C’è una scena nel documentario Ultras Curva Sud di Alberto Negri del 1980 in cui un giovane tifoso romanista, orfano di padre, racconta come lo stadio sia uno dei pochi intrattenimenti a basso costo disponibili, una delle poche alternative alla delinquenza o al cinema.

 

 

Lo stadio, dopotutto, non è mero intrattenimento, ma riveste un fondamentale ruolo sociale. Lo stadio, o meglio, la curva è in questi anni una necessità per il giovane, è estasi condivisa, è stile di vita. Non stupisce, infatti, se l’unica sottocultura a non nascere nelle strade e nei club – quella dei Casuals britannici – si affermi sulle gradinate.

 

 

In Italia, tra fine ’70 ed ’80, il discorso non è poi tanto distante da quello britannico. Nelle strade si crea un’amalgama (contro)culturale che fa comparire nelle curve striscioni che vantano una marcata matrice sottoculturale, come il celebre Mods del Torino, o gli omonimi di Bologna, Ternana, Roma, Teramo, Campobasso e Rimini (probabilmente convertiti in seguito ai raduni mod sulla riviera romagnola).

 

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I Mods Bologna, in una foto degli anni Ottanta (foto da Bologna Club 707)

 

 

Il calcio giocato, di per sé, è il pretesto, l’aggregazione il fine. Come confessa un altro giovane ultras intervistato da Negri:

 

“Io vado allo stadio per gli altri ragazzi. Siamo 2000 a una partita normalissima. A volte mi dicono che non tifo per la Roma, tifo per il Commando Ultras”.

 

Che si ascolti punk, hard rock, reggae o 2Tone, musica e calcio sono le forme di escapismo dal conformismo e dall’angosciante morsa della vita ordinaria. Per quanto queste scene musicali risultino oggi assorbite dalla cultura dominante, all’epoca portano i giovani a maturare un’attitudine genuinamente ribelle, termine oggi a dir poco pericoloso (vedasi l’affermazione del sottoculturalmente innocuo ‘indie’ nostrano).

 

 

Se ad un live del Settembre 1992 i torinesi e torinisti Statuto introducono il loro inno “Ragazzo Ultrà” con le parole «Abbiamo capito che finalmente si è scoperto il male dell’Italia. Non sono i mafiosi, gli spacciatori, i politici corrotti, ma i ragazzi che non si possono permettere il biglietto in tribuna centrale numerata e vanno a vedere le partite in curva, come noi» oggi Ghali – che ci si aspetterebbe essere il volto della trap, la nuova controcultura giovanile – si fa portavoce del Comune di Milano in un video che esorta i suoi fan ad attenersi ai decreti ministeriali, rimanendo a casa e ripartendo con cautela.

 

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Ghali si esibisce sul prato di San Siro prima del derby del 17 marzo 2019 (foto Emilio Andreoli/Getty Images)

 

 

Oggi, non è la passione per il pallone ad essere scemata tra i giovani, è il consumo ad essere cambiato. Se prima dell’avvento della Pay TV eri giovane e ti piaceva il calcio non avevi altra opzione che andarlo a vedere. Perché diciamolo pure, Tutto Il Calcio Minuto Per Minuto era per matusa, o giusto per le domeniche in cui eri costretto alla gita fuori porta dai genitori e, allora, pronta la mano andava a sintonizzare l’autoradio – se non era stata rubata nella notte. Se i genitori non elargivano la paghetta o erano di strette vedute, nessun problema, ben o male c’era la squadra locale.

 

 

Le ultime generazioni di tifosi – se così possiamo davvero definire gli spettatori da divano – hanno perso, davanti al moltiplicarsi delle offerte di intrattenimento e della progressiva diminuzione del divario comportamentale e culturale con i propri genitori, un’attitudine ribelle. La curva non è più una necessità dettata da fattori economici, tantomeno un ambìto luogo di aggregazione e di affermazione generazionale. È piuttosto un ambiente demonizzato dalla cultura ufficiale – dettata, da chi negli ’80, molto probabilmente, non aveva amici e la domenica stava a casa con mammà.

 

 

In data 1 Maggio Il Corriere della Sera scriveva del futuro del calcio dopo il virus, prevedendo porte chiuse per 12 o 18 mesi, capienze ridotte, ingressi scaglionati, termoscanner e, dulcis in fundo, curve tutte a sedere. Insomma, il sogno asettico di Michael Jackson, se fosse stato un appassionato di calcio. Molto più concretamente il sogno degli amanti dei salotti sul VAR, dei depravati che passano più tempo su Transfer Market che su un sito a luci rosse, e di quelli che se proprio si vedono costretti ad andare allo stadio scelgono il box o la tribuna. Il sogno di quelli che negli ’80 ascoltavano I Pooh e che in curva non sono mai entrati.

 

 

Non solo lo stadio non è un teatro, ma lo spettacolo è il tifo, non lo sport giocato. Qui i tifosi della Fortitudo Bologna (video SportPeople)

 

 

Non è difficile immaginare l’insurrezione popolare e giovanile a cui si sarebbe assistito se 20, 30 o 40 anni fa si fosse prospettato un calcio simile o, esulando dallo sport, se ci si fosse trovati dinanzi al sequestro domiciliare della popolazione intera. Le generazioni che hanno riempito le curve – in piedi – tra i ’70 ed i primi ’00 hanno imparato a diffidare dello stato, così come delle forze dell’ordine diffida chi è stato parte di una sottocultura.

 

 

Generazioni che hanno fatto del loro stile di vita un’attitudine ribelle che li ha portati a rapportarsi attivamente alla vita, senza timore di chiudersi in casa e non disposti a rinunciare alla privazione della libertà.

 

 

Quando è stato messo in atto il lockdown, chi scrive ha creduto fosse questa l’occasione per riaccendere il fuoco controculturale tra i teenager italiani. Aggregazioni locali, un rinnovato spirito DIY, una reinterpretazione contemporanea dei bloc parties newyorchesi o dei ritrovi beatnik negli scantinati. Disilluso chi scrive. I nostri coetanei trovano appagamento nelle repliche del Mondiale 2006 e nell’ergersi a sceriffi del coprifuoco. Come cantava il poeta afroamericano Gil Scott-Heron, ‘the revolution will not be televised’; chiaramente, nessuno la farà. In televisione, ci rimarranno solo auto-professati esperti di calciomercato, i veri modelli dei tifosi d’oggi.