Che ci piaccia o no, la Storia è la fine delle storie.
Nell’era del disincanto, i cerchi disegnati in volo dagli stormi non sono altro che circonferenze; i sogni la manifestazione dell’inconscio; i sensi regolati, le foreste nulla più che un insieme di alberi senza voce. L’uomo razionale, che ha indagato il mondo attraverso microscopi e cannocchiali, sa bene che prevedere il futuro è spesso un esercizio ludico. Che le sfere di cristallo sono pura superstizione.
Eppure in questo gioco si annida qualcosa di profondamente serio: se si scava oltre la superficie, infatti, esso insinua il dubbio che la storia sia una grande illusione ottica, che anche la più rassicurante delle nostre certezze possa incrinarsi all’improvviso. Basta immaginare per un attimo quel che sarà e subito le cose a cui abbiamo sempre affidato un senso di durata, di certezza, non ci sembrano più tanto stabili.
La persistenza della memoria, di Salvador Dali (1931)
Il calcio – come del resto ogni sport; riformula: come qualunque attività umana – è ciclico. Ha avuto un inizio, in un secolo e mezzo si è sviluppato a tal punto da diventare il lontano parente di se stesso, e un giorno semplicemente finirà. Sembra banale dirlo così, con la secchezza di un verbo netto, il colpo di un’ascia che recide il tronco. Non ce lo diciamo quasi mai. Non tanto spesso, non troppo volentieri. Eppure la storia è un cimitero di passioni che si credevano senza fine.
C’è stato un tempo in cui i gladiatori si ammazzavano coram populo, le naumachie trasformavano gli anfiteatri in enormi stagni e la folla s’accalcava per assistere alle corse dei carri. Tutti fenomeni che i contemporanei credevano immutabili. Così come Roma eterna, del resto, agli occhi dei sudditi dell’impero non sarebbe mai dovuta crollare: se cadrà il Colosseo, dicevano, cadrà Roma; e se cadrà Roma cadrà il mondo.
Invece siamo qui. Ancora. Con gli archeologi ad arrovellarsi per capire come funzionassero i giochi e le fonti sempre troppo scarne per placare la nostra sete di posteri.
Arriverà un’epoca in cui lo stesso si chiederanno, a proposito di questo secolo ventunesimo, le future civiltà. Se ci sarà ancora la curiosità per il passato, se qualcosa rimarrà delle architetture di cemento e ferro che ospitano gli odierni spettacoli; se qualcuno non le smantellerà in tempi di crisi e abbandono, di riduzione demografica, quando nei resti delle nostre città pascoleranno i cinghiali e le nottole nidificheranno là dove un tempo la brava gente consumava i suoi piccoli riti conviviali.
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A Mostar si tratta di Est contro Ovest, Armata Rossa contro Ultras, operai contro nobili, stella rossa contro šahovnica. Quando si affrontano Velez e Zrinjski la Bosnia torna inesorabilmente indietro di vent'anni, ai tempi delle guerre jugoslave.