“Dominus Illuminatio Mea”, A.D. 1167 . La luce giallognola della candela rischiarava a stento il motto latino inscritto sulla grande architrave in legno della camerata. Il silenzio era rotto solo da brevi passi avvolti dal cuoio indurito delle calzature. Un gruppo di studenti stampigliavano le loro ombre sui muri macigni del Merton College di Oxford. Fuori dallo stretto portale di un uscita secondaria a sesto acuto, li accolse qualche goccia di pioggia finissima che la mattina seguente avrebbe reso lucidi i pinnacoli gotici della città.

 

La strada ammantata dal buio era spennellata da rari lumi vacillanti. Si incappucciarono, accesero una torcia, schivarono un paio di armigeri sonnecchianti che bevevano sidro e giocavano a dadi appoggiati a un riparo dal tetto di paglia pressata, poi si diressero giù, verso una strada di ciottolo serpeggiante, immersa ai lati dalla vegetazione, che lentamente si riduceva in prossimità dello scorrere sommesso del Tamigi, o “Thamesis”, nel punto ridotto a canale e abbreviato familiarmente in Isis. Ad attenderli, in piedi su una canoa, la figura nera di un barcaiolo pronto a portarli via.

 

Una visuale del Merton College della Oxford University (Ph ox.ac.uk)

 

Durante il periodo sassone questa zona veniva chiamata ” Oxenaforda“, ovvero ” ford of the ox“, il guado del bue. Non distraiamoci, questi vogliono scappare. Oddio, scappare, converrebbe dire allontanarsi dall’ Ateneo e fondarne un altro, ecco, detto così appare consono, risanando dal peccato di una fuga vigliacca dovuta alle troppe punizioni, del rigore eccessivo, dell’oppressione dei professori. Si, funesta Oxford dalle sognanti guglie, adesso noi, noi felici pochi, oramai, di fatto e di principio suoi ex studenti, nell’anno del Signore 1209 decidiamo di andarcene e gettare le fondamenta di un’altra Università, in quel di Cambridge, e già immaginiamo la nostra ode per i secoli a venire: Hinc Lucem et pocula sacra. Due università, due città accarezzate dalla stesso fiume, dalla stessa acqua, eppure divise su tutto, e quando si dice tutto significa dibattere e contorcersi nella rivalità, declinando, da menti eccelse, a un luogo ove sfidarsi, cingersi d’alloro ed eleggersi superiori.

 

Basta non ricorrere alla ruvidità del sangue privo del gentil fioretto, più adatto alla collera isterica della plebe. Insomma non sporcarsi le mani per darsele di santa ragione alla stregua di una insulsa zuffa da pub per volgari cinque penny scommessi su un paio di galletti nervosi. Eh no, occorre competere avvalendosi di metodi fini, raziocinanti, logici. D’altro canto dalle nostre stanze escono geni, inventori, benefattori dell’umanità, rampolli dell’alta società, perfino Re, ministri, arcivescovi e cardinali, e, va ammesso, parlando con franchezza, anche qualche rinnegato oltre a strani ciarlatani venditori di pozioni miracolose, ma in fondo è una lieve debolezza che ha il colore del cielo quando tuona.

 

E allora l’accrocco lessicale “Oxbridge”, in Inghilterra farà presto a diventare sinonimo di una dicotomia, di duello. Uno sfidarsi in qualunque attività fisica, sì i posteri balzani useranno il vocabolo sport per identificare sulla via della modernità questo baluginare di occhiatacce, questa voglia matta di sfidarsi in giorni prestabiliti decisi da un calendario d’avvento tutto loro, noi e “gli altri”, per l’onore dell’emblema, per il mestiere della sagacia, per la supremazia intellettuale. ” Town and gown” (citta e toga) certo, ma credetemi, ci sono momenti dove bisogna mostrare i muscoli e tenere nascosti i cervelli: spingi e conta.

 

Un dipinto raffigurante la prima Boat Race della storia tra Oxford e Cambridge, tenutasi nel 1829

 

Vediamole le contendenti, sbirciamole da un cortile, magari nascosti da un dedalo di siepi. Oxford da subito l’impressione di essere più caotica, più contrattante, seppure fra le antiche Balliol e Merton il silenzio e la quiete che regna nei chiostri e negli androni è una sensazione simile a quella che si prova visitando un seminario o un convento e perfino l’erba è tenuta in modo maniacale. A Cambridge tutto pare più a misura d’uomo con le sue polverose librerie e i mercatini che fingono una vivacità più formale che sincera perché Cambridge è luogo pigro, quasi indolente, dove lo scorrere del tempo sembra empaticamente legato al defluire placido del fiume.

 

Quando vedrete un “ punt”, un tipico barchino a pertica, scivolare dolcemente lungo le acque del Cam, la conduzione potrebbe apparirvi semplice. Ma fate attenzione, il corrispettivo britannico della gondola veneziana è molto più difficile da controllare di quanto possa apparire. A sentirne la descrizione, il “ punting” potrebbe assomigliare a un innocuo diletto domenicale. A vedere il praticante locale medio sembra una rilassante gita sul fiume. Il problema è che non si apprezza il peso del famoso palo, e il fatto che il natante (privo di timone) tende a ruotare furiosamente su se stesso.

 

Stop, bando alle ciance. Otto secoli, poi il futuro. Oxford si tinge di blu scuro, Cambridge di azzurro listato di bianco come l’alba di talune mattine quando il sole impatta sulla facciata del King’s College. Quindi attenti alle date che collimano con lo sboccio della primavera perché è in quel periodo che l’anno accademico in Gran Bretagna muta in consapevolezza da confronto e gli orari non sono scanditi dal sovrapporsi bibliografico delle materie (più o meno oscure) o da probanti sessioni d’esame, bensì dalla rivalità sportiva: “ Oxford for arts, Cambridge for science”, dice un vecchio proverbio inglese.

 

Da una parte l’umanesimo, dall’altra la scienza: un adagio che tuttavia i vertici degli atenei non riconoscono affatto, impegnati senza soluzione di continuità ad assicurarsi i migliori studenti indigeni e planetari in entrambi gli ambiti, sfornando da secoli il pugno duro della classe dirigente di buona parte del globo. Intendiamoci, questi gareggiano a qualunque cosa, dagli scacchi all’ Hockey su ghiaccio, dopo tutto non è stato il Duca di Wellington a dire che abbia appreso su un campo da cricket come arrestare l’avanzata di Napoleone? Ah, ovviamente il nobilissimo Rugby si gioca dentro il tempio della palla ovale, a Twickenham, un “classico”, parafrasando un accezione guasta e fin troppo insulare, meglio, molto meglio chiamarlo nella forma etimologicamente corretta, ossia Varsity match.

 

La battaglia di Waterloo, 18 Giugno 1815. Arthur Wellesley, il Duca di Wellington ritratto mentre guida la carica contro l’armata francese di Napoleone Bonaparte. L’ultima epica battaglia delle guerre napoleoniche

 

Ora non si offendano i valorosi pacchetti di mischia, ma comprenderanno che la disciplina più sentita, la disfida più famosa, resta quella sul Tamigi: la Boat Race. Diciassette minuti circa di vogate senza indugio. La gara ha una data di partenza fissata in un carteggio del 1829, anche se a spulciare bene va detto che ininterrottamente si va avanti dal 1856. A proporla furono due amici di Cambridge, Charles Merivale e Charles Wodsworth (nipote del poeta William Wodsworth). E così il 12 marzo del suddetto 1829, l’Università di Cambridge lanciò il guanto di sfida ad Oxford e l’esordio della Boat Race avverrà il successivo 10 giugno nella graziosa cittadina di Henley, nell’ Oxfordshire, segnando fra le altre quisquilie la nascita del canottaggio agonistico per dilettanti.

 

Due Imbarcazioni, due equipaggi, otto rematori e un timoniere, il Cox. Davanti a loro si staglia un pezzo di ferreo Tamigi, per l’esattezza 6.799 metri (4 miglia e 374 yard) e il dipanarsi di uno sforzo fisico altamente impegnativo, atto al mulinare correttamente le pale dei remi, dark blue per Oxford, light blue per Cambridge, sulle rispettive Isis (Oxford) e Goldie, (Cambridge). Partenza e arrivo sono contrassegnati dalle vistose “ Stones” (pietre) collocate sulle sponde. Pensate, la barca di Cambridge affondò nel 1859 e 1978, quella di Oxford nel 1925 e nel 1951; entrambe andarono a picco nel 1912 quando la regata fu colta dall’imperversare di una tempesta.

 

Il più recente affondamento risale invece al 1984, allorché lo scafo di Cambridge andò a sbattere con violenza contro una chiatta ormeggiata poco dopo la partenza; nessun problema, anzi, i resti sono fieramente esposti in un pub cittadino e riportano le firme dei membri del suo equipaggio. Nel 1981, alla storia della prestigiosa competizione, prese parte una donna, tale Sue Brown, che al timone condusse Oxford alla vittoria in due occasioni consecutive. Partiamo quindi. I presidenti dei rispettivi boat club lanciano in aria una vecchia moneta aurea (una sovrana coniata naturalmente nel 1829, ma per i patiti della numismatica aggiungiamo che l’emissione addirittura sfoca indietro fino al 1489 sotto il regno di Enrico VII).

 

La partenza della Boat Race datata 1872, nel bel mezzo di una nevicata furente

 

La fortuna nel lancio può valere parecchio, soprattutto a seconda delle condizioni atmosferiche in quanto concede il diritto di scegliere da che parte del fiume remare e conseguentemente in che maniera gestire ritmo e tipo di percorso. La stazione nord ( Middlesex) presenta il vantaggio nella prima piegata e delle ultime curve, mentre la sud ( Surrey), aiuta lungo l’enorme curva di mezzo. Siamo a Putney Bridge, piuttosto lontano dalla linea d’ombra emozionale di Joseph Conrad annidata sull’estuario e, pace all’anima dello scrittore polacco, non si riflette a lungo sugli stati d’animo ma si concentra su corrente e profondità.

 

Roba da Coxes, che devono essere abili a trattare mezzi e uomini nei punti dove il flusso cambia repentinamente, dove si sa, per esperienza e percezione, che si annida una corrente maggiormente rapida e questa viene contesa ai rivali attraverso epici scontri di lame e conseguenti, roventi, rimbrotti arbitrali. La scena è così solenne che opprime il cuore e dà un senso di angoscia: un colpo di cannone, le sirene dei vapori e l’urlo della folla che si diffonde come una fiammata lungo le due rive accompagnano lo slancio d’avvio dei vogatori.

 

Andare in testa può rendere estremamente difficile il recupero per l’equipaggio avversario almeno fino a metà gara, poi contano resistenza e volontà. Le serafiche sponde del Tamigi, quel giorno, non si presentano così tranquille, imballate da un numero stimato in oltre 400mila persone, più milioni di inglesi davanti alla tv: ogni ex alunno o docente non può esimersi dal guardare la Boat Race infilandosi obbligatoriamente la divisa del suo ateneo. È gli altri pezzi d’Inghilterra si dividono, scegliendo chi sostenere.

 

La Boat Race è tradizione vivente allo stato puro

 

Si parte, come detto, da Putney, e prestate attenzione, si rema controcorrente, con l’insidia di spiacevoli inconvenienti nel caso cominciasse a tirare un ventaccio cattivo da ovest capace di portare modeste ma insidiose ondate di marea. Dopo Putney si oltrepassa la “ Black Buoy” (la boa nera) tuttavia, siccome l’acqua non è, diciamo cristallina (a dire il vero assomiglia a una tinta simile ad argento sporco) per evitare collisioni ultimamente è stata ridipinta di un paglierino vivace. Successivamente il fiume scorre accanto al “Craven Cottage”, il meraviglioso stadio “edoardiano” del Fulham, tecnicamente un passaggio ampio, fatto di acque poco profonde e non impegnative.

 

Giunti a un miglio dalla partenza si innalza il monumento detto “ Mile Post”, punto ancora sostanzialmente semplice, l’acqua si schiarisce allentando ancora la pressione contraria. Nella sezione seguente sulle rive si possono notare molti spettatori con in mano una schiumosa pinta, siamo infatti al Crabtree Reach e questo significa che poco sopra c’è il legnaceo, rude, Crabtree Tavern dove spillano Birra ininterrottamente dal 1849. Ora attenzione, nei pressi di Harrods, il fiume si concede alla prima ostica curva e nei minuti seguenti chi è partito dalla posizione “Surrey” tende a recuperare o bontà sua ad allungare.

 

Ad Hammersmith Bridge in genere può verificarsi una svolta importante della gara, occorre vogare forte e bilanciare l’equipaggio, Oxford e Cambridge in genere qui appaiono entrambe instabili, incerte, poi all’altezza della cattedrale di Saint Paul, il beato intercede e pone la grazia sugli atleti facendoli tornare a un andamento meno forsennato. E’ tempo di Chiswick Eyot, un tratto con un piccolo isolotto in cui il fiume corre bello rettilineo e l’acqua è profonda, nera, insondabile nel suo letto d’ossa e antichi relitti. Appena visibile sul lato sinistro la Birreria Fuller, zona animata spesso da una leggera brezza che scompiglia le acque in bizzosi ghirigori.

 

Gli spalti dei tifosi coinvolti nella sfida tra Oxford e Cambridge non sono altro che le sponde e i balconcini dei pub che si affacciano sul Tamigi

 

Chiswick Pier siamo esattamente a 2,87 miglia dalla partenza e si incomincia a prepararsi al Crossing stazione da “Via Crucis”, dove occorre riprendere posizione, fiato, e beccare la corrente migliore prima dell’ingresso del velocissimo Bandstand, e stavolta si dice meglio per quelli partiti da Middlesex. Ora sta per spuntare, in epica da miraggio, il Barnes Bridge Railway, con le imbarcazioni già spossate. I due equipaggi devono passare attraverso il centro dell’arco. Secondo gli almanacchi il 95% di coloro che lo superano in testa riportano la vittoria. Solo una barca, nel 1945, ha vinto salutando dalla seconda posizione questo ponte.

 

Se capita (e capita) che gli equipaggi siano vicini i Coxes qui possono spintonarsi a vicenda per guadagnare il centro presentandosi agli ultimi 300 metri del Brewery Mortlake che anticipano la linea di traguardo posta al Chiswick Bridge. Sono le ultime tremende vogate dentro la storia di un duello infinito. Ed è in quest’attimo, magicamente, che tutto si confonde, si sospende, presente, passato, tempo, uomini. Un po’ come se al fianco del fiore della studiosa gioventù attuale si profilassero figure evanescenti di profili noti: Adam Smith, John Fowles e John Donne dalla parte di Oxford, oppure Christopher Marlowe, Oliver Cromwell e Isaac Newton da quella di Cambridge. Comunque non preoccupatevi troppo, sono visioni, sogni e illusioni, degne di “Oxbridge”.