«Dall’inizio dell’anno scolastico le agitazioni mostrano un volto nuovo. È evidente l’esistenza di una centrale di coordinamento, diretta da persone esperte nella tecnica delle agitazioni di piazza e dell’eversione disarmata». Tratto da un comunicato del provveditore agli studi di Torino, presente in Promemoria sulle agitazioni studentesche al 25 novembre 1968.

 

Già: l’eversione. Dal latino eververe, “sconvolgere”, “abbattere l’ordine costituito”. È lo Zeitgeist, bellezza! Il “sessantotto”, rivoluzione sociale, politica e dei costumi. Da Berkeley, passando attraverso Parigi, Berlino e Praga, l’eco della contestazione giovanile arriva anche nei nostri istituti superiori e nei nostri atenei, “sconvolgendo” lo status quo e provocando un moto di ribellione verso gerarchie e gerontocrazie colpevoli di proteggere privilegi all’interno di sistema educativo arcaico. E, per una sorta di proprietà transitiva, lo Zeitgeist si sublima anche nel calcio, lo sport più amato dagli italiani.

 

24 novembre 1968: ottava giornata del campionato di serie A. La Fiorentina espugna il tempio di “San Siro” sconfiggendo l’Inter per 2-1. Le reti di Chiarugi e Amarildo rendono vano il gol di Domenghini. È lo squillo di tromba che annuncia la carica delle truppe viola alla fortezza del potere, un potere presidiato e ben rappresentato dalle due squadre che si esibiscono nella cosiddetta Scala del calcio, capaci di aggiudicarsi cinque degli ultimi sette titoli nazionali.

 

Una delle tante manifestazioni studentesche del ’68

Dalle aule delle scuole e delle università un contropotere riformista agita i sonni di vetuste nomenclature, e se gli studenti milanesi contestano l’inaugurazione della stagione lirica alla Scala tirando uova alle “sciure” della Milano bene, e a Roma il movimento studentesco, con in testa l’attore più popolare del momento, Gian Maria Volonté, distribuisce volantini contro il Natale consumistico, nel mondo del calcio una squadra per lo più composta da giovani promesse si incarica di simboleggiare l’impetuoso vento della ribellione, un vento che porta con sé anche un’inedita meridionalizzazione del football.

 

È la Fiorentina, che vede diversi componenti del suo undici nati nel centro-sud e che, insieme al Cagliari, che l’anno successivo conquisterà il suo primo e unico tricolore, e al Napoli, costantemente nelle prime posizioni di classifica, (due anni dopo lotterà per lo scudetto vedendosi fermare sul più bello dall’arbitro Gonella che, nella partita decisiva con l’Inter a San Siro, decreterà un rigore inesistente a favore dei neroazzurri), rappresenta quella che Gianni Brera chiama l’Aufsuedung, proiettando idealmente sul terreno di gioco le rivendicazioni dei ceti più deboli, ben rappresentati dal movimento contadino e dalle lotte bracciantili che, dalla Sicilia (dove la protesta dei braccianti di Avola che chiedono trecento lire in più finisce nel sangue) alla Puglia, infiammano il meridione d’Italia.

 

E mentre le ragazze e i ragazzi delle università, dei licei e degli istituti tecnici entrano in agitazione ribellandosi allo strapotere del baronato, all’obbligo dei grembiuli neri e portano i capelli lunghi (evocando, in questo, il povero Gigi Meroni, il calciatore beat che per primo ruppe gli schemi), rischiando sospensioni e altri provvedimenti disciplinari, e riproponendo vecchie e nuove rivendicazioni, dall’abolizione della censura dei giornali scolastici (a seguito dello “scandalo” esploso al liceo Parini di Milano, dove il giornale studentesco “la Zanzara” pubblica un articolo che ha come tema  ‘La posizione della donna nella società italiana”, articolo che desta scalpore e viene accusato di oscenità) ai lavori di gruppo, dal diritto alle assemblee al superamento del voto individuale, dal preavviso nell’interrogazioni alla possibilità di discutere il voto fino al ridimensionamento dei compiti a casa, e mentre le occupazioni universitarie portano i Senati accademici a vietare che si svolgano esami (con alcune resistenze come quella di Federico Caffè, che accetta anche alcune richieste degli studenti), sul rettangolo verde la sete di novità trova conforto nel gioco arioso e spavaldo di una squadra out of the loop, che si contrappone al conservatorismo rappresentato dal “catenaccio herreriano e dalla “linea Maginot” di Nereo Rocco, modelli vincenti, sì, ma espressione di un arcaicismo calcistico da superare.

 

Helenio Herrera e Nereo Rocco, profeti del catenaccio

 

La stagione 1968/69 è quella successiva alla conquista del Campionato europeo da parte degli Azzurri. Nasce il tredicesimo uomo, un calciatore di movimento che siede in panchina insieme al portiere di riserva. I campioni d’Italia del Milan partono favoriti insieme ai cugini dell’Inter, e invece…
Invece la serie A si apre all’improbabile, e la lotta al vertice si anima grazie alle imprese di due squadre del centro-sud: il Cagliari di Riva e, appunto, la Fiorentina. Con una partenza sprint, gli isolani si portano in vetta alla classifica tallonati dai viola, riuscendo ad aggiudicarsi il titolo d’inverno, ma nel girone di ritorno la “gioventù gigliata” sferra lo sprint decisivo e, approfittando della sconfitta dei cagliaritani sul campo della Juventus per 1-0 alla ventunesima giornata, supera gli uomini di Manlio Scopigno e si invola verso il titolo.

 

Largo ai giovani”, quindi, uno slogan che veste su misura le maglie viola, colore che simboleggia la metamorfosi, perché quello che porta con sé la Fiorentina “yé yé” – dallo stile musicale francese in voga negli anni ’60, poi sinonimo di moda giovanile tout court – è un cambiamento che arriva dall’undergound e mette in crisi il mainstream arrogante dei club nobili.

 

Il team del presidente Nello Baglini, un industriale dell’inchiostro da stampa fiorentino che vive a Milano, e che da alcuni anni ha intrapreso la politica dei giovani insieme al direttore sportivo Carlo Montanari e all’allenatore Giuseppe Chiappella (ex mediano dello scudetto viola del 1956), è protagonista di una stagione entusiasmante che fa seguito a un’estate travagliata, caratterizzata da serie difficoltà finanziarie che hanno portato alla cessione di elementi di spicco come Enrico Albertosi e Mario Brugnera, ceduti al Cagliari, e Mario Bertini, trasferitosi all’Inter. Anche la trattativa con Helenio Herrera non è andata a buon fine, e sulla panchina gigliata si e seduto Bruno Pesaola, accanito giocatore di poker, reduce dal quadriennio al Napoli.

 

Pesaola con i suoi

 

Dopo il periodo d’oro degli anni Cinquanta – un tricolore al termine della stagione 1955/56, seguito da quattro secondi posti consecutivi e una finale di Coppa dei Campioni disputata e persa a Madrid il 30 maggio 1957 contro i padroni di casa del Real per 2-0, a cui va aggiunta la vittoria nella prima edizione della Coppa delle Coppe nel 1961, nella doppia finale con il Rangers Glasgow (2-0 in Scozia e 2-1 a Firenze) – e dopo il quarto posto conseguito nelle stagioni 65/66 e 67/68, grazie all’esperienza e al carisma, “il petissso”, che dirige gli allenamenti dalla tribuna, dona alla squadra un gioco elegante riuscendo nell’impresa di regalare ai tifosi gigliati il secondo scudetto, avvalendosi della stagione superlativa di Giancarlo De Sisti, di Francesco Rizzo, di Claudio Merlo, di Mario Maraschi, di “cavallo pazzo” Luciano Chiarugi, e del redivivo brasiliano Amarildo (all’inizio del campionato Pesaola vola in Brasile convincendo il riottoso attaccante, in disaccordo con la società, a rientrare nel gruppo, dopo avergli promesso il ruolo di stella indiscussa dell’attacco); “il garoto”, attaccante estroso e imprevedibile, già campione del mondo con il Brasile nel 1962, supportati da una difesa di ferro impostata sulla coppia centrale composta da Ugo Ferrante e Giuseppe Brizi, e blindata in porta da Franco Superchi, protagonista di un campionato indimenticabile e poi incapace di ripetersi agli stessi livelli nel proseguo di carriera.

 

L’11 maggio 1969, penultima giornata di serie A, la Fiorentina conquista matematicamente il suo secondo scudetto battendo la Juventus a Torino per 2-0. In una calda domenica di maggio, le reti siglate nel secondo tempo da Chiarugi al ’48 e da Maraschi al ’69 non lasciano scampo ai bianconeri, mandando in visibilio i quindicimila tifosi della curva Fiesole che hanno invaso pacificamente Torino, pavesando il “Comunale” di bandiere viola. Al ritorno dalla trionfale trasferta di Torino, i giocatori vengono accolti come eroi da una città interamente dipinta dei loro colori. La sera prima sono sfilati davanti alle telecamere della tv, ospiti di Enzo Tortora alla “Domenica sportiva”, e Ugo Ferrante ha mantenuto la sua promessa in caso di conquista dello scudetto: farsi tagliare la fluente capigliatura in diretta televisiva.

 

Anche Tuttosport riconosce la superiorità viola

 

Era il 1969. Anno di avvenimenti epocali. Dallo sbarco sulla Luna alla nascita di internet; dal concerto di Woodstock agli eccidi della Family di Charles Manson; dal suicidio di Jan Palach al colpo di stato di Gheddafi. E se il simbolismo numerico del ’69 ricorda graficamente la tensione fra gli opposti dello Yin e lo Yang, allora forse gli anni Sessanta, la Belle Époque della modernità, non potevano che finire in modo traumatico.

 

Nonostante alcune innovazioni alla obsoleta “legge Gui” proposte dal ministro dell’istruzione Mario Ferrari Aggradi, successore di Fiorentino Sullo – dalla liberalizzazione dei piani di studi e degli accessi all’università alla semplificazione dell’esame di maturità – la speranza di una “vera” riforma scolastica, sull’esempio di quella francese, sarebbe naufragata. Ci avrebbe poi pensato il governo di centro-destra guidato da Giulio Andreotti a insabbiare qualsiasi altra idea riformatrice (come quella del ministro Tristano Codignola, volta a far scomparire le gerarchie accademiche e a dare spazio di autonomia agli studenti), apponendo l’ultimo chiodo sulla bara dei sogni di una generazione che avrebbe assistito all’esaurirsi della spinta riformista e al rapido riflusso delle proteste del movimento studentesco prima nelle università, poi negli istituti superiori. Lo stesso riflusso che sarebbe dilagato anche nel mondo ultraconservatore del calcio che, dopo l’inedito biennio 1969/1970, sarebbe tornato sotto il controllo delle vecchie gerarchie, salutando, con un umore di incertezza e rimpianto, squadre destinate a tornare a recitare il ruolo di comparse nel rutilante proscenio della serie A.

 

1969, un anno che rimane tracciato nella Storia

 

Era il 1969, l’anno della Fiorentina yé yé. Epitome calcistica di un periodo storico irripetibile, i gigliati sublimarono sul rettangolo di gioco l’utopia della fantasia al potere e l’esigenza di cambiamento. Allora ricordiamo i nomi dei componenti di quella squadra che decretò la preminenza del senso del possibile su quello del reale. Superchi, Rogora, Mancin, Esposito, Ferrante, Brizi, Rizzo (Chiarugi), Merlo, Maraschi, De Sisti, Amarildo. Dodicesimo calciatore: il pubblico. Passionale e ribelle, viscerale ma competente, sanguigno e devoto, fu punto di riferimento e sostegno decisivo per la squadra, l’arma in più che spinse l’undici gigliato verso un’impresa al di fuori dei palinsesti abituali della programmazione della seria A.
Perché nel calcio, come nella vita, toglieteci tutto ma non il diritto all’improbabile.