Sono ormai 15 anni che fai parte della narrazione sportiva. Come sei finita nella terra di mezzo del bordocampo?

Sono giunta a lavorare sui campi di calcio dopo un lungo percorso. I primi passi nel mondo dell’informazione li devo alle trasmissioni santoriane “Samarcanda” e “Il rosso e il nero”. Mi occupavo di reperire il pubblico tra i giovani dell’Università La Sapienza, dove studiavo. Erano anni di grande fermento civile. Il tema della presa di coscienza riguardo la stagione delle stragi mafiose ha caratterizzato l’humus nel quale sono cresciuta. Poi, nel 1993, iniziai una collaborazione più strutturata con l’èquipe di Santoro che mi portò a partecipare alla sua avventura in Mediaset nel 1996. Santoro, nel 1999, fece ritorno in Rai mentre io rimasi dove mi trovavo, completando l’iter per acquisire lo status di giornalista professionista. Una volta ottenuta la qualifica, arrivò la chiamata dello sport. Paolo Liguori, attuale direttore di Tgcom 24, allora a capo di Video News, mi propose un posto all’interno della redazione sportiva romana. E ovviamente accettai.

In questa epoca di veline e showgirls prestate al mondo del pallone, risulta ancora più difficile per una professionista imporsi in un campo storicamente egemonizzato dagli uomini?

Affermarsi è ancora complicato. Agli inizi della mia carriera, ormai 15 anni fa, diversi colleghi si relazionavano con me come a dire “Ma questa che c’entra qua?”. Li ho smentiti dimostrandogli di valere sul campo. Non scopriamo certo oggi che certe donne per raggiungere i propri obiettivi sono disposte a percorrere strade alternative, chiamiamole così. Per me, fin dal principio, la vocazione e quindi la crescita giornalistica hanno fatto la differenza e sono convinta che questo abbia dato i frutti sperati. Mi rendo conto però che lavoro in un mondo in cui la forma viene ancor prima della sostanza. La spettacolarizzazione dell’immagine gioca un ruolo fondamentale in televisione. Ed in particolare nella televisione moderna dove lo stordimento deve necessariamente raggiungere vette altissime.

Cosa pensi della diffusione televisiva del calcio femminile? Da insider di un emittente mainstream, credi che interessi realmente al grande pubblico o che alcune manifestazioni vengano trasmesse seguendo logiche dettate solamente dal politically correct dell’ “uguaglianza” a tutti i costi?

Credo che il calcio femminile sia paradossalmente “vittima” di una visione “politically correct”. E’ certamente una questione culturale: in Paesi come la Germania e la Svezia, non solo c’è una tradizione che a noi manca, ma il calcio femminile viene promosso già a livello di “cortile” – ad esempio, nella scuola primaria, con i genitori che a turno fanno gli allenatori – proprio per alimentare questo patrimonio collettivo, senza buonismi, ma con immediatezza e semplicità. Perché il calcio deve unire bambini e bambine. Attualmente siamo lontani da questa consapevolezza, e manifestazioni come la Champions League femminile – al pari di quella maschile, il torneo più prestigioso per un club – in Italia sono invisibili, o peggio, bollate come “opportunistiche”.

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Quali sono le sensazioni privilegiate del bordocampista?

Dalla terra di mezzo del bordocampo c’è una sola, meravigliosa, certezza: capisci subito se la palla entra in rete o meno. Il gol e’ l’unica visione davvero privilegiata perche’ la maggioranza delle azioni, avendo un punto di vista orizzontale, non si apprezzano mai pienamente. L’abilità del bordocampista è di non perdere mai di vista la palla ma anche, ovviamente, ascoltare gli umori, le frustrazioni, le gioie delle panchine. Il linguaggio degli allenatori va anche decifrato, sia a livello strettamente verbale che fisico; ma ci sono talmente tanti imput da seguire che davvero è impossibile farsi distrarre dal coinvolgimento emotivo. Almeno io vivo il bordocampo con una concentrazione massima, proprio perché gli stimoli – visivi, sonori – sono infiniti e possono raccontare un’altra partita, quella che sfugge al grande pubblico.

Quali sono le differenze che hai riscontrato finora tra il rapporto con i media di Eusebio Di Francesco e quello di Luciano Spalletti sulla piazza romana? Cosa ne pensi della stagione romanista fino ad ora?

Il tratto che distingue la comunicazione di Di Francesco a mio giudizio è l’equilibrio e credo che una piazza come Roma avesse bisogno anche di questa qualità, mancata – per ragioni personali e caratteriali – all’ultima fase della seconda esperienza romana di Spalletti. Questa meravigliosa città vive di emozioni troppo spesso contrastanti, credo che “Di Fra” se la stia cavando in questo senso molto bene. Poi è ovvio che i risultati ti aiutano, ed infatti – non appena la Roma è apparsa involuta – anche l’allenatore ha perso un po’ di smalto mediatico; ma una grande società si vede in questi momenti e credo che il management debba proteggere l’allenatore il più possibile, per consentirgli di riprendere il processo di crescita della squadra. Il giudizio sulla stagione è un po’ sospeso: sorprendente in Champions e poi deludente in campionato e in Coppa Italia come fosse vittima di un inspiegabile senso di appagamento. È un vecchio problema, ma credo che i giocatori abbiano tutto per poter ritrovare la mentalità.

Sei un’estimatrice del gioco di Maurizio Sarri. Dove può arrivare il Napoli e cosa gli manca per il grandissimo salto secondo te?

Credo che il Napoli possa davvero correre fino in fondo per lo scudetto. Fa pochissimi errori e per la prima volta, da quando c’è Maurizio Sarri, percepisco la necessità di fare un mercato di gennaio che sia immediatamente efficace. Credo che manchi solo un po’ nelle rotazioni, ma poi lì si sconfina nella “lunghezza” della panchina che certamente è di qualità ma non al livello, ad esempio, di quella della Juventus.

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Come giudichi l’operato del Var fino ad oggi? Cosa ritieni non funzioni e cosa riformeresti o aggiusteresti?

Sono del partito pro Var, credo che sia stata un’innovazione straordinaria di cui la Fifa ci rende merito. Naturalmente credo che sia perfezionabile: l’arbitro Var, ad esempio nei falli più controversi, dovrebbe poter “superare” il punto di vista del collega in campo, che del tutto in buona fede può avere una visione parziale se non sbagliata. Non mi dispiacerebbe poi poter coinvolgere in futuro le squadre: magari con una o più “chiamate”. A quel punto, però, tutti dovrebbero essere allineati sulle decisioni.

Il giornalismo sportivo italiano, a livello di approfondimento ed incisività, non credi sia rimasto un po’ indietro rispetto a paesi come ad esempio Inghilterra, Germania e Francia? E in questo senso non rispecchia un Paese che ama disperatamente il calcio ma è ancora privo di una reale cultura sportiva?

Credo che il nostro modo di fare giornalismo sportivo dovrebbe, piuttosto, recuperare il gusto del racconto. Ovvio che si può fare più inchiesta ma temo che siamo tutti compressi nella quotidianità di un calendario – soprattutto calcistico – schizofrenico. Credo ancora che lo sport sia narrazione di un’epica, mi piacerebbe ritrovarla. La riflessione riguarda, come per la stampa generalista, la metamorfosi che ci impone internet: i giornali sono spesso “vecchi”, punterei appunto su inchieste e storie da raccontare.