Calcio
04 Dicembre 2025

Caro Gravina, è arrivata l'ora della pensione

L'intervista al Corriere dello Sport è una resa totale.

«Se vado via io, riparte il calcio e vinciamo i Mondiali? Se ne avessi la certezza, sarei il primo a farmi da parte. Per questo sono un uomo sereno». L’abbiamo lette più volte, queste frasi. Rilette ancora per capire se fosse ironia, convinzione o una qualche forma di contorta logica. A parte i toni, da far invidia ai più populisti e approssimatori dei nostri politici, ma poi anche le perifrasi utilizzate: «se ne avessi la certezza», come se fossimo nell’ambito dei dadi, delle scommesse o della lotteria. Il problema è che, forse, preda del caso e dell’improvvisazione lo siamo davvero.

Ma a parte le esagerazioni del caso – se vado via io vinciamo i Mondiali?, chiede Gravina: no, ma nessuno se lo aspetta, ci aspettiamo invece che il calcio italiano inverta il trend o almeno smetta di sprofondare sempre più in basso nell’immobilismo frustrante dei suoi vertici – ebbene tralasciando le parole usate dal nostro presidente, il paradosso resta lì, abnorme e sgradevole: quello di un movimento che continua a raccontarsi come riformista, mentre crolla su se stesso.

E non è solo un problema di facce o di nomi. È la fotografia di un sistema che ha perso contatto con la realtà e vive di frasi fatte, con la serenità di chi non vuole più guardare i numeri. Questo emerge dall’intervista che Gabriele Gravina, presidente della Figc, ha rilasciato al Corriere dello Sport. Si perché poi i giornali li apri, e ti ritrovi sempre la stessa cronaca: club che non si iscrivono, stipendi non pagati, fideiussioni evaporate. Quest’anno è toccato al Rimini, liquidazione, affiliazione revocata, tesserati liberi di cercarsi un’altra maglia; l’anno scorso al Brescia, escluso dalla Serie B, senza dimenticare Taranto e Turris che hanno cambiato radicalmente la classifica del Girone C di Serie C.

E quest’anno, oltre al caso Rimini, c’è la Triestina che “gioca” con un fardello di penalizzazioni, mentre il Trapani rischia lo stesso destino con già otto punti di penalità.

E mentre la Serie C affoga, nell’impotenza del suo presidente Marani, la Serie A galleggia su un mare di ricavi concentrati in pochi porti. La famosa “mutualità” che dovrebbe unire il vertice alla base si riduce a briciole: la massima serie assorbe più del novanta per cento del fatturato del sistema, e alle leghe inferiori restano gli spiccioli. I club minori sono costretti a vivere d’anticipo, a inseguire la stagione successiva come fosse l’ultima. Non bastano le riforme annunciate, gli indici di liquidità o le nuove tabelle di iscrizione. Senza una politica vera di redistribuzione, il calcio italiano resterà un condominio con l’attico ristrutturato e le fondamenta che cedono.


Negli ultimi anni si è aggiunto un elemento ancora più surreale: la finanziarizzazione del pallone. Sette club di Serie A hanno oggi la sede legale in Delaware o in altri paradisi fiscali. Il Rimini nel 2018 era stato comprato da una società di criptovalute, una delle prime in Italia: si parlava di token, di blockchain, di futuro digitale. È finita con la liquidazione. Per non parlare della Triestina, passata nelle mani della fondazione Dogecoin, sempre operante nel settore delle criptovalute, molto vicina a Elon Musk. Progetti nati per fare plusvalenze e morti per mancanza di passione.

In questo scenario, la retorica sui giovani suona come un esercizio di stile. Si dice che il problema non siano gli stranieri, ma la mentalità. È vero solo in parte. In Serie A un quarto dei giocatori è selezionabile per la Nazionale, gli altri sono il prodotto di un mercato aperto che le società usano come scusa per non investire nei vivai. Si promettono incentivi per gli Under 23, si scorporano ammortamenti dal costo del lavoro, si annunciano riforme “a costo zero”. Ma le riforme, senza infrastrutture e senza società sane, non generano crescita: generano alibi.

Qui arriva il nodo degli extracomunitari, affrontato da Gravina proprio nella sua ultima intervista.

Il presidente ha spiegato che la FIGC «non può imporre limiti ai giocatori comunitari perché lo vieta l’Unione Europea, mentre può solo gestire l’ingresso degli extracomunitari». In pratica, ha ammesso che il sistema è prigioniero delle proprie regole e che la soluzione sarebbe “rendere conveniente” l’impiego dei giovani italiani, non obbligatorio. Ma se l’unica strategia è la convenienza, non c’è futuro. Pure perché i nostri vertici, a differenza di altre leghe, non riescono a creare le condizioni per quella convenienza – tant’è che (insieme alla Premier, che però è ormai una NBA del calcio) siamo il campionato di gran lunga con più stranieri tra prime squadre, seconde e primavere.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: in Serie A ci sono 97 italiani su venti squadre, mentre in Serie B e C si arruolano stranieri di venticinque anni solo perché costano meno di un ragazzo del vivaio. È la legge del mercato, certo, ma anche la resa di un sistema che ha smesso di credere nella formazione e nell’identità. Se la Federazione non riesce a fissare regole comuni, almeno potrebbe dare un senso al concetto di “italianità sportiva”: non come nazionalismo, ma come investimento sulla propria cultura calcistica. Su questi aspetti la Figc non può intervenire, dice Gravina, ma solo “sensibilizzare”.

E qui sta il problema maggiore. A leggere l’intervista, la consapevolezza finale è che la federazione non può fare nulla, mai. Perché le norme sono europee, perché le leghe non si mettono d’accordo, perché dei veti possono bloccare tutto. Gravina parla, come un avventore di un bar, di infrastrutture da realizzare, di settori giovanili da riformare, di club che dovrebbero ragionare diversamente, e ancora di separare le carriere degli allenatori, di ripristinare i formatori nel calcio di base – «chi punta al risultato non può lavorare nell’attività di base», addirittura di «mancanza di riforme legata a norme statutarie e al consenso delle leghe». Ma allora lui, lì, cosa ci sta a fare se la Figc non ha alcun potere?



Pure perché le vittorie (come l’Europeo 2021, miracolo tecnico più che prova di un sistema funzionante) la federazione se le intesta, le sconfitte le rimpalla su altri – e queste sono già più indicative, se per la prima volta nella sua storia la Nazionale ha mancato (speriamo solo) due qualificazioni mondiali. La verità è che quella vittoria ha coperto le crepe, dando l’illusione di un rinascimento che non c’era. E la federazione non ha saputo approfittarne per ripensare la filiera: dalla scuola calcio alla Serie C. Oggi ci ritroviamo allora con un campionato impoverito e una Nazionale senza eredi.

Dietro le quinte, il quadro economico è desolante. Secondo la Guardia di Finanza, tra il 2022 e il 2024 sono stati individuati oltre 250 milioni di euro di crediti fiscali irregolari nel calcio professionistico. I club usano società veicolo, operazioni infragruppo, sponsorizzazioni gonfiate. La sensazione è che l’industria sopravviva grazie a trucchi di bilancio, più che a progetti sportivi. Nel frattempo la Lega Pro ha provato a inventarsi la “Riforma Zola”, premi per chi schiera giocatori cresciuti nel vivaio. È un tentativo onesto ma quasi simbolico: molti club non hanno nemmeno un settore giovanile attrezzato.

Premiare l’autoproduzione in un sistema senza più officine è un paradosso tutto italiano. Guardiamo al Sorrento, che non ha nemmeno più un campo dove allenarsi e gioca da anni lontano da casa.

Ad ascoltare i discorsi ufficiali si sente sempre parlare di “governance”, “sostenibilità”, “modernizzazione”. Parole vuote che nascondono un sistema il quale, letteralmente, non si regge più. Non è solo colpa di chi presiede: è il riflesso di un Paese che ha smesso di credere nel proprio calcio come patrimonio sociale. Ogni categoria pensa a sé. Serie A e Lega B litigano sui diritti tv, la Serie C chiede aiuti che non arrivano, la D sopravvive grazie ai comuni e ai volontari. La federazione dovrebbe essere la casa comune, ma è diventata una segreteria amministrativa. E la gestione Gravina è assolutamente inerte.

Il problema vero non è la mancanza di talenti o di soldi: è la mancanza di visione. Nessuno si chiede più perché in dieci anni siano scomparse decine e decine di società, perché le province (e alcune regioni) si svuotino di calcio, perché i giovani scappino. Si preferisce parlare di nuove norme e di riforme future, perché il presente è troppo ingombrante. In alternativa si punta il dito contro la pirateria, causa di ogni male fino a diventare un meme, vista la paradossalità delle dichiarazioni di De Siervo.



Eppure basterebbe guardare a chi resiste. Ci sono ancora proprietà che pagano gli stipendi in tempo, allenatori che lavorano nei settori giovanili per 800 euro al mese, tifoserie che non mollano. Sono loro a tenere in piedi la baracca. Non i fondi d’investimento, non le società offshore, non le riforme annunciate. In tutti questi anni abbiamo imparato che i cicli finiscono sempre nello stesso modo: quando chi comanda smette di ascoltare. E oggi il calcio italiano è un monologo.

I vertici parlano di rilancio, la base di sopravvivenza. Finché non si tornerà a far coincidere le due cose, continueremo a discutere di ripartenze che non iniziano mai. Il problema di oggi è che si è trovato un equilibrio nel fallimento, come un governo che non può agire per non scontentare nessuno, che accumula disastri su disastri, che affama il popolo, ma che comunque in questo modo resta lì, in carica. È un equilibrio da malato terminale quello del calcio italiano odierno.

Oggi, sotto la facciata, manca la struttura, manca tutto. È tutto sbagliato, fin dalle basi, fin dalle scuole calcio e dai settori giovanili per arrivare poi al professionismo. Bisognerebbe, alla tedesca, rivoluzionare tutto, ma forse la prima vera riforma sarebbe una: smettere di raccontarci che tutto va bene, ammettere che il calcio italiano, così com’è, è arrivato al capolinea. E che magari qualcuno, all’età di settantadue anni, può anche alzare bandiera bianca e valutare il pensionamento. Non vinceremo i Mondiali? Probabile, ma sarebbe un segnale di responsabilità per lasciare spazio a qualcuno che, quantomeno, ci possa provare davvero.


Immagine di copertina Nicolo Campo / Insidefoto


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