Calcio
30 Dicembre 2022

Pelé ha segnato l'anno 0 del calcio

Il futbol poi non è stato più lo stesso.

Chi non ha visto Pelé, come noi, chi è stato così distante sia dallo spazio che dal tempo di O Rei non può sentirsi in diritto – né in dovere – di stilare classifiche e forse nemmeno di scrivere chi o cosa fosse il fenomeno brasiliano. Da parte nostra possiamo solo leggere, studiare, guardare vecchie partite e vecchi filmati; ed affidarci a chi ha sicuramente più conoscenza ed esperienza di noi, cercando di comprendere ciò che uno come lui ha rappresentato per il mondo del calcio. Scrive oggi Lo Slalom, nella sua ottima newsletter, che Pelé è stato una unità di misura, un punto di riferimento; nel farlo riprende i migliori giornali del mondo, che proprio su questo tasto battono: Pelé ha portato il calcio ad un’altra dimensione, o meglio in una nuova fase.

C’è stato un ante Pelé e un post Pelé.

«Pelé è il più grande, da sempre. Prima di Pelé ci sono stati grandissimi giocatori, dopo di lui ce ne saranno molti altri, ma Edson Arantes do Nascimento è l’uomo che ha portato il calcio nell’era moderna. La tecnica, la velocità, la forza atletica, questa forma di sinfonia e armonia nel suo modo di giocare, tutto ciò costituiva una sorta di meraviglia originale. La televisione era appena entrata nelle case, il 10% delle persone ne era provvista in Francia nel 1958, quando al centro dello schermo in bianco e nero, danzò un attaccante nero che spiegava al pianeta perché il paese del futebol fosse il Brasile». Così scrive oggi Régis Dupont su l’Equipe, giornale che nell’edizione odierna dedica 23 pagine a Pelé e che nel 1981 aveva proclamato Edson Arantes do Nascimiento ‘atleta del secolo’.

Ma lo stesso copione segue ‘As’ in Spagna, con Santiago Segurola che spiega come «Pelé ha spinto la natura del gioco a espandersi, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, l’ha portata in altri continenti, posseduto da una mistica sacra. Quell’espansione reclamava un prescelto, un calciatore prodigioso mai visto prima, destinato a provocare il delirio universale. Voglio dire, reclamava Pelé». Un prescelto insomma: e un prima e dopo Pelé. Così il brasiliano ha portato il calcio in quella che si definisce ‘modernità’, con un’etichetta tanto complessa da spiegare a parole quanto immediatamente comprensibile nei fatti, se si tratta del numero 10 brasiliano.



Perché Pelé, per chi l’ha visto, è stato un’apparizione. Un giocatore universale, “il football tradotto in quattro lettere”, come scrive l’ottimo Tony Damascelli su Il Giornale: «Pelé non divide, non prevede fazioni, opinioni differenti. È la storia del gioco esaltata in un dribbling, in un tunnel, in un colpo di testa, in una rovesciata, è la recita dell’artista nell’aria del mondo. Le sue cosce ipertrofiche, il tronco potente, la fulminea e felina rapidità dei movimenti, quasi accucciato sull’erba, lo rendevano diverso fra gli uguali. Siamo stati fortunati a essere schiavi noi di Pelé, riscatto di un ragazzo che ha regalato la realtà a un Paese, il Brasile, che conserva profumo e fascino lontani».

E immancabili oggi ritornano i dibattiti sul più grande della storia, tanto stucchevoli quanto obbligati da un periodo storico che vive di primati e statistiche, che non riesce a godersi neanche le leggende senza bisogno di pesarle, catalogarle, assolutizzarle. Maradona e Pelé, Pelé e Maradona. Ora che sono scomparsi entrambi, consegnamoli alla leggenda nelle loro reciproche differenze. Perché oggi sembra che Pelé debba passare alla storia non solo come uno dei più grandi se non il più grande calciatore di sempre, ma anche come un santo, un leader, un uomo di popolo.

Cherif Ghemmour su ‘So Foot’ ne parla come di «uno dei grandi leader neri, una sorta di Mosè nero» mentre Lawrie Mifflin sul ‘New York Times’ si sente in dovere di sottolineare come fosse «amato dai più poveri». Tutto bello, ma non necessario.

Condottiero e amato dai più poveri, autentico messia delle umili genti, diciamola tutta, era Diego. Non serve che Pelé diventi anche questo. Perché già Vladimir Dimitrijevic, poeta prestato al futbol e unico autore di calcio ad essere pubblicato da Adelphi, scriveva di preferire Maradona a Pelé che invece «ha cercato il favore dei giornalisti, diventando il beniamino dei media e il trastullo dei politici. Diventerà ministro, presidente, costruttore di stadi, come Platini. Non c’è un viaggio di affari di Havelange, un sorteggio qualunque, un’iniziativa umanitaria senza che sia presente Pelé. Credo che nel suo Paese non si possa diventare presidente se non si può averlo accanto nella tribuna delle autorità. Un colletto bianco, insomma!». Viva Dio, possiamo dirlo anche oggi senza che sia un’offesa, che era un po’ un colletto bianco del calcio. Perché Pelé è stato anche questo, e perché la morte non può rendere tutto uguale.



Rendiamo onore al Re, allora, parlando di cosa è stato innanzitutto: un uomo capace di segnare uno spartiacque, l’anno zero tra un vecchio e un nuovo calcio. Lo fa ad esempio oggi l’Ultimo Uomo in questo bellissimo articolo di Daniele Morrone, che come noi Pelé non lo ha visto ma si è documentato e ha letto molto, a partire da “un libricino scritto da Johan Cruyff a metà anni ‘90”, dal nome ‘Mis futbolistas y yo’: «Sono anche io uno di quelli che pensa che il migliore nel calcio, il più vicino alla perfezione, sia stato Pelé. Il migliore perché riuniva tutte le qualità che ci aspettiamo da un calciatore ed era il migliore di tutti in ognuna di esse. Dopo di lui siamo venuti tutti noi altri», scrive proprio l’olandese.

Anche perché, come testimoniato dal nostro vecchio Renato Ciccarelli (che Pelé lo ha visto davvero) a quel tempo il calcio brasiliano era il migliore del mondo, anche a livello di club. Un giudizio che trova conferme nell’opinione di Michael Delaney, che parlava del Santos come de «l’apice del calcio di club, con Pelé al centro del loro regno». Insomma, ieri abbiamo perso una leggenda, o meglio il Re del calcio: un re ragazzino, che ha scritto il suo mito partendo dalla fame, facendo il lustrascarpe a 7 anni in una casa in cui, raccontava O Rei nella sua autobiografia, non c’era nemmeno la legna da bruciare. Dieci anni dopo era già Pelè, nell’olimpo del calcio a Svezia ’58. Olimpo in cui rimarrà per sempre.

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