Tradizionalmente, il mese di giugno determina la chiusura della finestra temporale primaverile in cui il meteo è più favorevole per scalare l’Everest: la montagna più alta della terra. L’arrivo dei monsoni asiatici porta infatti grandi quantità di neve che rendono impraticabile l’accesso, oltre a complicare enormemente le condizioni per la successiva finestra di settembre. Temperature gelide e venti inimmaginabili riservano la terza, quella invernale di gennaio e febbraio, a chi ha fatto della follia una condotta di vita. È per questo che a maggio si concentrano praticamente tutti i tentativi di ascesa. Così è stato anche per il 2019. Secondo i dati preliminari e non ufficiali raccolti da Alan Arnette, riferimento assoluto in materia, si stima che 891 scalatori abbiano raggiunto la cima, superando sin da ora il record di 807 stabilito lo scorso anno. Non deve sorprendere quindi se una foto di Nirmal Purja — alpinista d’élite nepalese impegnato nel progetto di scalata dei 14 ottomila in sette mesi (avendone già conclusi sei, tra cui l’Everest, in soli 30 giorni) — ha generato sconvolgimento tellurico anche nei non appassionati, propagandosi tra testate giornalistiche, agenzie stampa e profili social di ogni continente.

 

La scena è degna delle migliori ambientazioni del teatro dell’assurdo. Sulla cresta sommitale della montagna, uno stretto lembo che emerge da precipizi di duemila metri ai suoi lati, una sequenza quasi ininterrotta di persone forma una processione la cui andatura è regolata dall’impossibilità di muoversi, per mancanza di spazio, di chi è avanti nella fila. Tra coloro che si trascinano verso la vetta e coloro ne discendono, circa 250 scalatori si ostacolano per trovare un pertugio a cui agganciarsi sull’unica corda di sicurezza disponibile. Il contrasto cromatico tra la mescolanza di tonalità delle tute imbottite e il blu limpido del cielo sembra essere il solo elemento a separarli dalla staticità delle rocce sottostanti.

 

Ingorgo di scalatori sulla cresta sommitale del versante sud dell’Everest. Foto: Nirmal Purja @nimsdai

 

È un’immagine esemplificativa del più grande paradosso dell’alpinismo contemporaneo: un ingorgo di individui nel posto meno fisiologicamente adatto al funzionamento del corpo umano. Quali sono le cause di una deriva schizofrenica dell’ossessione di scalare l’Everest? E come si potrebbe ridurre la drammaticità delle conseguenze? Nell’introduzione di “Aria Sottile” — un racconto dei tragici eventi della stagione primaverile del 1996, che ha avuto il merito di portare a conoscenza del grande pubblico le dinamiche legate alle spedizioni commerciali sull’Everest — Jon Krakauer scrive:

 

“C’erano parecchie ragioni per non andare lassù, ma tentare di scalare l’Everest è un atto irrazionale di per sé, un trionfo del desiderio sul buonsenso. Chiunque prenda in seria considerazione questa idea, si colloca quasi per definizione al di fuori della possibilità di una valutazione razionale”.

 

Sulla carta, scalare l’Everest è un processo piuttosto lineare. Si raggiunge il campo base, ci si abitua all’altitudine, si sale e si torna indietro lungo lo stesso percorso già in parte attrezzato con corde di sicurezza, e ce ne si vanta per il resto dei giorni. Le due vie normali di salita non presentano difficoltà tecniche rilevanti: ad oggi, la vetta è stata raggiunta 9197 volte. In termini di indice di rischiosità, intesa come proporzione di decessi tra gli alpinisti saliti oltre il campo base nel tentativo di arrivare in cima, l’Everest è a 1.22, rispetto ai 3.91 dell’Annapurna, il più mortale degli 8000. Ogni anno, muoiono più persone sulle Alpi. Chi utilizza l’ossigeno supplementare a parziale mitigazione degli effetti dell’altitudine, una pratica ormai imprescindibile per i clienti non professionisti delle spedizioni commerciali, conquista la cima con una frequenza quasi doppia rispetto a chi ne fa a meno. Di fronte a questa apparente facilità di accesso all’Everest, sovente si cade nell’errore di sovrastimare le proprie capacità, trovandosi successivamente impreparati ad affrontare la cruda brutalità dell’esperienza reale. I pericoli oggettivi e soggettivi legati al semplice fatto di trovarsi sulla montagna sono in grado di terrorizzare anche l’esploratore più avvezzo all’ignoto.

 

Il quartier generale per gli alpinisti attratti dalla cima dell’Everest è il campo base, solitamente posizionato intorno ai 5300 metri, ben al di sopra dei 4810 metri del Monte Bianco, il punto più alto dell’Europa geografica. Vivere per più di un mese a quella quota determina una sensibile alterazione del metabolismo: nausea, perdita di appetito, spossatezza, insonnia, gastroenterite ed emicrania sono gli effetti più comuni. La secchezza dell’aria provoca tosse violenta. I più bassi livelli di saturazione dell’ossigeno nel sangue portano a un incremento spasmodico della frequenza di respiro. Questo è nulla rispetto a quanto accade all’aumentare di altitudine e verticalità: freddo intenso, venti straordinari, valanghe, scariche di ghiaccio o sassi, mal di montagna, congelamenti, cadute, sfinimenti, perdita parziale e temporanea della vista, sono occorrenze quasi inevitabili.

 

Una panoramica mozzafiato dall’Everest. Sullo sfondo gli 8485 metri del Makalu, la quinta montagna più alta del mondo

 

Non fosse abbastanza, incombe poi la minaccia più temuta, cioè la ridotta pressione atmosferica che nei pressi della cima dell’Everest è pari a un terzo di quella sul livello del mare, facendo diminuire il quantitativo di ossigeno disponibile nella stessa proporzione. È proverbiale l’ipotesi didattica per cui se una persona fosse prelevata da una località di mare ed esposta senza acclimatazione alle condizioni presenti sopra gli 8500 metri perderebbe conoscenza nel giro di qualche minuto. Chiunque intenda arrivare sulla vetta dell’Everest deve trascorrere del tempo significativo oltre gli 8000 metri, una situazione psico-fisica non a caso definita con l’invitante appellativo di zona della morte. La carenza di ossigeno dovuta a una permanenza prolungata nella zona della morte provoca devastazione nella forma di ipotermia, edema polmonare o cerebrale, danni neurologici, assideramento, perdita di conoscenza e, naturalmente, la morte.

 

Semplicemente, il corpo umano non è stato disegnato per operare nella zona della morte. Scalare l’Everest si riduce quindi a un atto di resistenza al dolore. Purtroppo, non tutti riescono a sottrarsi al prezzo più alto da pagare. Nel 2019 il conto è di dodici persone. Se si escludono il 2014 e 2015, in cui in trentacinque (per la maggior parte sherpa) hanno perso la vita a seguito di due enormi valanghe nella fase di approntamento della via di salita, è la stagione più letale dai quindici morti del 1996, e la seconda di sempre. Dal 1922, primo anno di tentativi, sono scomparse in totale 308 persone e ne è morta almeno una ogni anno dal 1969 (eccetto il 1977). Va detto che il miglioramento dell’attrezzatura e delle previsioni meteorologiche ha contribuito ad abbassare il tasso di mortalità. Se continuano a esserci però numeri assoluti così elevati, l’accusa è certamente per lo sfruttamento incrementale della montagna da parte dei governi nepalese e cinese, con il rilascio di sempre maggiori permessi di scalata. Il Nepal ne ha concessi quest’anno la cifra record di 381, che se da un lato al costo unitario di 11 mila dollari sono una risorsa economica immensa per uno dei paesi più poveri del mondo, dall’altro figurano come il primo colpevole del sovraffollamento diventato la norma anche in cima alla montagna.

 

Quando ci sono troppe persone dove ce ne dovrebbero essere molte di meno, la reazione a catena rischia di non lasciare margini: rimanere fermi in coda significa bruciare velocemente energia, estendere l’esposizione alle radiazioni solari, alla corrente a getto che spazza la cima, all’esaurimento dell’ossigeno supplementare. Significa, in sintesi, varcare la linea di confine che separa l’ambizione dal non ritorno. Perché spesso, chi varca quella linea non possiede le capacità di tirarsene fuori. In assenza di un meccanismo di selezione sofisticata, una buona parte delle persone che si trovano sulla montagna non ha una condizione fisica e tecnica adeguata e non è in grado di reagire autonomamente nel momento in cui le cose si fanno difficili.

 

Un’immagine tratta dal film “Everest” (2015)

 

Dal 1990, idealmente la prima stagione in cui clienti hanno pagato guide per farsi assistere nel raggiungere la cima dell’Everest, il mercato delle spedizioni commerciali — vero propulsore del microcosmo di attività che ruotano intorno alla montagna — ha assunto i contorni di un suk arabo: l’affidabile seppur oneroso modello occidentale (esperte guide internazionali, consolidata squadra di sherpa e portatori, supporto medico e logistico, per un pacchetto complessivo medio dai 45 ai 60 mila dollari, ma che può arrivare anche a 130 mila) è stato progressivamente affiancato e superato da organizzazioni a basso costo, gestite dalla generazione più giovane di sherpa, che non presentano però le stesse garanzie di professionalità e qualità, sostituite da scarso controllo ed eccessiva negligenza. Il richiamo della vetta dell’Everest con un investimento di denaro relativamente modesto ha indotto a una visione completamente illusoria del reale, amplificando a dismisura impreparazione e incapacità decisionale. Considerate le dinamiche degli ultimi anni, è opinione di Arnette che ci si dovrà attendere un Everest sempre più affollato dal versante nepalese (dal quale è passato il 64% di tutte le persone che hanno raggiunto la cima), più costoso da quello tibetano e con in media sei o otto scalatori che perdono la vita ogni anno. Continua Krakauer in Aria Sottile:

 

“Nel caso specifico delle spedizioni guidate, nel 1996 mi fu ben presto chiaro che pochi clienti sulla vetta (me compreso) erano realmente in grado di valutare la gravità dei rischi che affrontavano, la fragilità del margine che protegge la vita umana oltre i 7600 metri. Tutti coloro che sognano l’Everest devono tenere a mente che quando le cose vanno male nella zona della morte — e prima o poi accade sempre — anche le guide più forti del mondo non sono in grado di salvare la vita di un cliente; anzi, come hanno dimostrato i fatti del 1996, a volte le guide più forti del mondo non sono in grado di salvare la propria vita. I miei quattro compagni sono morti non perché i metodi di Rob Hall fossero sbagliati (anzi, non ce n’erano di migliori), ma perché sull’Everest rientra nella natura dei metodi stessi il fallimento spettacolare.”

 

Gli effetti del turismo estremo sull’Everest: una discarica nei pressi del Colle Sud, a quasi 8000 metri

 

Dovesse un governo illuminato ritenere moralmente inaccettabile che si muoia sulla sua montagna simbolo per motivi che esulano dai rischi intrinsechi all’alpinismo, potrebbe adottare alcuni provvedimenti di prevenzione o neutralizzazione. Il più immediato è certamente quello di vietare l’uso dell’ossigeno supplementare, se non per emergenza medica. Oltre a un evidente beneficio ambientale di riduzione dell’accumulo di ingenti quantità di bombole, questo costringerebbe l’alpinista medio, cioè la figura più diffusa nella massa di aspiranti scalatori, ad accorgersi che i segnali d’allarme dei propri limiti fisici si manifestano a quote di gran lunga inferiori.

 

Un secondo intervento sarebbe di imporre dei requisiti minimi molto più stringenti. Ad esempio, aver scalato altri 8000 o montagne non più basse di 7000 metri, ma senza ossigeno supplementare. Analogamente, istituire un sistema a punti secondo coefficienti che riflettano il grado di complessità della montagna in funzione di variabili facilmente quantificabili (elevazione, dislivello, difficoltà tecniche, temperatura media, tempi di percorrenza, etc), stabilendo un punteggio di accesso all’Everest che matura solo dopo anni di esperienza. O, in aggiunta, prevedere un esame simile a quello esistente per molte professioni che certifichi, da parte di guide qualificate, quantomeno l’abilità di sapersi muovere in un contesto estremamente ostile.

 

La storia narra che George Mallory, pioniere dell’idea di conquista dell’Everest nonché primo alpinista occidentale nel 1924 a scomparire sulla montagna, abbia replicato a un giornalista che indagava sul perché volesse scalarlo con: “Perché è li”. Dopo quasi cento anni di assalti e sotto assedio per via del riscaldamento globale e dell’insediamento umano, il fatto che sia li non è un più una giustificazione sufficiente. L’Everest deve tornare a rappresentare un punto di arrivo del percorso evolutivo di un alpinista, e smettere di essere il parco giochi più alto del mondo.