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5 Dicembre

Due a zero

Andrea Antonioli

70 articoli
Oggi il Bar dello Sport si trasferisce nella Capitale, e il tema all'ordine del giorno non può che essere il derby appena giocato. La Roma lo ha vinto due volte: la prima in campo, la seconda sugli spalti.

Bar Sport, Episodio III. Quindicesima giornata alle spalle (o quasi), il copione è già scritto ma come direbbe Zarathustra «che importa di tutto ciò! Una cosa è più necessaria dell’altra!» Oggi il Bar dello Sport si trasferisce nella Capitale, e il tema all’ordine del giorno non può che essere il derby appena giocato. La Roma lo ha vinto due volte: la prima in campo, la seconda sugli spalti.

Uno a zero. La Lazio ha disputato una buona gara, addirittura nel primo tempo un’ottima gara. È scesa in campo schiacciando l’avversario e dominando buona parte della prima frazione di gioco, e sostanzialmente ha perso la partita per un gesto sconsiderato di Wallace, che potrebbe (e forse dovrebbe) aver finito anzitempo la sua esperienza in Italia. La Roma, rimaneggiata per l’assenza di Momo Salah – l’unico in grado da solo di spaccare in due la partite –  ha optato per un modulo ma soprattutto per una disposizione in campo più difensiva. Il tutto al fine di non concedere ai biancocelesti né spazi tra le linee (tallone d’Achille dei giallorossi nelle ultime partite), né i cosiddetti isolamenti per gli esterni offensivi, ovvero gli uno contro uno che le ali della Lazio, devastanti nel dribbling e abilissime a saltare l’uomo, avrebbero potuto sfruttare per creare pericoli. La partita è quindi rimasta in equilibrio fino al vantaggio romanista, seguito dieci minuti dopo dal raddoppio del Ninja Nainggolan con un tiro da trenta metri, complice una mezza papera di Marchetti. Poi solo il triplice fischio, con la squadra di Luciano Spalletti che si riprende il secondo posto e vola a +4 sui rivali in città.

Un classico derby romano. Il clima che si respirava a Roma alla vigilia di questo derby si era ampiamente surriscaldato, e tanto la “mischia” in campo dopo il gol di Strootman quanto le dichiarazioni fuori posto di Lulic a fine partita lo hanno dimostrato. Il primo dopo aver siglato la rete del vantaggio ha rovesciato dell’acqua addosso a Cataldi (ingiustamente espulso per una naturale “reazione”) causando un principio di rissa, il secondo davanti ai microfoni nel post partita ha detto di Antonio Rudiger che «ora fa il fenomeno, ma fino a due anni fa vendeva cinture e calzini». Insomma è stato un vecchio e classico derby romano, anticipato dai tifosi che da un lato evocavano scenari di “guerra etnica“, dall’altro rispondevano al grido di “uccidiamoli“. Nulla di cui stupirsi a Roma e – fino a quando restano parole o a maggior ragione cori da stadio – nulla di cui preoccuparsi.

Ecco come la Curva Nord, riunita a Formello, incita la squadra prima del derby

Questa invece è la Curva Sud, a Trigoria, sempre in previsione della stracittadina

 

 

Due a zero. Ma veniamo a ciò che è successo, o meglio non successo, sugli spalti. Mi dispiace per gli amici laziali ma ieri hanno fatto la più classica delle figuracce. Nel video dei tifosi biancocelesti verso la fine si sente distintamente dire che per questa occasione «la Curva Nord tornerà a essere piena». Per chi non lo sapesse, spieghiamo brevemente cosa succede a Roma. Da circa un anno e mezzo la prefettura di Roma ha deciso di installare delle barriere nelle curve dell’Olimpico che tagliano in due il settore, separandolo per presunte misure di sicurezza. Ma le misure repressive del “tifo violento” non si sono limitate alle barriere: multe per i cambi di posto, DASPO per chi accende i fumogeni e così via, oltre alle ripetute squalifiche per quella stronzata della discriminazione territoriale. Il tutto con un obiettivo ben preciso: trasformare gli stadi in teatri, eliminando quei presunti violenti che «non consentono alle famiglie di andare a vedere la partita». Senza addentrarci nel merito della questione e nel terreno minato del “calcisticamente corretto” (Vladimir Dimitrijevic), dall’innalzamento delle barriere le due curve romane hanno deciso di disertare quasi totalmente l’Olimpico, come dimostra l’ultimo derby della scorsa stagione.

derby
Il risultato del calcisticamente corretto

 

Per i laziali inoltre questa misura giungeva “a coronamento” di una guerra decennale con la società, e più in particolare con Lotito, che rappresentava un motivo ulteriore per non entrare allo stadio. In quanto ai romanisti invece, cresceva il malcontento per la linea della proprietà: oltre agli attacchi del presidente Pallotta alla parte più calda della Sud, era stato sostituito il vecchio stemma ASR (Associazione Sportiva Roma) con il nuovo, più semplice e più riconoscibile sui mercati esteri, ROMA. Fatto sta che fino a ieri entrambe le curve avevano boicottato addirittura la stracittadina pur di mantenere un’ammirevole coerenza e tifare «a modo nostro, tutti insieme, come hanno sempre fatto i nostri padri». Ieri invece la Curva Sud ha tenuto il punto e mantenuto la linea – lasciando il settore totalmente vuoto – mentre la Curva Nord ha registrato il tutto esaurito. Nonostante Lotito, nonostante le barriere, nel momento di necessità la Nord è scesa a compromessi. Preferisco non ascoltare le leggende metropolitane che nella Città Eterna girano fin dai tempi dell’Impero Romano, secondo le quali i gruppi della Nord avrebbero accettato il più classico dei do ut des con Lotito, che gli avrebbe promesso varie ed eventuali. Preferisco credere alla buona fede dei tifosi laziali, e all’incapacità di portare avanti una sacrosanta protesta alla vigilia di un derby decisivo. D’altro canto, come si dice, lo spirito è forte ma la carne… Del tutto comprensibile, ma certamente meno ammirabile del comportamento dei cugini giallorossi, riuniti insieme per vedere la partita su un maxischermo a un centro sportivo.

 

 

Un’amatriciana in bianco e vegetariana. Così il buon Johnny Palomba definiva il derby senza curve: un’amatriciana in bianco e vegetariana. O volendo una birra analcolica, diremmo noi. Finalmente sembra che la palese situazione di assurdità abbia avuto la meglio sulla propaganda, occupando il posto del reale. La grande narrazione ha portato avanti una trama che gli si è sfaldata tra le mani: la contrapposizione manichea ed esasperata tra bene e male, tra progresso e ignoranza si è rivelata incapace di raccontare gli eventi anche nello sport. Sembra che si abbia l’ossessione dell’ignoranza, e che anche nel calcio si debbano redimere i tifosi dalle tenebre e rischiararli con i lumi del calcisticamente corretto. Bisognerebbe indagare se ciò sia dettato solo da filantropia e da una vocazione sinceramente illuminista, o se invece dietro a questa propaganda si muovano interessi più o meno celati. Intendiamoci interessi del tutto legittimi, soprattutto nell’epoca il cui il mondo è diventato business e il business è diventato mondo (e lo dico senza alcun intento moralizzatore). Interessi che tuttavia non hanno nulla a che vedere con il calcio per come lo abbiamo sempre inteso, ma che vorrebbero trasformarlo in uno show spettacolare come l’NBA. Il tutto avvalendosi naturalmente della grande narrazione sportiva, che porta avanti una stucchevole retorica del singolo a tutti i costi e del calcio giocato come parte esclusiva di questo sport. Viene da ribattere che se avessimo sempre ragionato in questi termini, oggi non potremmo capire nulla degli eventi più significativi accaduti nel mondo del pallone. Lo dico senza timore: se progresso significa stadi teatro e superlega, vorrà dire che resteremo provinciali. La scelta sta a voi, dimenticandovi per un attimo del “si dice” di heideggeriana memoria. O la Curva Sud, o l’amatriciana in bianco e la birra analcolica.

 

 

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