Calcio
07 Marzo 2026

Il difesa del calcio femminile (che sta per fallire)

La condizione economica di uno sport giovane.

Il calcio femminile non è bello. Ma non siamo mica greci. E quindi questo non significa che non sia buono – e men che meno che non sia giusto. Anzi, al contrario, preferisco un’etica in cui l’estetica si fonda sull’ontologia e non il contrario. Ho visto molte partite, in questo lustro, di calcio femminile. Inizialmente, mi sono abbandonato a battute triviali – al flusso, comodo, di una medievalissima divisione, ferrea e immutabile, dei ruoli: il maschio fa questo, la femmina fa quest’altro: se il maschio fa una cosa da femmina è ridicolo (e di solito anche altro); se la femmina fa una cosa da maschio è ridicola (e di solito anche altro).

In seguito, ho provato a fare un passetto in più e ho pensato di cercare qualche partita di calcio maschile di un secolo fa, quando anche quella versione di pallone era agli albori, ricordandomi che il professionismo, per gli uomini, è nato nel 1926, mentre per le donne nel 2022. Ho cercato delle immagini di quegli anni e l’Istituto Luce mi ha aiutato.

Questo è questo il Roma-Juventus del 15 marzo 1931

E questo il Roma-Lazio del 19 febbraio 1936

Le immagini sono interessantissime e quando dagli spalti si passa al campo – la situazione è davvero orripilante: campanili che manco lo skyline dell’Urbe, lisci che ‘Mai dire gol’ spostati, puntate sconclusionate, posture inguardabili, floscia lentezza e pesanti fallacci. Ed era la Serie A maschile (nata già, come la conosciamo oggi, cioè col doppio girone all’italiana, nel 1929) – non il torneo di qualche parrocchia. Ci sono voluti almeno due o tre decenni per vedere un bel calcio, un calcio avanzato, maturo tecnicamente e tatticamente, a un livello decente in tutta Europa.

Alla luce di questo, forse la mia prima frase va rivista: il calcio femminile non è bello, ancora – come non lo era quello maschile.

Tra l’altro, tutto questo, ammesso e non concesso che quello maschile lo sia. Nella Serie A di questi anni ci sono partite spesso noiose, insulse e ricche di errori da far impallidire non i buongustai del bel calcio – ma anche i più fervidi trapattoniani risultatisti (categoria cui appartengo). E questo vale anche, a volte a maggior ragione, per le partite di cartello. E vogliamo parlare, al contrario ma con la stessa intenzione, di Israele-Italia di settembre scorso? Un 4 a 5 horror in cui tutto, o quasi, è stato sbagliato. Insomma: siamo abituati a partite sbagliate, tecnicamente e tatticamente ignobili, sia quelle noiose sia quelle divertenti.

Non do, sia chiaro, una connotazione di bruttezza alla noia e di bellezza al divertimento – ma alla luce di quanto detto, siamo sicuri che quello maschile sia davvero bello, di calcio? Dalla sua, quello femminile ha, almeno, il fatto che il professionismo è nato non un secolo fa come per quello maschile, bensì nel 2022. Lo capirebbe anche il più retrivo dei patriarchi che se una squadra femminile può concentrarsi sul calcio come professione solo da 4 anni, non dovendo relegare l’attività sportiva al tempo libero – allora è davvero ingiusto trarre oggi dei giudizi tecnico-tattici sul movimento (a fronte, comunque, di già visibilissimi miglioramenti da ogni punto di vista).

Fugata la questione sulla tecnica e sulla tattica, ora qualcuno che prima, con faciloneria, guardava con disgusto al calcio femminile, mi dirà, rinsavito solo in parte, che il campo della bellezza è (con buona pace di San Tommaso d’Aquino) il vasto abisso della soggettività – e che quindi, magari, non è una questione di bellezza.

Ma allora di che cosa si tratta? Della fisicità mascolina che manca alle donne? Figuriamoci.

Il gap estetico (quindi, oggi, televisivo) si annullerà, vedrete, col leggero ridimensionamento del campo e delle porte – riforma che avrebbe molto senso e che mi auguro. Non si tratta di adattare la fisicità femminile al campo maschile – ma il contrario. Insomma: le norme del calcio sono state una scelta – non un’aseità scesa dall’alto. Ci sono voluti anni e anni per definire le regole del calcio maschile in un processo continuo che non è ancora finito e che non finirà mai – figuriamoci se non si possono fare modifiche in questo senso.


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