Charles Darwin è considerato all’unanimità un pilastro della biologia moderna, in quanto padre della teoria dell’evoluzione. Come detto da Theodosius Dobzhansky, “nulla in biologia ha senso se non alla luce dell’evoluzione“. La teoria darwiniana si è sviluppata solo dopo numerose e minuziose ricerche eseguite direttamente sul campo, alcune delle quali svolte nel continente americano; e proprio il Sudamerica – e in particolare la Patagonia – fu un luogo che impressionò particolarmente il naturalista inglese.

“Dalla parte centrale degli Stati Uniti fino alla sua estremità meridionale, incontriamo le condizioni più differenti: regioni umide, aridi deserti, alte montagne, pianure erbose, foreste, paludi, laghi e grandi fiumi, sotto quasi tutte le temperature”

Così scrive Darwin a proposito dell’America Latina ne L’Origine delle Specie. Questo discorso, tuttavia, non valeva solo per le regioni e i territori sudamericani, ma anche – e questo principalmente a noi interessa – per gli uomini. Da che mondo è mondo, la lotta fra classi sociali è un mantra in ripetizione da sempre, e così è stato anche nell’America di fine XIX secolo. Nella parte “West” dell’America, nella decade in cui Charles Darwin lasciò questo mondo (1880-1890), nacque in America una nuova “classe”, quella dei cowboy fuorilegge, uomini spinti dalla mancanza di lavoro a creare organizzazioni criminali sia per un tornaconto economico personale, sia in segno di protesta contro i loro padroni, appartenenti ai ceti più alti della società. Il fenomeno dei fuorilegge nacque dai cattivi rapporti fra gli inglesi proprietari di terre e bestiame e i loro cowboy, deputati alla gestione delle fattorie con condizioni salariali ridotte al minimo sindacale. I cowboy colsero la palla al balzo quando, nel 1886-87, le grandi nevicate distrussero tre quarti di bestiame: la fame e l’avidità fecero il resto, portando alla creazione di gruppi criminali.

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Fuorilegge gentiluomini, a destra Butch Cassidy

Fra i più famosi fuorilegge dell’epoca, spiccava il nome di Robert Leroy Parker, passato alla storia come Butch Cassidy. Primogenito di undici figli, il giovane Robert era un ragazzo tranquillo e onesto, dedito al lavoro che svolgeva nella fattoria di famiglia. Nella sua trasformazione da bravo ragazzo a fuorilegge hanno giocato un ruolo fondamentale le letture di romanzetti narranti le gesta del più famoso criminale della storia degli Stati Uniti: Jesse James. Robert inizia a documentarsi sulla struttura organizzativa degli allevamenti di bestiame, delle banche, delle ferrovie e ben presto questi diventano i suoi bersagli prediletti. Butch trascorse una vita fra rapine di ogni genere e taglie sulla sua testa ma, nonostante i numerosi tentativi, non riuscirono mai a catturarlo. Anzi, stufo della monotonia statunitense, decise di provare nuove esperienze nel Sudamerica. Così iniziò il suo viaggio verso Sud con al fianco altri due banditi, Sundance Kid e la sua ragazza (e probabilmente amante dello stesso Cassidy), Edda Place. A Sud, inizialmente nessuno sapeva che si trattasse di un gruppo criminale, anche perché i tre tenevano comportamenti che non facevano cadere nessun sospetto sul loro conto (un esempio è che comprarono e gestirono una fattoria come tre comuni cittadini). Ma, ovviamente, ben presto “la famiglia dei tre” (è così che si facevano chiamare) entrò in scena compiendo numerose rapine in tutta l’Argentina, da Buenos Aires fino alle lontane fattorie della Patagonia.

 

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Sundance Kid (a sinistra) e Butch Cassidy

Ecco che ritorna il luogo che aveva incantato Darwin: la Patagonia. Quella terra dove due grandi oceani si scontrano in un incessante duello, gli uomini e tutti gli esseri viventi che la popolano ingaggiano una costante lotta per la sopravvivenza contro una natura spietata ma contemporaneamente grandiosa, sublime, apocalittica. Una terra ai confini del mondo. È qui che negli anni della Seconda Guerra Mondiale, molti europei si rifugiarono per scampare al pericolo: italiani, spagnoli, francesi, polacchi e inglesi; ma erano presenti anche paraguayani e boliviani, gli stessi argentini e poi c’erano gli araucanos, caratteristico popolo locale meglio conosciuto con il nome di indios mapuches. Durante gli anni della guerra tutte le manifestazioni sportive vennero sospese e, ovviamente, non potevano mancare all’appello i Mondiali di calcio. Gli ultimi due, quelli del 1934 e 1938, avevano visto trionfare l’Italia di Vittorio Pozzo, unico allenatore della storia a vincere due Campionati Mondiali, peraltro consecutivi. Dunque, stando alla carta stampata, ufficialmente il 1942 è stato un anno privo di Mondiali. Ma non è andata proprio così: infatti, secondo il celebre scrittore argentino Osvaldo Soriano, proprio in Patagonia andò in scena il Campionato del Mondo del ’42. Il conte Vladimir Otz, ricco nobile di origini balcaniche, ministro del quarto re di Patagonia e grande appassionato di calcio, volle a tutti i costi l’organizzazione della competizione. In un racconto intitolato Il figlio di Butch Cassidy e tratto da Fútbol, Soriano racconta la storia degli elettrotecnici del Terzo Reich arrivati per installare la prima rete telefonica dal Pacifico all’Atlantico e finiti a giocare un Mondiale con un pallone che loro stessi avevano portato da Amburgo; ci racconta di Celedonio Sosa, argentino che accettò la sfida tedesca; del caposquadra genovese Giorgio Casciolo, dei guaranìes paraguayani, dei mapuches e di William Brett Cassidy. Quest’ultimo sosteneva di essere figlio del fuorilegge Butch sopracitato e, per questo motivo, si offrì di arbitare il Mondiale solo con un revolver nel cinturone. Le squadre vennero suddivise in tre gironi: nel girone A si scontrarono, a Barria del Medio, i campioni in carica dell’Italia, i guaranìes paraguayani e la Polonia; a Villa Centenario andarono in scena le sfide del girone B con protagonisti Germania, Argentina e Francia; infine, a Zapala, indios mapuches, Spagna e Inghilterra giocarono contro per stabilire la vincente dell’ultimo girone. Italia e Germania non ebbero problemi nel dominare il proprio girone e si sfidarono in un’accesissima semifinale che vide prevalere i tedeschi con il risultato di 4-3. Durante la semifinale accaddero degli avvenimenti alquanto rocamboleschi: alcuni tedeschi si presentarono con degli elmetti per proteggersi, altri avevano con sè degli spilli per pungere gli avversari; gli italiani – invece – portavano del peperoncino da lanciare contro i rivali e prima della partita bruciarono uno stemma fascista intonando Verdi. L’Italia stava conducendo la partita per 3-2 quando William Brett Cassidy si accorse che i difensori italiani usavano il peperoncino per infastidire gli avversari e, per punirli, assegnò ben tre rigori ai tedeschi: sul dischetto si presentò un ingegnere che segnò due rigori dei tre concessi portando la Germania in finale.

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La prima finalista, la rappresentativa tedesca del ’42

L’altra finalista era la squadra locale, quella degli indios mapuches che, per votazione, aveva raggiunto direttamente l’ultimo atto della competizione dopo aver primeggiato nel proprio girone. La partita venne giocata a San Carlos de Bariloche, località ai piedi della Cordillera delle Ande e affacciata sul lago Nahuel Huapi, famoso per la leggenda del Nahuelito, un fantomatico mostro gigante che vive nelle profondità del lago. Ovviamente, il pronostico pendeva nettamente a favore dei tedeschi. Loro stessi ne erano consapevoli tanto che inaugurarono la nuova linea telefonica proprio per comunicare alla madre patria Germania la loro imminente vittoria. Ma, si sa, un famoso proverbio recita che “la palla è rotonda” e nella finale più rocambolesca e anonima della storia accadde di tutto. Inizialmente si abbattè sul campo un fortissimo temporale che rischiò di far rinviare la partita; poi, senza che nessuno se ne accorgesse, le porte scomparvero dal campo ma le squadre continuarono a giocare per ore senza sapere dove tirare per fare gol. I tedeschi erano preoccupati dal fatto che in Germania attendessero con ansia una loro conferma sulla vittoria; i mapuches erano ingestibili, correvano e saltavano per il campo senza logica, l’arbitro Cassidy non sapeva cosa fare. Ad un certo punto, dal nulla, su una collina intorno al campo una porta fece la sua apparizione: la palla venne toccata prima da una delle donne araucane che assistevano alla partita e poi fu spinta in rete da un mapuche. Tutti gli indios iniziarono ad esultare ma Cassidy sparò dei colpi di revolver più volte per annullare il gol. Niente da fare, ormai la palla era entrata e i mapuches erano i Campioni del Mondo del Mondiale di Patagonia 1942. Questa, signori, è la storia del Mundial che viene ossimoricamente ricordato come “dimenticato”: in un tempo in cui in tutto il mondo si scatenava la follia della guerra, in Patagonia a fare da cornice al Mondiale c’erano – come meravigliosamente descritto da Bruce Chatwin nel suo In Patagonia (1997) – «le nuvole d’argento che si spostavano in cielo, e il mare grigio-verde di sterpaglia spinosa sparsa sulle ondulazioni del terreno e la polvere bianca che il vento sollevava dalle saline e, all’orizzonte, la terra e il cielo che si fondevano, mescolando e annullando i loro colori». Non sappiamo, e mai sapremo, se questa di Soriano sia una storia vera oppure frutto della sua geniale fantasia. Ma nemmeno ci interessa. Filosoficamente, c’è chi dice che le cose diventano vere proprio nel momento in cui vengono raccontate; se restano celate, se nessuno può conoscerle, rimangono confinate nell’oscurità. Forse, nel caso del Mondiale del 1942, le voci dei suoi protagonisti sono state travolte dal Pampero Seco, il caratteristico vento della Patagonia e, ancora oggi, riecheggiano nell’aria intorno a noi.