Natalia Molchanova, free diver estrema, è annegata il 2 agosto 2015 al largo dell’isola di Formentera, davanti alla costa orientale della Spagna, durante un’immersione ricreativa alla presenza di amici e del figlio, anche lui professionista dell’apnea. Nonostante le successive ricerche condotte dall’unità speciale della Guardia Civil, il suo corpo non è mai stato ritrovato.

 

Per la legge spagnola, sono necessari tre mesi prima di poter dichiarare morta una persona scomparsa nello svolgimento di attività pericolose, in assenza di prove tangibili come, ad esempio, il ritrovamento del cadavere. Per la legge del mare, basta molto meno. Bastano quei pochi secondi successivi al momento in cui il corpo, esaurita la sua riserva di ossigeno, si abbandona all’oblio dell’abisso, al silenzio che mette a tacere le autodifese, al buio che spegne qualsiasi speranza di ritorno in superficie.

 

Natalia Molchanova in tutto il suo splendore dopo essersi laureata campionessa del mondo nel 2005 (Photo credit Jacques Munch/AFP/Getty Images)

 

Sembra segnato da un retrogusto ironico il destino di alcuni grandi esploratori del rapporto tra uomo e natura: sopravvivere a imprese che riscrivono la definizione di resistenza fisica e mentale per poi morire in circostanze di routine, di ripetizione di meccanismi automatizzati lontani dal massimo sforzo che atleti d’élite sono in grado di esprimere. In questo senso, l’alpinismo himalaiano, o anche quello relativamente più accessibile delle Alpi, offre numerosi esempi. O come dimenticare Patrick de Gayardon, acrobata del cielo e pioniere dello skysurf, deceduto a soli trentotto anni a seguito di un lancio di prova effettuato mille altre volte. Del resto, è una dicotomia che se nella maggior parte degli sport genera conseguenze superabili – ti spingi troppo oltre e perdi la gara o la partita – negli sport estremi può rappresentare il punto di rottura: vai troppo oltre il tuo limite e perdi la vita.

 

Il free diving non fa eccezione. Con questo termine s’identifica l’immersione subacquea in cui il nuotatore si affida esclusivamente alle proprie capacità di respirazione, senza fare uso di attrezzatura per l’erogazione di miscela respiratoria (solitamente bombole di metallo contenenti aria). La tipologia di free diving che negli ultimi anni ha catturato l’attenzione del grande pubblico è l’apnea estrema competitiva, nella quale si cerca di raggiungere grandi profondità oceaniche trattenendo una singola scorta d’aria, quella del respiro inalato prima della discesa. Spinto probabilmente da un’attrazione innata per l’elemento da cui ha origine e per le sue risorse, l’uomo s’immerge in apnea sin dall’antichità. Si ritiene che la raccolta delle perle fosse praticata in Mesopotamia dal 4500 avanti Cristo. Ne parlano anche Platone e Omero, riferendosi alla raccolta delle spugne marine che venivano usate per lavarsi. Ma fu negli anni ’60 che l’apnea ebbe il suo impulso a trasformarsi in sport moderno grazie alle imprese di due rivali, l’italiano Enzo Maiorca e il francese Jacques Mayol.

 

Il 24 settembre 1977 Enzo Maiorca ed il suo eterno rivale, il francese Jacques Mayol, s’incontrano nelle acque di Sorrento

 

Molchanova era considerata la più grande free diver di tutti i tempi, un fatto inusuale per una moscovita madre di due figli che si era avvicinata al free diving solo a quarant’anni. Certo, l’avevano aiutata la sua passione per il mare e per il nuoto competitivo, ma l’apnea estrema aveva richiesto una dedizione così totale da farla diventare in poco tempo allenatrice professionista, manager – insieme al figlio – dell’azienda di equipaggiamento per immersioni da lei fondata, assistente per la cattedra di educazione fisica all’Università di Mosca e presidente della Federazione Russa di Free Diving.

 

E non era più sufficiente padroneggiare le tecniche di nuoto e di respirazione: serviva affinare il controllo della mente, per raggiungere quello stato di dissociazione in cui il corpo smette di essere una limitazione fisica e diventa parte integrante di un ambiente, come il nero profondo degli abissi, altrimenti ostile alla presenza umana. Da fisiologa dell’apnea era infatti a conoscenza dei pericoli e delle alterazioni chimiche del free diving estremo. Si poteva essere trascinati via dalle correnti o investiti da strati di acqua gelida. Energia e ossigeno andavano usati per contrastare il galleggiamento naturale del corpo nei primi venti metri, superati i quali bisognava evitare l’accumulo tossico di acido lattico nei muscoli causato dal veloce esaurimento dell’ossigeno. Nel punto più basso dell’immersione i polmoni erano compressi a un quarto del loro volume e solo la vasocostrizione di riflesso ne preveniva il collasso. La risalita doveva essere calibrata per non svenire una volta raggiunta la superficie.

 

Sfidare gli abissi

 

In tredici anni di attività, aveva stabilito 41 record mondiali (alla data della morte) e vinto 23 medaglie all’interno delle undici discipline con cui la moderna interpretazione del free diving è arrivata a esprimersi. Numeri talmente incredibili a cui, nel contesto di riferimento abituale, si fatica a dare un senso: ad esempio i 9 minuti e 2 secondi in apnea statica (trattenendo il fiato più a lungo possibile); i 237 metri (con pinne) in apnea dinamica (cercando di percorrere la distanza maggiore); i -101 metri (con pinne) in apnea in assetto costante (immergendosi alla massima profondità); i -91 metri in apnea libera (immergendosi con l’aiuto di un cavo guida); i -127 metri in apnea in assetto variabile regolamentato (immergendosi con una slitta zavorrata). Alcune di queste imprese superate solo di recente da atlete più giovani tra cui anche la pluridecorata e, attualmente, “donna più profonda al mondo” Alessia Zecchini.

 

L’esperienza più intensa della sua carriera arrivò nel 2004, attratta dalla fascinazione del Blue Hole di Dahab, in Egitto, una depressione sottomarina al cui interno – a 56 metri sotto il livello del mare –   un tunnel della lunghezza di 26 metri collega, attraverso la barriera corallina, le placide acque del Blue Hole con quelle più agitate del Mar Rosso. Le difficoltà associate all’individuazione del tunnel, alla presenza di correnti contrarie e alla profondità hanno fatto del Blue Hole il luogo d’immersione con attrezzatura subacquea più pericoloso del mondo, in cui si stima abbiano perso la vita 130 persone. Naturalmente, Molchanova fu la prima donna a nuotare il tunnel in apnea. La legge degli uomini ha ormai da tempo ufficialmente decretato la morte di Natalia Molchanova. Il mare? Se l’era portata via molto prima.