E Julian Alvarez ci ha sputato sopra.
Il certificato attestante «depressione» che Julian Alvarez, attaccante argentino dell’Atletico Madrid, avrebbe presentato in mattinata al proprio club al terzo giorno di ammutinamento dall’allenamento della squadra di Simeone, è grave per diverse ragioni.
In primo luogo perché sappiamo tutti che nella migliore delle ipotesi quella della depressione è una balla colossale, o comunque l’uso e abuso di una patologia grave e invalidante, per liberarsi dall’Atletico Madrid e andare al Barcellona. In secondo luogo perché ancora una volta la sacra verginità (copyright M.Z. Garau) delle parole viene violata da uno sport che non sa più che pesci prendere, e che meriterebbe di affogare lentamente, risucchiato dalle sabbie mobili dell’interesse (esclusivamente) economico nel quale ha voluto prostituirsi.
In terzo luogo, pure, perché la storia di Julian Alvarez dimostra indirettamente il punto di non ritorno del calciomercato: giocatori che si impuntano (vedi il caso Banda), federazioni che non tutelano (né la Serie A, in quel caso, né la Liga, in questo, né tantomeno l’UEFA, che sta provando a ripulirsi l’immagine attaccando Infantino: guerra tra traffichini, altroché), procuratori che di base fanno loro il mercato ai club (tenuti per i coglioni da quelli, direbbe Lotito), ancora allenatori che devono ormai esprimersi più sulle trattative che sulle tattiche, i gol, gli allenamenti.
In questa giungla che è diventata il pallone, più si sale di livello meno umanità si trova. E così capita che Alvarez, che lo scorso 22 giugno a Dallas aveva dichiarato che «la cosa migliore per tutti è un trasferimento, e io voglio realizzare il mio sogno» (tutti chi? Io, io, io, correre!; corsivo nostro), ecco questo bambino viziato di Alvarez, che dovrebbe baciare tutti i giorni lo stemma dell’Atletico per avergli dato un amore sconfinato, da Simeone ai tifosi, bene questo stesso calciatore ora decide di saltare gli allenamenti e di presentare, secondo indiscrezioni qualificate spagnole, un certificato di depressione per essere liberato e andare al Barcellona.
Fosse almeno per una causa seria… no: per andare al Barcellona. A quel punto, sicuramente, la depressione svanirebbe.
Se questa roba vi sembra normale, alziamo le mani. Se è normale usare la depressione, una malattia mortale che colpisce trecento milioni di persone ogni anno, rovinando l’esistenza loro e di chi gli è vicino, per ottenere un trasferimento, allora probabilmente i pazzi siamo noi. E visto che due giorni fa Laporta, presidente del Barcellona, aveva dichiarato di «restare molto interessato a Julián. Vorremmo che accettassero la nostra offerta, e lo facciamo con il massimo rispetto per l’Atletico», ora dopo questo certificato ci aspettiamo una smentita di quelle parole. Altrimenti ogni fischio, ogni insulto che Alvarez si prenderà da qui alla fine della sua carriera, sarà tanto sacro quanto lo è il significato della parola che ha voluto vilipendere per futili ragioni. La misura è colma.
Ropero / PsNewZ / Insidefoto