo tantissimi km per ritrovarci e provare quello che guardavamo in tv. I primi contatti arrivarono con Sergio Noel che ai tempi era l’unico che in Italia faceva qualcosina, facemmo qualche allenamento prima di decidere di fare degli show veri e propri. Nel 2004 è poi arrivato il boom in Italia. Noi ne giovammo tantissimo, arrivò il grosso pubblico e facemmo tanti spettacoli. Ci presentammo al posto giusto nel momento giusto, però non con l’esperienza adatta ad una cosa del genere. Con i primi soldi degli spettacoli portammo i primi ospiti internazionali che ci potevano dire cosa andava fatto e cosa non andava fatto, ci davano consigli per migliorare. Siamo andati in televisione, io ho lottato nel 2005 al Palalottomatica di Roma davanti a 11 mila persone e al 105 Stadium di Rimini davanti a 6 mila persone. Ho lottato contro atleti americani, atleti europei. Era un salto in avanti decisivo rispetto a qualche anno prima dove eravamo semplicemente dei dilettanti che si divertivano a riprodurre le mosse viste in tv.

Fabio Ferrari applica una presa di sottomissione.

Al tempo i ragazzi italiani dovevano faticare tantissimo per mettere in scena uno spettacolo e migliorare sul ring. Spesso le trasferte erano dei veri e propri viaggi della speranza con un furgone carico di obiettivi. Oggi la situazione è un po’ cambiata: gli atleti italiani sono in grado di poter dare una prepazione ai propri studenti, possono facilmente organizzare dei seminari, degli incontri con wrestler rinomati a livello internazionale. Non manca l’impegno e il sacrificio, ma è chiaro che sono ad un livello molto più alto rispetto a quando iniziarono i loro maestri. Ma che lavoro si fa?

Le basi tecniche sono quelle che riguardano le capriole e le cadute, imparare come cadere è fondamentale: se ci sono dei tentennamenti, si rischia davvero di farsi male. Il wrestling è una disciplina che è fisicamente pericolosa e richiede una preparazione di un certo tipo. Seguono tutte le varie prese, le varie mosse, tecniche in piedi e tecniche a terra. Molto importante il lavoro dei piedi, la posizione sul ring, il muoversi sul ring in maniera fluida: il footwork è una base imprescindibile.

 

Poi ci devono essere delle basi mentali molto forti. Molti ragazzi non proseguono, o per paura o per mancanza di tempo. Si tratta di una disciplina vera, dove ci si allena duramente, gli atleti devono essere preparati sia fisicamente che mentalmente. Difficile poter essere il nuovo John Cena, per questo devono avere l’umiltà di imparare, di migliorare. E intanto il movimento cresce: esistono in Italia una quindicina di realtà, molte delle quali detengono una accademia e producono almeno uno spettacolo al mese. Negli ultimi anni sono passati per il nostro Paese una serie di grandi superstar internazionali, molte delle quali nel giro della WWE o delle maggiori federazioni mondiali. È così che il pubblico italiano può divertirsi, avendo un sabato in cui condividere emozioni pure.