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Tennis
12 Settembre

Vincere e sorridere come Emma Raducanu

La britannica è entrata nella storia vincendo gli U.S. Open partendo dalle qualificazioni.

Nessuna giocatrice era mai riuscita ad approdare a una finale Slam iniziando il torneo dalle qualificazioni. Emma Raducanu ha polverizzato questo record vincendo persino il torneo: un’impresa mai centrata da nessun tennista, senza distinzione di genere. Quello ottenuto a Flashing Meadows dalla britannica, è un trionfo di portata storica, paragonabile, negli ultimi anni, solo alla vittoria dei Championships da parte di Goran Ivanišević nel 2001 da wild card. Il croato era però al tramonto di un’ottima carriera, e soprattutto con già due finali perse sui prati di Wimbledon.

Emma Raducanu a inizio anno ricopriva la posizione numero 343 del ranking mondiale e ha giocato la finale degli US Open da numero 150. La britannica era apparsa per la prima volta in un torneo del Grande Slam appena lo scorso giugno tra le mura amiche di Church Road sfruttando una wild card ben assegnata che l’avrebbe condotta fino agli ottavi di finale. Poi nessuna corsa all’oro: un ritorno alla realtà semplice quanto straordinario. 19 anni non ancora compiuti, Emma è tornata a Orpington, nel distretto londinese di Bromley, alla Newstead Wood per concludere la formazione scolastica, ottenendo il diploma con il massimo dei voti in Matematica ed Economia. Un’estate di sacrificio, contesa tra i libri e gli allenamenti, vissuti nella modestia di una classifica da costruire e nella consapevolezza di un futuro tutto da scrivere. Poteva sembrare la favola estiva da one hit wonder invece la Raducanu al secondo tentativo ha già centrato un major.



Mamma cinese, papà romeno, cresciuta in Gran Bretagna dall’età di due anni, ma nata a Toronto, in Canada, Emma Raducanu ha incrociato in finale una ragazza dalla storia simile. Il paese nordamericano come comune denominatore: nel Québec, a Montréal, tre mesi prima nello stesso anno (2002) nasceva Leylah Annie Fernandez, origini ecuadoriane e filippine, che parla fluentemente tre lingue, ma ha deciso di adottare la bandiera con la foglia d’acero. Anche lei protagonista inattesa del torneo, iniziato oltre la posizione 70 del mondo e prima di New York incapace di vincere due partite di fila dal torneo di Monterrey dello scorso marzo (concluso trionfalmente).

Mentre le avversarie più quotate si facevano divorare dai demoni dell’insicurezza, questi due splendidi uragani estivi hanno travolto il Queen’s con il loro entusiasmo, in modo persino più dirompente di quanto non abbia fatto Ida con il resto della città. Un tennis esuberante e dinamico, pervase da quella che Paolo Rossi su Repubblica ha definito “consapevole incoscienza“, che ha evidenziato con sconcertante chiarezza le difficoltà alla successione al trono lasciato vacante da sua Maestà Serenona. Non a caso, quella di ieri è stata la finale più giovane dal 1999, all’epoca giocata proprio dalla secondogenita delle Williams contro Martina Hingis. Come a dire: di buon auspicio. Eppure, non è stata una finale casuale, sebbene fosse certamente impronosticabile. Leylah Fernandez ha sconfitto tre top 5 per raggiungere l’atto conclusivo, segno di una continuità di rendimento ad alte frequenze innegabile. Emma Raducanu ha vinto il torneo non cedendo nemmeno un set nelle tre settimane (comprese quindi anche le qualificazioni), e non concedendo alle avversarie di superare mai la soglia dei 4 game per set. Un dominio totale, senza mezzi termini.

I momenti salienti della finale di ieri (dal canale ufficiale US Open Tennis Championships)

Sembra anzi di aver assistito più che a un’eccezione a un assaggio di futuro. Una ventata di novità tecnica che si muove veloce come i loro piedi agili alla costante ricerca della palla. Un tennis fatto di dinamismo esplosivo che pare poter essere finalmente antidoto al tennis muscolare e bruto dell’ultima decade del circuito in gonnella. La Raducanu ha più giri nel motore, ma non è tanto a queste due giocatrici che si guarda, quanto alla prospettiva di un movimento che su queste basi promette divertimento e qualità. Ma oltre alle considerazioni tecniche che aprono una breccia solo nella pancia di pochi, sono i sorrisi ad aver vinto nei ricordi di tutti. Contagiosi quelli della Fernandez, ammalianti quelli della Raducanu, entrambi soprattutto genuini. Reazioni istintive che ci hanno improvvisamente riportati alla realtà di uno sport splendido, grazie all’innocenza della gioventù.

Era proprio quello che ci voleva dopo un’estate tormentata, trascorsa a soppesare il polverone scatenato dalla campionessa triste Naomi Osaka. Una ragazza che ha tutte le carte in regola per raccogliere lo scettro di Serena e insieme alle due giovani finaliste di ieri condivide il melting pot culturale ed etnico che sembra la pozione vincente del tennis femminile, ma che a differenza loro ha perso il sorriso e trovato le lacrime.



Le sue esternazioni avevano aperto il dibattito sulla necessità di una serie di misure per la tutela dei giocatori. L’ultima, in ordine di tempo, è stata la creazione di ‘stanze silenziose’ e altri servizi di supporto alla salute mentale dei tennisti da parte della USTA. Il tennis è stato messo sotto accusa, quasi che per competere e vincere fosse congenita una forma di demolizione interiore.

Il sorriso di queste tenniste ci ha ricordato che non è per forza così, che si può giocare, vincere o perdere, assaporando il momento. Dall’angolo della Fernandez, nei momenti più difficili della finale di ieri il consiglio più ricorrente era urlato a suon di «smile», con tanto di gesto con le dita davanti alla bocca in sorta di riedizione di Dybala-mask. Il sorriso come soluzione anche nelle difficoltà, un messaggio implicito: goditela. Una finale che lancia nel firmamento due stelle che hanno tutti i presupposti per non dissolversi come meteore, ma lasciare una scia come comete, se non addirittura lecitamente aspirare ad affermarsi come stelle polari. Da oggi Emma Raducanu è nuova Regina del Queen’s, e giustamente è britannica. O almeno, tra le tante culture che rappresenta, ha un accento sfacciatamente British. God Save the Queen.

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