Recensioni
18 Agosto 2026

"Mourinho", essere speciali ha un costo

L'uomo impenetrabile dietro la maschera del personaggio temprato da mille battaglie.

C’è un modo sbagliato di approcciare “Mourinho”, la docuserie Netflix in tre episodi dedicata allo Special One: aspettarsi una confessione. E forse un modo ancora più sbagliato è aspettarsi che sia il regista Joe Pearlman a strappargliela. Rimarrete delusi. Mourinho, in fondo, fa quello che gli è sempre riuscito meglio: stabilisce i confini del campo di gioco. Quando la telecamera prova a oltrepassare la linea che separa il personaggio dall’uomo, lui si ferma sbattendogli la porta in faccia.

L’allenatore portoghese non intende approfondire la propria intimità.

La domanda diventa inevitabile: è una scelta strategica per proteggere e alimentare il proprio mito o abbiamo semplicemente scoperto che, dietro il personaggio più ingombrante del calcio contemporaneo, c’è un uomo geloso della propria vita privata? Probabilmente entrambe le cose. Ed è una delle contraddizioni più interessanti che la serie lascia sul tavolo.

Per capire Mourinho bisogna partire da lontano, molto più lontano del Porto del 2004. Bisogna partire dall’Atlantico.

Il Portogallo è una piccola nazione affacciata sull’infinito, costretta dalla propria geografia a trasformare la periferia in centro. Da lì partirono i navigatori che ridisegnarono le mappe del mondo. Il Mago di Setúbal, in questo senso, è l’ultimo dei grandi navigatori lusitani: non conduce caravelle ma squadre; non cerca l’India, è ossessionato dall’Europa; non circumnaviga il globo, circumnaviga il mondo del calcio.

Porto, Londra, Milano, Madrid, Manchester, Roma, Istanbul: ogni approdo è una nuova frontiera, ogni conquista una conferma della propria identità.

È una metafora che Mourinho stesso ha utilizzato: «Sono un po’ come un navigatore, uno scopritore di mondi». Il portoghese che arriva nei grandi imperi calcistici europei e dice, in sostanza, “sono io a insegnarvi qualcosa” è forse la forma più compiuta del suo orgoglio nazionale. Un orgoglio rappresentato visivamente nella serie dalle onde che si infrangono con potenza indomita sulle sponde atlantiche della sua amata terra natìa.



“Mourinho” racconta molto bene questo viaggio: le vittorie, le guerre, la costruzione del personaggio, il rapporto con i giocatori, la rivalità con Guardiola, la conquista di Porto, Chelsea, Inter e Real Madrid. E lo fa con una notevole intelligenza cinematografica: le immagini d’archivio sono scelte con cura, il montaggio è serrato senza diventare frenetico, le conferenze stampa e le riprese di campo dialogano continuamente con le interviste, creando un ritmo narrativo che rende i tre episodi molto scorrevoli.

È particolarmente riuscita la capacità di amalgamare il materiale d’epoca con le testimonianze contemporanee, facendo sì che una frase di un ex giocatore o di un protagonista dell’epoca trovi quasi sempre un’immagine capace di confermarla, contraddirla o darle nuovo significato. La serie, insomma, è all’altezza del personaggio: spettacolare ma precisa, tagliata su misura attorno a una figura che ha sempre saputo trasformare il calcio in racconto. Ma proprio qui emerge il suo limite principale.

“Mourinho” vuole spiegare il mito mentre, spesso, finisce per alimentarlo. Manca soprattutto il contraddittorio.

A parte Iker Casillas, non ci sono veri avversari con cui fare i conti. Mancano coloro che possano raccontare la stessa storia da un’altra prospettiva. Mancano, soprattutto, persone in grado di mettere radicalmente in dubbio la verità di Mourinho. Guardiola avrebbe partecipato, a patto che fosse Mourinho in persona a chiamarlo. L’operazione, come immaginabile, non è andata a buon fine.

Il documentario ci mostra il suo punto di vista sui conflitti, sui giocatori, sui dirigenti, sui media, sugli arbitri. Ma non c’è praticamente nessuno che dica: no, non è andata così. È una diminutio narrativa non secondaria. Mourinho è stato formidabile a cavalcare un’intera carriera costruendo la propria versione dei fatti. Se gli togli l’avversario però gli togli anche la possibilità di essere smentito. La docuserie da questo punto di vista perde in brillantezza. C’è poi un’altra diminutio, che fa il paio con l’assenza dei villain: il tema della sconfitta. La serie la sfiora continuamente, ma non la attraversa mai davvero. Ci sono gli esoneri, le fratture, il Real Madrid che si sbriciola inesorabilmente al suo comando, il tramonto progressivo del top manager. La sconfitta resta però soprattutto una tappa momentanea del racconto, non diventa mai una condizione esistenziale da interrogare.



Eppure è proprio lì che si trova la domanda più interessante: come ha convissuto lo Special One con l’idea di non essere più speciale? Come sopporta un uomo che ha costruito la propria identità sulla vittoria il momento in cui la vittoria smette di arrivare? Quanto c’è di sofferenza autentica dietro la corazza e quanto, invece, di rimozione? Mourinho ha passato una carriera a trasformare le sconfitte in guerre perse per colpa di qualcuno, in torti arbitrali, tradimenti, errori altrui. Una grande docuserie avrebbe dovuto costringerlo a stare qualche minuto in più dentro quella stanza terribile in cui non ci sono nemici da accusare e nessuna narrazione da controllare: la stanza della sconfitta. È lì che forse avremmo incontrato davvero l’uomo.

La serie è più interessante quando mostra ciò che Mourinho non vuole raccontare.

La sua vita privata rimane quasi interamente fuori dai radar. Ed è qui che la domanda iniziale ritorna: quanto di questa reticenza è ancora strategia e quanto, invece, è semplicemente pudore? Forse abbiamo passato vent’anni a pensare che Mourinho fosse un narcisista incapace di sottrarsi allo sguardo altrui. Potremmo aver scoperto qualcosa di più umano: un uomo che ha bisogno dello sguardo pubblico per il proprio personaggio e contemporaneamente lo detesta quando riguarda la propria persona. Le poche aperture sulla famiglia, sul padre, sul bisogno di sentirsi amato sono perciò più rivelatrici di qualsiasi conferenza stampa.

Il condottiero che costruisce il culto dell’appartenenza, che convince i giocatori che il mondo è contro di loro, scopre di avere bisogno, lui per primo, di un “noi”.

Sotto la pelle dura temprata da mille battaglie c’è un uomo che vuole essere riconosciuto e amato. Ed è forse questa la vera solitudine di Mourinho. La porta che sbatte in faccia al regista finisce per diventare la sua immagine più eloquente. Il grande navigatore lusitano ha attraversato il mondo, conquistato territori, costruito imperi e lasciato dietro di sé una scia di ammiratori e nemici. Ma quando arriva alla frontiera più difficile — quella della propria intimità — non sbarca.

Ti potrebbe interessare

L'Atalanta ci fa tornare bambini
Papelitos
Federico Brasile
12 Dicembre 2019

L'Atalanta ci fa tornare bambini

Il trionfo dell'Atalanta è la vittoria dei belli e dei giusti.
Giacinto Facchetti, capitano mio capitano
Ritratti
Andrea Catalano
18 Luglio 2020

Giacinto Facchetti, capitano mio capitano

Il 18 Luglio del '42 nasceva una leggenda dell'Inter e colonna della Nazionale.
Robin contro Van Persie
Ritratti
Lorenzo Solombrino
12 Maggio 2020

Robin contro Van Persie

Una carriera contraddittoria ma circolare, divisa tra estetica e ambizione.
I cavalieri di Montecarlo
Papelitos
Giuseppe Gerardi
04 Maggio 2017

I cavalieri di Montecarlo

Con una prestazione solida e limpida, la Juventus passa 2-0 a Monaco.
Quando si fermò la storia
Calcio
Filippo Peci
08 Dicembre 2016

Quando si fermò la storia

Nel 1974 si affrontano Germania Ovest (BRD) e Germania Est (DDR). Inutile dire che, quindici anni prima della caduta del muro, non poteva essere solo una partita di calcio.