“Le regole erano queste: la polizia ci picchiava, noi picchiavamo la polizia, nessuno andava in tribunale. Oggi, quando la polizia ci picchia, tu vai in tribunale”.
Il pensiero di un tifoso del Miedź Legnica, estratto del volume Z pamiętnika Galernika. Magia lat 90-tych (‘Dal diario di Galernik. La magia degli anni Novanta’), ovvero le memorie senza filtri, sotto forma di diario, di un tifoso dell’ŁKS Łódź, rappresenta il nostro punto di partenza per un’analisi approfondita del movimento ultras polacco, con un focus doveroso su una delle tifoserie che più ha contribuito a plasmarlo nel corso degli anni: il Lech Poznan.
Poznan, capoluogo della Wielkopolska, snodo commerciale e ferroviario di fondamentale importanza per l’intero continente, non poteva che risultare protagonista nello sviluppo del tifo polacco – che, come spesso accade nell’Europa orientale, si lega a e riflette le vicende storiche e socioculturali del Paese di appartenenza. Non a caso le prime forme di aggregazione sugli spalti cominciano ad intravedersi all’inizio degli anni ‘70, quando i cittadini polacchi entrano in contatto con alcune tifoserie europee transitate oltre cortina in occasione delle coppe europee, quali il Saint-Étienne e il Feyenoord.
Una sciarpata impressionante, totale (foto Contrasti / SM)
Si registrano le prime tendenze a difendere il territorio dagli avversari, ed appaiono rivalità fondate in larga misura sull’appartenenza di alcuni club alle istituzioni statali. Emblematico è il caso del Legia Varsavia, nata sotto l’egida dell’esercito, e ancora oggi oggetto di odio in virtù della sua atavica colpa di rappresentare la capitale, ma anche lo stesso Lech risentì dell’influsso e dei finanziamenti delle ferrovie. Ad ogni modo la nascita dei primi gruppi (ŁKS Łódź, Polonia Bytom, Legia Varsavia) appare solo in parte come un fenomeno spontaneo, soffocato da un contesto nel quale ogni forma di individualismo non poteva trovare spazio e necessitava di essere ricondotta al monopolio statale.
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