Critica
27 Novembre 2025

Le interviste post-partita sono inutili

Il giornalismo è vuoto come i suoi contenuti e la sua forma.

Forse è più elegante non sparare sulla Croce Rossa. Forse bisognerebbe semplicemente rassegnarsi e guardare altrove. Tacere dell’ovvio e curare il proprio giardino alla Voltaire, sperando che in un modo o nell’altro tutti poi ne traggano un qualche vantaggio. Ma poi… poi è davvero impossibile starsene zitti, riporre quel fucile a piombini che è il telecomando e salvaguardare la bile dalla produzione eccessiva di umori neri.

Ogni settimana le solite scene. La partita è da poco terminata e il microfono – oggetto dal fascino irrinunciabile – si allunga a favor di telecamera verso il mento dell’allenatore di turno. La luce gli sfarfalla sulla fronte, l’auricolare lo insidia coi suoi cavi serpentini e nessuna disgrazia gli parrebbe più indesiderabile che trovarsi lì, con il volto sudato e la voce roca, pronto ad immolarsi a beneficio di popolo sull’altare dell’auditel.

Il popolo siamo noi, è ovvio. Al lato opposto del cavo TV.

In attesa di udire finalmente qualcosa di sensato, sgraniamo gli occhi come fedeli davanti al miracolo che sta per compiersi e… Niente. Come al solito cascano tutti gli organi molli in condizione di cadere: la domanda posta all’uomo sotto torchio è stata esattamente quella idiota che temevamo.


Come ti senti?

Qual è il suo segreto?

Mister, era felice quando la sua squadra ha segnato?


Al quarto quesito avvertiamo un mancamento. Vengono a galla tutte le insulsaggini che abbiamo collezionato nelle precedenti settimane e subito rimosso per via di quei complicati meccanismi dell’Es che la psicanalisi ha ampiamente argomentato. Di colpo, ci assale una rimembranza dietro l’altra. E la realizzazione che la maggior parte delle interviste post-partita è ormai sempre più inutile – sorvolando per carità di patria su quelle che vanno in scena tra le due frazioni di gioco.

Ora, non si pretende che gli invitati in studio si trasformino in Torquemada, che incalzino sempre e comunque coach e giocatori. O che le telecamere di Dazn mandino in onda un surrogato post-moderno dell’agorà ateniese ai tempi di Pericle.

Ma la vuotezza delle questioni fatte emergere tra una gara e l’altra trasforma davvero questo frangente in un rito senza senso. Una cerimonia di parole dette perché si devono dire, di risposte recitate perché non si può pronunciare altro: è l’officio dell’aria fritta, della circostanza, delle trappole a cui solo un essere umano comprensibilmente teso e stanco (o irrimediabilmente stupido) potrebbe abboccare.

Ecco la pantomima beneducata:

Avete sofferto? Chiederà l’ex giocatore.

Ci avete creduto fino alla fine? Aggiunge la valletta prestata al mondo del giornalismo.

Che cosa vi siete detti nello spogliatoio? A intervenire è ora il collega che la sa lunga.

Per non parlare di quando si scivola nel privato, nel gossip o nell’abitudine tutta italica di chi fa i complimenti più pomposi, i paragoni più grossi, i ringraziamenti più sentiti – gesto inizialmente apprezzabile, ma che alla lunga fa venire il latte alle ginocchia per la sua ossequiosa prevedibilità.

In risposta a tanto nerbo, dunque, una sequela di frasi interscambiabili che potrebbe pronunciare anche un manichino:

Abbiamo lottato. Toh, guarda!

Seguiamo il mister. Ma non mi dire!

Stiamo lavorando. Perché, noi no?

Grazie a voi e buona serata. Buona serata un ca…

Si ha l’impressione, insomma, che nessun addetto ai lavori dopo novanta minuti di corsa vorrebbe esporsi ad una confessione da camera privata; e la certezza che molti appassionati preferirebbero di gran lunga sentire i loro pensieri sul piano di gioco, sulle tattiche, su cosa hanno lavorato in allenamento.



Invece quasi sempre la tensione del campo si dissolve in un linguaggio aziendale o, peggio, da paggetti alla corte di Versailles. Mentre sulla stragrande maggioranza delle domande si potrebbe agevolmente glissare, con lo sguardo piccato di Sydney Sweeney; e il mondo del calcio non ne risentirebbe in alcun modo.

Di fronte a tanta liturgia, del resto, viene voglia di rispolverare non solo Voltaire, ma l’intera Bastiglia: una piccola rivoluzione di buon senso, capace di liberare il discorso sportivo dai suoi cerimoniali vuoti. I calciatori da obblighi inutili. E il piccolo schermo da queste quote marginali di stupidità universale e ahinoi inestirpabile.

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