Ci sono lui e Maradona. Poi pian piano segue il resto del calcio. Edson Arantes do Nascimento ha avuto mille soprannomi: il re, il re del futebol, la perla nera, Gasolina e altri epiteti meno conosciuti al grande pubblico. Ma c’è qualcosa che gli è accaduto soltanto una volta. Strano, perché se dici Pelé, in sole quattro lettere hai declinato il calcio e ogni altra cosa lui l’ha fatta e rifatta meglio di prima. E meglio di tutti.

 

Três Corações è un paesotto non distante da Belo Horizonte ma da lì il mare è lontano. A fare il bagno nell’Oceano può andare soltanto chi ha un mezzo personale e nel Brasile di allora soltanto la minoranza bianca possiede una macchina. Se poi la vita costringe una famiglia povera a spostarsi a Bauru, ancor più nell’entroterra, il mare diventa un miraggio.

Se dici Pelé, in sole quattro lettere hai declinato il calcio

A quelli come il signor João Ramos do Nascimento, detto Dondinho, non resta che il calcio per consolarsi di una vita difficile. Dondinho insegna a suo figlio un po’ tutti i trucchi del mestiere. È stato un buon calciatore e se non ha fatto la carriera che poteva è per via di un ginocchio un po’ troppo anarchico.

 

Il piccolo Edson non sembra avere problemi di apprendimento perché a meno di 10 anni fa quel che vuole anche con un pompelmo o con un pallone di carta straccia. Figuriamoci se gli danno una sfera di cuoio, che cosa può inventare. Ma da qui a fare mille gol in carriera passa ancora tanta strada da percorrere. In fondo tanti talenti si sono bruciati, e in Brasile sanno giocare a pallone anche i lampioni.

 

Pelè

Pelè a una cena di famiglia, con il padre Dondinho alla (nostra) sinistra e la mamma Dona Celeste a fare le porzioni

 

Nella squadra dilettantistica di Bauru hanno subito la sensazione di avere a che fare con un talento al di sopra della media, ma nessuno si fa troppe illusioni: se quel tizio è davvero bravo come sembra, qualcuno se ne accorgerà. Andrà via da Bauru, questo è certo. Il Santos, che sguinzaglia informatori in giro per il Brasile, si accorge per primo del ragazzo e, a questo punto, i dirigenti della società paulista non credono a ciò che vedono: il figlio di Dondinho non è soltanto talentuoso.

 

È anche efficace, fisicamente ben messo, completo nel repertorio. Sul piano tecnico non presenta lacune, possiede due piedi fantastici e uno stacco aereo imperioso. Ha determinazione, è autocentrato quanto basta per credere appieno nel talento a disposizione. Per giunta ha un suo equilibrio, non tende a strafare nelle giornate di vena né a buttarsi giù nei momenti difficili.

È anche efficace, fisicamente ben messo, completo nel repertorio. Sul piano tecnico non presenta lacune, possiede due piedi fantastici e uno stacco aereo imperioso.

Insomma, il ragazzo ha tutto per sfondare tanto che il 7 settembre del 1956 – 16 anni non ancora compiuti – Pelé esordisce in prima squadra, e quel giorno comincia subito a segnare. Il Santos vince per 7-1 e il pallottoliere personale inizia a muoversi. L’anno dopo, prodezza dopo prodezza, il giocatore di quattro lettere e un accento è capocannoniere del campionato paulista.

 

La Nazionale gli apre presto le porte: non ha ancora 17 anni, il 7 luglio del 1957. Quel giorno si affrontano, in un Superclàsico de las Americas, Argentina e Brasile. Perdere con la “albiceleste” non è mai un piacere ma subire in casa propria è anche peggio. Vince l’Argentina per 2-1 ma al suo “secondo esordio” Pelé segna e incanta gli spalti.

 

Da lì ebbe inizio la leggenda, testimoniata qui dal contratto originale del 1960, dagli scarpini consumati che hanno siglato il gol numero 1000 e dalla maglia del Brasile (Foto di Harry How/Getty Images)

 

Il titolo paulista non arriva ma è solo questione di tempo, un tempo che il giocatore del Santos impiega per convincere il CT Vicente Feola a portarlo ai Mondiali 1958 in Svezia. Pelé disputa la prima partita contro l’URSS nella fase a gironi e una volta tanto non fa gol. È comunque il giocatore più giovane del torneo e il più precoce ad avere mai giocato una partita della fase finale della Coppa del Mondo.

 

La prima rete la segna al Galles il 19 giugno 1958, e con quella il Brasile si qualifica alle semifinali. Cinque giorni dopo Pelé mette invece a segno una tripletta contro la Francia che fissa il 5-2 finale. Grazie a questo exploit diventa il più giovane marcatore nella storia della Coppa del Mondo (17 anni e 239 giorni) e anche il più giovane a realizzare tre gol (17 anni e 244 giorni).

È il più giovane calciatore a giocare una finale di Coppa del Mondo. E a vincerla.

Il 29 giugno 1958 Pelé scende in campo allo stadio Råsunda di Stoccolma nella finale contro i padroni di casa e a 17 anni e 249 giorni stabilisce un altro record: è il più giovane calciatore a giocare una finale di Coppa del Mondo. E a vincerla. La Seleção s’impone ancora una volta per 5-2, anche grazie a due reti del numero 10. Il primo gol di Pelé, un pallonetto a superare il difensore che lo sta marcando, seguito da un preciso e bruciante tiro al volo, viene scelto negli anni successivi come uno dei più grandi gesti tecnici di sempre.

 

Al ritorno in patria Pelé è già una star di livello mondiale. Molti anziani si dicono convinti di non avere mai visto nella loro lunga vita uno così e, nel corso degli anni, il palmarès del campione si fa sempre più pesante. In 15 stagioni il Santos vince il campionato paulista 10 volte. Lui è capocannoniere per 11 stagioni: nel 1958 arriva a segnare 58 gol in una sola annata. A livello internazionale il Santos può mettere per due volte le mani sulla Coppa Libertadores e altrettante volte sull’Intercontinentale.

 

Da 0.27 a 0.35, ogni commento è superfluo

 

Quattro anni dopo il Mondiale di Svezia, il Brasile difende il titolo in Cile. E lo difende bene, anche se stavolta il vero eroe è un altro: si chiama Manè Garrincha e tocca a lui guidare il Brasile verso la riconferma quando Pelé si infortuna. Inizia bene il Mondiale, O’ Rey. Segna e fa segnare, nella partita d’esordio contro il Messico. Ma il 2 giugno del 1962, proprio mentre l’Italia subisce la “mattanza di Santiago” contro i padroni di casa, a Viña del Mar si stanno affrontando Brasile e Cecoslovacchia.

 

Pelé colpisce male un pallone. Il piede poggia male a terra, e il numero 10 è costretto a saltare tutto il resto del torneo. Il Brasile è ugualmente campione del mondo: con i fuoriclasse che ha nella rosa si potrebbe fare perfino a meno di lui. Senza esagerare con il numero di assenze, però. Nel 1966 Edson Arantes do Nascimento è un’icona del calcio mondiale di 26 anni che sta tentando un‘impresa che non è ancora riuscita a nessuno: vincere un Mondiale per tre volte, per giunta consecutive.

Stavolta il vero eroe è un altro: si chiama Manè Garrincha e tocca a lui guidare il Brasile verso la riconferma.

L’impresa, tuttavia, non si concretizza. Quando il Brasile è in campo la partita si trasforma in una vera e propria caccia all’uomo. L’eccessiva tolleranza di molti arbitri europei completa il tutto. Il fuoriclasse è costretto a giocare quasi con una gamba sola e il Brasile è eliminato al primo turno. Lui, il campionissimo, giura solennemente che ai Campionati Mondiali non lo rivedranno mai più.

 

Ma è sempre meglio andare cauti con la parola “mai”, perché spesso la politica ha la meglio anche sulle promesse solenni. Alla fine del decennio, al dittatore brasiliano, il generale Emilio Garrastazu Medici, il terzo titolo mondiale farebbe comodo. Il consenso popolare è importante e Medici non è uno che scherza, quando chiede qualcosa.

 

Pelè festeggia al fianco di Emílio Garrastazu Médici la conquista della Coopa del Mondo 1970

 

“Ordem e Progresso”, c’è scritto nella bandiera brasiliana. L’ordine interno è garantito, la parola “progresso” sembra azzardata. Pelé, sarà anche un fuoriclasse ma non uno che si mette contro il potere in carica, e come per incanto cambia idea. Se è il generale Medici a chiederlo, lui è di nuovo pronto per regalare una gioia al popolo.

 

Ma prima deve mettere un altro record, lei capisce signor presidente. Il 19 novembre 1969, conti alla mano, lui ha segnato 999 volte in carriera. Ne serve uno per la quadrupla cifra. Il Maracanà è pieno e aspetta: il Vasco da Gama spera di non fare da spalla e anzi oppone una strenua resistenza ma, quando l’arbitro fischia un calcio di rigore per il Santos, cade ogni speranza.

 

Il re la mette di piatto e fa 1000, in un 1969 in cui quel gol e l’arrivo dell’uomo sulla luna si giocano la palma della notizia dell’anno. Ora sì che si può pensare al Mondiale, e in seguito al “triplete mundial”, il rapporto fra Pelé e la Nazionale perde rapidamente di senso. L’ultima partita del re del calcio con la maglia della Seleção è Brasile-Jugoslavia del 18 luglio 1971. Il resto è ordinaria amministrazione per uno come lui.

 

Il gol numero 1000, in una partita che sembrava maledetta

 

Nel 1974 anche il sodalizio quasi ventennale con il Santos s’interrompe. 619 realizzazioni in 638 partite possono bastare: il re abdica, o almeno così sembra. Ma nel 1975, quella che all’inizio sembrava una voce priva di fondamento si rivela una notizia vera. Pelé vuol tornare in campo. Il re del futebol vuole riprendersi la corona, e viene così ingaggiato dai New York Cosmos, squadra della North American Soccer League (NASL).

619 realizzazioni in 638 partite possono bastare: il re abdica, o almeno così sembra.

La Warner Communications intende lanciare in grande stile il calcio negli Stati Uniti. Per farlo, ha bisogno di grandi nomi: per esempio, Franz Beckenbauer, Giorgio Chinaglia, Carlos Alberto, George Best. Più avanti anche Johan Neeskens. Due anni da ambasciatore del calcio a New York e poi, 1 ottobre 1977, Pelé si ritira definitivamente. Esce dal calcio giocato dopo aver realizzato 1.281 gol e aver fatto sognare intere generazioni.

 

Molti sono convinti che nel calcio uno come lui non capiterà mai più. Ma proprio in quel 1977 c’è chi giurerebbe di aver notato un ragazzo con qualità da marziani. Certo, non è brasiliano, si chiama Diego Armando e viene da una favela di Buenos Aires. Non ha un gran fisico ma quel ragazzo fin dai primi passi nell’Argentinos Juniors ritiene di avere un sinistro e una classe degne di O’Rey. Vedremo se è vero, perché di millantatori è pieno il mondo. In fondo, quanti manicomi sono pieni di persone che si credono Napoleone, Gesù, Che Guevara. O Pelé, perfino.