Calcio
21 Luglio 2026

La pelota (no) se mancha

Bilancio di un Mondiale che ha straziato il calcio.

“Onestamente, il mio momento preferito è stato quando è terminato. […] ho trovato lo spettacolo scadente“. Wayne Rooney, opinionista per la BBC, liquida così l’intervallo della finale mondiale tra Spagna e Argentina: ventisette minuti, il più lungo mai registrato in una finale, il tempo necessario a far scendere Madonna (una mummia) su una jeep guidata da Ronaldo e Ronaldinho, mettere in scena Justin Bieber, Shakira, i Muppets. Il tutto orchestrato dalla FIFA di Gianni Infantino per raccontare al mondo un messaggio di pace e fratellanza universale, cucito attorno all’immagine dei bambini che cantano “love” sul prato dove due squadre si stavano giocando una finale del mondo.

Uno spettacolo scadente, isterico, un’accozzaglia di roba buttata sul terreno di gioco che rappresenta al meglio la condizione occidentale. Una cultura finita, che sta implodendo sulle proprie contraddizioni.

Ma quanto visto non è un caso isolato in questa competizione. È lo stesso Mondiale in cui la FIFA ha inventato dal nulla un “Premio per la Pace” per consolare Donald Trump dopo il Nobel sfumato, con Infantino che lo ha definito pubblicamente un leader che “merita” il riconoscimento per “il modo incredibile” in cui guida gli Stati Uniti e per il modo in cui, per l’appunto, avrebbe portato la pace nel mondo (sic!). È lo stesso Mondiale in cui, dopo un cartellino rosso a Folarin Balogun, il presidente americano ha telefonato personalmente a Infantino per chiedere la revoca della squalifica (ottenendola), lasciando increduli i tifosi di mezzo mondo.

Lo scrittore colombiano Juan Gabriel Vásquez, su El País, ha riassunto tutto questo in un articolo dal titolo che è insieme citazione e tesi: “La pelota no se mancha“. Il riferimento è al discorso di Maradona alla Bombonera, nel 2001, che ammise i propri errori dicendo però che la palla, la pelota, non si sporca mai. Vásquez rovescia la citazione: questa volta, scrive, a sporcare il torneo non sono stati i giocatori, ma chi lo ha gestito, trasformando il calcio in merce buona a lavare la faccia al potere. Un torneo organizzato da tre paesi ma ruotato attorno a uno solo.

Noi vogliamo spingerci oltre. Perché la narrazione, l’organizzazione, la messa in scena hanno ormai occupato il campo in modo totalitario, in un’epoca in cui le immagini sono più vive della persone, come scriveva Roland Barthes, e in cui l’immaginario ha preso il posto della realtà.

A furia di occupare tutto lo spazio, hanno finito per sporcare anche il pallone stesso. Non è più vero che i potenti possono fare ciò che vogliono e la pelota, comunque, resta immacolata. Stavolta si è macchiata anche lei perché questo è stato il Mondiale americano di Trump&Infantino, nel quale questi sono (letteralmente) entrati in campo, e hanno pure stravolto le regole stesse sel gioco – El Pais ha calcolato che nel 78% dei casi l’hydration break ha avuto un impatto significativo sull’andamento delle partite, i famosi “quattro tempi” degli sport americani che lo stesso Maradona prevedeva per il calcio del futuro made in Usa, spolpato da interessi commerciali.

Poi il tremendo spettacolo stile Super Bowl, tra le lodi dei nostri commentatori che ne sottolineavano la meravigliosa portata. Qualcosa di peggio del semplice cattivo gusto, un atto di cinismo. Mettere in scena bambini che cantano la parola “love” davanti a un pubblico globale, mentre gli Stati Uniti continuano a garantire copertura politica, militare e diplomatica a Israele nello sterminio sistematico di decine di migliaia di bambini palestinesi a Gaza, e mentre le stesse dinamiche di violenza si sono consumate sui bambini libanesi durante l’invasione in corso, non è un semplice scivolone di cattivo tempismo. È propaganda.

È una contraddizione che l’Europa del calcio dovrebbe rifiutare con nettezza, perché non è la nostra idea di sport e di competizione. Non lo è mettere il pallone al servizio della propaganda di guerra travestita da pace. Non lo è piegare gli organi disciplinari a una telefonata presidenziale. Non lo è, soprattutto, usare l’immagine dei bambini, quelli sul prato, vivi e sorridenti, per distogliere lo sguardo da quelli che i governi che questo Mondiale hanno sponsorizzato stanno, in questo momento, ammazzando e mutilando altrove.

Sul piano sportivo, è stato un Mondiale eccessivo anche a livello sportivo: 48 squadre, oltre cento partite, un torneo lunghissimo, sovrabbondante, faticoso da seguire fino in fondo. Troppo, in ogni suo aspetto. Un’inflazione di calcio che ne ha svilito il valore, proprio mentre lo si spacciava per il valore assoluto. E pensare che Infantino, in pieno stile trumpiano, ha usato queste parole per descrivere la kermesse appena conclusa:

È stato l’evento più incredibile della storia dell’umanità. Non solo il più grande Mondiale, ma il più grande evento sportivo, sociale e culturale che l’umanità abbia mai vissuto. Credo che dovremo inventare nuove parole per descriverlo“.

Parole nuove, siamo d’accordo. Fatto sta che alla fine, però, hanno vinto loro. Vince chi ha bisogno di un tifoso disinteressato, apolitico, alieno a certe dinamiche: quello che oggi si indigna e dopodomani è di nuovo davanti allo schermo. I ricavi previsti oltre i dieci miliardi di dollari, gli stadi pieni per quasi tutte le partite, i 6,7 milioni di spettatori, un record per la Coppa del Mondo, certificano che il metodo ha funzionato. Hanno vinto a livello di incassi, di indotto, di ascolti. Hanno vinto anche perché noi, ogni volta, torniamo a guardare.

Vásquez chiude il suo pensiero con una nota quasi di speranza: i potenti passano, il calcio resta. Vorremmo crederci. Ma la pelota, questa volta, si è sporcata davvero.

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