Calcio
20 Agosto 2021

Il sentimento infinito di Borja Valero e Francesco Flachi

Quando il calcio è qualcosa di simile all'amore.

Si è spostato soltanto di sette chilometri a sud di quelle coordinate 43° 46′ 04′ N 11° 15′ 11′ E che porta tatuate sul braccio destro. Avrebbe potuto decidere, a 36 anni, di monetizzare la vecchiaia calcistica in qualche campionato-barnum in giro per il mondo, Borja Valero, come fanno e faranno tanti suoi colleghi. Ha preferito invece seguire il cuore e non lasciare più la città che ha ammaliato lui, l’amata Rocìo (il cui tatuaggio è: “Di Firenze vanto e gloria”) e la loro prole. A nulla era valso nemmeno spedirlo a Milano, sponda Inter, contro il suo volere, per estirpare quelle radici che dalla Castiglia si sono duplicate in Toscana.

L’uomo nato nella periferia di Madrid, e diventato a Firenze “il Sindaco”, ha scelto la maglia grigionera del Centro Storico Lebowski, realtà che è già un mondo a parte, una filosofia di calcio dal basso che ha incuriosito reportage, documentari, narrazioni (l’ultimo: Federico Buffa) ma che solo chi l’ha respirata con la sua pelle può forse capire davvero.

Giocherà in Promozione: il derby non sarà più con la Juve ma con l’Audace Galluzzo. Sfiderà la nobile decaduta Rondinella Marzocco e nomi che hanno fatto la storia del calcio minore toscano come Lanciotto Campi, Audax Rufina, Sestese, Rignanese, Calenzano, Dicomano, Gallianese. Potrebbe andarci a piedi, Borja, ad allenarsi con la sua nuova squadra, sotto la guida del quasi coetaneo Diego Murras, ex difensore di professione tipografo, e chissà che qualche volta non lo faccia davvero.

Borja è un uomo profondamente innamorato di Firenze

Partendo da quelle cifre disegnate sulla sua pelle, lasciandosi alle spalle Ponte Vecchio, accarezzando Palazzo Pitti e il Giardino di Boboli, dando un’occhiata su Porta Romana al faticoso equilibrio delle donne di marmo di Michelangelo Pistoletto, salendo in via Senese verso San Gaggio, poi scollinando alle Due Strade, raggiungendo il Galluzzo, godendosi l’incanto improvviso della Certosa e poi via sulla Cassia, l’unica strada che portava a Siena e a Roma, finché non costruirono lì accanto l’Autopalio.

A piedi, così, potrà arrivare fino allo stadio Ascanio Nesi di Tavarnuzze, fino a qualche anno fa classico campo polveroso di un calcio vintage, oggi impeccabile sintetico che non ha perso però lo stesso il suo fascino d’un tempo. Non era così scontato, un beau geste che è potenzialmente alla portata di tutti i ragazzi milionari della Serie A ma che pochissimi fanno davvero.

“Mi riconosco nei valori portati avanti da questi ragazzi, ero convinto di giocare un’altra stagione nella Fiorentina, avrei potuto dare una mano. Non certo per soldi o chissà cosa. Ho preso questa decisione non per giocare bensì per dare visibilità al lavoro di ragazzi che ci mettono il cuore”, ha raccontato alla Nazione.

In risposta a una Fiorentina-società che ha ammainato tutte le sue bandiere (una eterna come Giancarlo Antognoni, ma anche le più recenti come Germán Pezzella, colui che aveva ereditato da Davide Astori la fascia di capitano emotivamente più pesante della Serie A), Borja ha saputo calarsi fin da subito, al suo arrivo nell’estate 2012, nel fiorentino spirito bizzarro. Basta scorrere sui profili social di Valero e signora per leggerci quanta fiorentinità si è depositata loro addosso, giorno per giorno. La sintonia perfetta con una città intrisa di ironia, battute, polemiche. E viola a tutte le ore. L’atto di oggi è soltanto una conseguenza:

“Mi sono riconosciuto nei valori del Lebowski, a partire da quello che hanno fatto in San Frediano per ridare vita al giardino dei Nidiaci e per dare la possibilità a tutti i bambini e alle bambine del quartiere di giocare, divertirsi e imparare a vivere senza ansie uno sport bellissimo che però sta perdendo la sua umanità. Sono cresciuto in un quartiere periferico di Madrid. Non c’era niente, era difficile anche trovare un campetto per giocare. Certe cose non si dimenticano. Il calcio è anche questo: incontro, aggregazione, possibilità di stare insieme. Di crescere”, ha spiegato così, semplicemente, a Benedetto Ferrara.

No, non è una favola, la sua. È solo un modo di essere. Borja resterà a Firenze, come non hanno fatto né Baggio BatistutaRui Costa. Passerà al tramonto sui lungarni come l’Antonio e tante glorie del primo e del secondo scudetto.

“In un borgo della Mancia, che non voglio ricordarmi come si chiama, viveva non è gran tempo un gran signore, di quelli che hanno lancia nella rastrelliera e un vecchio scudo, un magro ronzino e un levriero da caccia”, il suo quasi concittadino Miguel de Cervantes non avrebbe potuto descriverlo meglio, questo moderno Don Chisciotte che non insegue mulini a vento ma vuole soltanto godersi adesso gli applausi degli Ultimi Rimasti Lebowski, i tifosi grigioneri che saranno la sua nuova “Fiesole” nel tratto conclusivo della carriera. “Perché certe cose non si comprano, e a volte gli spiriti affini si incontrano” lo hanno accolto così, i ragazzi del Lebowski.

Il Centro Storico Lebowski raccontato da Federico Buffa

Intanto, a nemmeno venti chilometri da lì e un paio di uscite d’autostrada più a est, ripartirà a gennaio la carriera di un altro cuore viola, Francesco Flachi, congelata da 12 anni di squalifica dopo essere stato trovato positivo alla cocaina. L’aveva comunicato nemmeno sette giorni prima di Borja, perché a volte certe storie si chiamano a vicenda. “Mi dicevano che non ero più bono a giocare”: questa la motivazione, col sorriso di sempre, per tornare in campo a sorpresa.

Smaltita una delle squalifiche più assurde della storia del calcio italiano, il ragazzo di Campi Bisenzio ci riproverà a quasi 46 anni con la maglia del Signa, in Eccellenza, un campo mitico che ospitò perfino uno scampolo di Ferenc Puskás in fuga dall’Ungheria verso il Real Madrid alla fine degli anni Cinquanta. 111 gol in carriera, anche se solo due col giglio sul cuore in Serie A (il primo in assoluto a Brescia, di testa in tuffo su punizione di Rui Costa dalla destra), per tutti i fiorentini era “il ragazzo gioca bene”, il pupillo del presidente Elio Boschi quando era un bimbo prodigio con la maglia dell’Isolotto e costò cento e rotti milioni per passare in viola.

Avrebbe potuto essere il Totti di Firenze, ma era una Fiorentina allora troppo infarcita di campioni, specie in avanti, quella che lo costrinse a cercare fortuna a Genova. E forse fu un bene, come per tutti coloro che amano troppo la maglia della loro città, di una città come Firenze per giunta.

Lo sguardo di Francesco Flachi rivolto verso il popolo blucerchiato

Terzo marcatore della storia blucerchiata dopo Mancini e Vialli, idolo di Marassi, un’accoppiata micidiale con Marco Bazzani. Poi le tante disavventure e l’assurdità di una giustizia sportiva che lascia a piede libero chi vende partite e campionati e invece condanna lui, “il più bischero di tutti”. Un quasi fine pena mai per lui che non si è bombato per correre più veloce o segnare un gol in più, ma che è finito in mezzo alla cocaina solo per far male a se stesso.

Non ha perso il sorriso né ha maledetto il destino. Solo colpa sua. È diventato opinionista in radio e si è messo a fare panini per tifosi e impiegati in pausa pranzo. Per continuare a respirare quel calcio che lo voleva lontano, ha guidato il suo Bagno a Ripoli oltre la rete di recinzione del campo: campionato di Terza Categoria vinto, “double” anche con la Coppa nella stessa stagione 2017/18, sollevata in una notte in cui cominciò pure a nevicare (era lo stadio di Tavarnuzze, la nuova casa di Borja adesso, vedi un po’ il caso).

Non favola, nemmeno questa. Semplicemente gente che ha amato e ama così tanto il calcio da volersi sporcare col fango della vita e di ogni categoria del pallone.

Restando in tema sampdoriano, nella stessa Eccellenza dell’hinterland fiorentino ha cominciato quattro giorni fa la sua carriera da allenatore Nicola Pozzi. Un altro di quelli che, abbandonato il grande calcio, ha ricominciato dal basso. Da attaccante, con la maglia del San Donato Tavarnelle, ha entusiasmato il paese del Chianti fiorentino (“Intervengo da Tavarnelle / ha segnato Pozzi-gol” era diventato un must) e chiuso con il quinto amarissimo rigore della serie sbattuto sul palo che cancellò il sogno della Coppa Italia di Serie D nella finalissima del Due Strade di Firenze.

Vinsero i veneti del Campodarsego: era il maggio 2018. Adesso, ripartirà dalla panchina del Grassina, nei paraggi di dove ha cominciato un certo Maurizio Sarri. Solo qualche mese fa, Pozzi era in tribuna allo stadio di Ponte a Niccheri a seguire proprio i rossoverdi, poi retrocessi dalla D, insieme a Big Mac Maccarone nella sfida contro il Siena di Alberto Gilardino. Quando la Serie A si trasferisce in blocco ai piani più bassi, e non è semplice amarcord. È qualcosa di più simile all’amore.

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