Quando ad agosto Francesco Totti, in quel di Nyon, prese in mano il bigliettino con su la scritta FC Barcelona, scattò un’esilarante risata fra l’ex capitano giallorosso e l’attuale bianconero, Gigi Buffon. Un Buffon che, dall’alto della sua ventennale esperienza sul rettangolo verde, sapeva bene che il Barcellona, seppur privo di Neymar, resta sempre il Barcellona. A distanza di quasi un mese il Camp Nou ha dato il suo verdetto: 3 a 0 e tutti a casa. A salire in cattedra, neanche a dirlo, è stato il giocatore più forte del mondo da circa dieci anni a questa parte: Leo Messi. Barcellona e Juventus si erano già incontrate nei quarti di finale dell’ultima Champions League e, come ricorderete, i bianconeri avevano dominato i blaugrana sia all’andata (con un clamoroso tre a zero) sia al ritorno (quando mantennero la porta inviolata al Camp Nou). Dalla primavera all’autunno, però, molte cose sono cambiate: Juventus e Barcellona hanno vissuto un’estate traumatica dal punto di vista degli addii, e nel giro di un mese sono stati svuotati la difesa e l’attacco più forti al mondo. I torinesi privi di Bonucci, i catalani privi di Neymar. Ma se il Barcellona ha sostituito il fenomeno brasiliano con il prospetto Dembelè (buona prova la sua), la Juventus non è riuscita a sistemare il reparto difensivo, vero e proprio pilastro su cui la Vecchia Signora ha costruito le sue vittorie. C’è comunque da dire che la Juventus è arrivata alla partita di ieri sera con molte assenze pesanti (Chiellini, Khedira, Mandzukic, Marchisio e il neoacquisto Howedes), ma nonostante ciò Allegri è riuscito a schierare una formazione di tutto rispetto con l’esordio del giovanissimo uruguagio Bentancur, di Blaise Matuidi (migliore in campo insieme a Pjanic) e di Douglas Costa, punta di diamante del mercato bianconero che ha ampiamente deluso le aspettative.

 during the UEFA Champions League Group D match between FC Barcelona and Juventus at Camp Nou on September 12, 2017 in Barcelona, Spain.

Giocatori del Barcellona in festa tra i colori del Camp Nou

L’obiettivo principale della società bianconera – come espresso più volte negli ultimi anni da Andrea Agnelli, Pavel Nedved e Beppe Marotta – è certamente alzare la Coppa dalle grandi orecchie, ma soprattutto mantenersi costantemente al livello dei top club europei; ciò significa che, ogni anno, la Juventus deve necessariamente arrivare almeno in semifinale di Champions League, e un problema fondamentale sta proprio qui. La Juventus è una squadra che sempre di nuovo, sempre da capo deve ricominciare a costruire per vincere, e in questo è più simile all’Atletico di Madrid che al Real o al Barcellona. A differenza del campionato italiano, in cui porta a casa la metà delle partite solo scendendo in campo, al più alto livello europeo i bianconeri devono rasentare sempre la perfezione per ripetere gli straordinari risultati degli ultimi anni; ed è naturale quando si ha una squadra di ottimi giocatori ma non di alieni, come possono essere Messi, Cristiano Ronaldo o Modric. La stessa Serie A non è indicativa per capire lo stato di salute di una grande squadra: d’accordo la trasferta a Marassi – un campo storicamente ostile per tutti, in cui i rossoblù sono partiti a spron battuto – ma parliamo di un Genoa che ha cambiato due tridenti d’attacco sostituendo a Taarabt-Galabinov-Pandev quello composto da Palladino-Centurion-Lapadula; insomma con tutto il rispetto, nulla di proibitivo per la Juventus. Per non parlare dei due 3-0 rifilati a Cagliari e Chievo Verona nelle mura amiche dello Juventus Stadium. Ieri, insomma, era il primo vero test provante per i vicecampioni d’Europa, e il risultato è stato insoddisfacente. Partenza sprint con buone occasioni per passare in vantaggio e poi, incredibilmente, il vuoto: un copione già letto a Cardiff. Troppa confusione in fase di possesso, Higuain isolato a lottare contro Piqué e Umtiti, Dybala nullo nella fase di raccordo fra centrocampo e attacco, Douglas Costa tutto corsa e niente più, e l’assenza pesante di un terzino destro (perché preferire De Sciglio a Lichsteiner?). Il secondo tempo è stato poi un disastro: squadra stanca, lunga, incapace di difendere così come di attaccare, ha lasciato praterie al Barcellona che, con un Messi in forma smagliante, ha segnato tre gol proprio su tre ripartenze.

BARCELONA, SPAIN - SEPTEMBER 12: Lionel Messi of Barcelona scores his sides first goal during the UEFA Champions League Group D match between FC Barcelona and Juventus at Camp Nou on September 12, 2017 in Barcelona, Spain. (Photo by David Ramos/Getty Images)

L’uno a zero siglato dal più forte di tutti

 

Una parentesi va necessariamente dedicata al tanto diffuso paragone Messi-Dybala. Secondo il modesto parere di chi scrive, i due in comune hanno solo la nazionalità. Dybala è un ottimo giocatore, rapido, intelligente, con un buon tiro e un ottimo dribbling, ma Messi è Messi. Il dieci blaugrana inventa, smista, fa salire la squadra, segna: è la personificazione del gioco del calcio nella sua semplice complessità. E da qui il nostro discorso si fa serio: certamente quella di ieri è una sconfitta pesante, ma dimostra fin troppo come il sensazionalismo sia utile solo per vendere copie di giornali e fare visualizzazioni. Neanche sei mesi fa il ciclo del Barcellona sembrava finito, la Juventus definitamente entrata nel pantheon delle grandissime e Dybala pronto a scalzare Messi nel cuore e nell’immaginario del popolo argentino, così come degli amanti del calcio. Oggi siamo invece al punto di partenza: il ciclo del Barcellona non è finito semplicemente perché – al di là dei sistemi di gioco, e si potrebbe aprire qui una parentesi infinita – ha in campo calciatori troppo forti; la Juventus deve sempre rigettare la basi su cui costruire le vittorie, che siano mentali, caratteriali, fisiche, tattiche o tutte quante assieme; Messi resta un giocatore di un’altra categoria. Perché in fondo dobbiamo uscire noi per primi dalla retorica dell’esaltazione, e non dover cedere a deduzione ardite, per usare un eufemismo, in seguito alla parzialità di un paio di partite. Si rischia poi di perdere 4-1 una finale di Champions, o 3-0 contro una squadra data da troppi in un quasi irreversibile declino tattico.

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13 Aprile 2017

Chiusa questa parentesi possiamo tornare alle ultime considerazioni sulla partita di ieri sera. La disfatta di Barcellona sarà sicuramente utile alla Juventus e soprattutto ai nuovi arrivati. I bianconeri dopo una batosta hanno sempre reagito alla grande, dimostrando di fare tesoro degli errori commessi. Partite come quelle di ieri servono a crescere e saranno di enorme aiuto ai vari De Sciglio, Bernardeschi, Bentancur. La fortuna è stata quella incontrare il Barcellona in casa alla prima partita del girone, quando ancora è tutto da decidere e si può fare ordine per le partite a seguire. Certamente il girone non è dei più semplici e il pericolo, in una competizione come la Champions League, è sempre dietro l’angolo; ma d’altronde si sapeva, bisogna lavorare, ancora e ancora. Il processo di crescita non è di per sé sempre lineare e questo bisogna tenerlo a mente. Quella di ieri sera è stata solo una partita di metà Settembre, e la Juventus già tra qualche mese sarà una squadra completamente diversa. Quindi niente allarmismi, ma piedi per terra e tanta umiltà; in fondo, se non si hanno in squadra gli extraterrestri, è solo così che si può puntare a vincere in Europa.