Quasi quattro anni sono passati dall’inizio del conflitto ucraino. Un conflitto che ha stravolto uno Stato, l’Ucraina, che ha lottato per anni alla ricerca di una ricostruzione omogenea dell’identità statale. Il Paese è in subbuglio dal febbraio 2014, con le forze russofone ad Est, nel Donbass, regione ricca di grandi giacimenti di carbone. Lì la guerra è scoppiata ufficialmente nell’aprile del 2014 in seguito al rovesciamento del presidente Viktor Yanukovich e l’uscita del Paese dall’orbita del Cremlino, con conseguente avvicinamento alla Nato. Da una parte l’esercito ucraino, dall’altra i speratisti delle province di Donetsk e Lugansk, a maggioranza russa: il risultato una tragica conta dei morti, che registra finora oltre 9mila caduti. Il calcio non è rimasto immune, sconquassando radicalmente l’intero movimento sportivo e destabilizzando una società internazionale come lo Shakhtar di Donetsk, costretta ad abbandonare la propria gente ed il proprio territorio per rispettare i cosiddetti “obblighi sportivi”. Fino a poco tempo fa, infatti, lo Shakhtar aveva la propria base operativa presso l’Opera Hotel di Kiev e giocava le partite internazionali a Leopoli, a più di 1000 chilometri da casa. Adesso la società si è avvicinata alla sua terra natale giocando le partite a Kharkiv, cittadina a 300 chilometri di distanza, nello stadio del Metalist.

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Sullo sfondo del cimitero spunta il Sergey Prokofiev International Airport, l’aeroporto di Donetsk, completamente distrutto dalla guerra (foto di Sebastiano Caputo)

Il conflitto, le dinamiche politiche ed il distacco dalla propria città hanno fatto sì che lo Shakhtar allentasse il suo dominio nel campionato ucraino, concedendo due titoli consecutivi ai rivali della Dinamo Kiev e riconquistando solo l’anno scorso la posizione di sovranità nella Premier League ucraina (attualmente è poi in vetta alla classifica, 2017/18). Il trasferimento e la difficile situazione nel Donbass hanno determinato un’emorragia nelle sponsorizzazioni della squadra, che ora può andare avanti solo grazie alle generose iniezioni di denaro del presidente Rinat Achmetov, magnate locale e figura controversa della politica ucraina. Nel frattempo è diventato sempre più difficile attrarre giocatori o trattenere quelli già sotto contratto, come dimostrato dai casi illustri di Douglas Costa, Fred, Alex Teixeira. Cresciuto sotto l’ala protettore dell’oligarca Bragin, di cui raccoglie poi l’eredità, Akhmetov è riuscito ad impossessarsi lentamente di tutti i gangli dell’economia nazionale, abbandonando, almeno di facciata, le attività considerate da alcuni “illegali” e preferendo i ben più redditizi acquisti a prezzi irrisori di aziende private. Non manca nemmeno il suo zampino in questa situazione di guerra: l’elezione di Viktor Yanukovich, attualmente rifugiato in Russia, è merito secondo molti proprio di Akhmetov. Quindi ha poi appoggiato – seppur nell’ombra, come suo solito – il riavvicinamento verso Kiev, in cambio di una forte autonomia per la regione di Donetsk e Lugansk dall’Eurozona e dalla NATO.

festeggia insieme alla "sua" squadra

Rinat Achmetov festeggia insieme ai suoi

Ma lo Shakhtar non è l’unica squadra a subire le conseguenza della guerra: molte altre squadre, come lo stesso Dnipro, si sono dovute spostare dal luogo natio e giocare senza il proprio pubblico in una paradossale situazione bellica, nella quale lo sport non si arrende e forse nemmeno può arrendersi, influenzato com’è anche da pesanti interessi economici. Interessi economici che hanno portato al fallimento il Metalist di Kharkiv, una delle squadre più forti e ricche del campionato di calcio ucraino; il tutto in seguito all’accusa rivolta al proprietario del club di finanziare le milizie filorusse. La società vantava una rosa dal valore complessivo di circa cento milioni di euro, e ora vive un enorme contrappasso sportivo militando nelle serie dilettantistiche Ucraine. Il presidente del Metalist in tutto ciò si è dato alla fuga: in Ucraina è indagato per evasione fiscale, appropriazione indebita e appunto per aver finanziato “il nemico”. Tornando invece allo Shakhtar, e più nello specifico a quella che era la casa dello Shakhtar ovvero la Donbass Arena, il quadro appare desolante. Laddove infatti migliaia di persone si riunivano per sostenere ed incitare la propria squadra, adesso vengono stipate riserve alimentari – principalmente sacchi di farina e casse di carne in scatola – e in quello che un tempo era il parcheggio vip si affollano ora i volontari.

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Il risultato di un bombardamento sulla Donbass Arena, l’ex fortino dello Shakhtar

Ma oltre al ruolo giocato dagli oligarchi locali, che con i loro interessi hanno fatto la storia degli ultimi anni nel calcio ucraino, un ruolo da protagonisti lo svolgono gli ultras. Questi entrano in scena assumendo fin da subito un ruolo centrale nel conflitto. In un primo momento furono motori della rivolta anti-Yanukovich lottando contro i piani “putiniani”, il tutto manifestato dal famoso coro mostrato su internet dei tifosi del Metalist che ironicamente bersagliavano Putin e la sua politica espansionista. Quello che c’è di particolare nel caso ucraino, comunque, è il ruolo “difensivo” che questi supporter del calcio hanno assunto: essi hanno infatti sostenuto di essere apolitici, semplicemente impegnati a proteggere coloro che intendono esprimere il proprio dissenso in un’alleanza temporanea, che trascendeva le complessità geografiche e le accese rivalità tra club, mirando unicamente al bene dello Stato.

Activists of nationalist groups and their supporters take part in the so-called March of Dignity, marking the third anniversary of the 2014 Ukrainian pro-European Union mass protests, in Kiev, Ukraine. REUTERS/Valentyn Ogirenko

Gruppi ultra-nazionalisti e ultras in Ucraina sono due categorie spesso sovrapponibili

Il tutto culminato il 13 febbraio 2014, quando più di trenta gruppi ultras hanno siglato una tregua in nome della comune appartenenza al popolo ucraino. Il documento è stato firmato dalla quasi totalità delle tifoserie della Premier League ucraina, pattuendo l’abbandono di ogni forma di reciproca aggressione, fisica e persino verbale, decidendo di convogliare ogni sforzo contro il governo di Yanukovich. Decine di tifoserie ucraine durante il 2014 hanno quindi aderito alle proteste anti-Yanukovich scontrandosi però con i gruppi filo-russi, confermando così la narrazione di un Paese irrimediabilmente diviso fra Est filorusso e Ovest nazionalista, e rendendo lettera morta il documento firmato in precedenza. 

Organizzati, risoluti, pronti alla guerriglia urbana. In questa situazione è emerso il ruolo delle diverse anime del nazionalismo ucraino. Si tratta di gruppi minoritari sia nella società ucraina che nell’opposizione al governo di Yanukovich, che tuttavia si sono conquistati un posto in prima fila con la violenza, nell’occupazione di Maidan e di diversi edifici pubblici in varie parti del Paese. Elettoralmente sono deboli, e perciò si giocano il tutto per tutto puntando su una radicalizzazione del movimento e dello scontro. Inoltre, a differenza della maggior parte degli ucraini scesi in piazza contro Yanukovich negli ultimi mesi, i nazionalisti non sono per nulla interessati a un avvicinamento del Paese all’Unione Europea (pur facendo il suo gioco). Non lo sono certamente i neonazisti di Pravy Sektor (tradotto in Settore Destro), la cui guida è Dmytro Iaroch, un noto estremista proveniente dalla parte orientale, che allo Kyiv Post spiegò di essere pronto a morire piuttosto che ritirarsi da Maidan e di lottare per “una insurrezione armata di natura indipendentista”.

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I neonazisti di Pravy Sektor si preparano alla battaglia

Pravy Sektor ha inoltre federato diversi gruppi dell’ultra-destra avversi alla Russia ma altrettanto, a parole, all’Europa, come gli skinheads di White Hammer, gli hooligans della Dinamo Kiev o il gruppo Tridente. Non ultimo la vistosa coreografia dove si esprime il loro chiaro dissenso alla presenza di immigrati. I “bianchi” dei White Boys hanno un duplice significato: oltre ad indicare il colore della prima maglia della Dinamo, si riferisce anche all’identità degli elementi che compongono il gruppo, banalmente al colore bianco della pelle, per loro motivo di vanto e orgoglio. Caratteristica più evidente è l’esibizione esplicita di simboli nazionalisti, se non nazisti. Questi ultimi si rifanno infatti all’esperienza dell’esercito insurrezionale ucraino, anticomunista e antisemita, che negli anni Quaranta mise in piedi per qualche settimana un governo indipendente grazie al sostegno dei nazisti, e che in seguito condusse una guerriglia estrema sia contro la Wermacht che contro l’Armata Rossa.

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I White boys danno prova del loro “orgoglio bianco”

Proseguendo il nostro viaggio nell’estremismo ucraino giungiamo infine a Lviv, nella parte occidentale. Qui la squadra del Karpaty Lviv possiede la tifoseria più riottosa dell’Ucraina. La città è la culla della lingua e della cultura nazionale, e questo si riflette immancabilmente nella scena ultras della squadra. Uno zoccolo duro di tifosi ostinatamente contrari a quella globalizzazione che porta con sé il multiculturalismo, disprezzato da molti tifosi del Karpaty, dichiaratamente nazionalisti e non estranei ad episodi di razzismo. Questa è oggi l’Ucraina calcistica e non solo; un Paese con tanti problemi in cui la politica e la guerra si intreccia strettamente con il calcio, incidendo sui gruppi organizzati ed evidenziando le problematiche di una nazione che non ha mai superato le proprie divisioni interne ma che, sempre più, sta giocando un ruolo cruciale negli equilibri geopolitici europei.