Una immensa marea verde. È questo il verdetto finale dell’edizione 2018 del Sei Nazioni. La nazionale irlandese stravince il torneo con una serie di vittorie inarrestabile, a rischio solamente al debutto a Parigi contro una Francia coriacea e battagliera. È un trionfo a braccia alzate, ottenuto già una settimana fa dopo la vittoria contro la Scozia e la contemporanea sconfitta dell’Inghilterra contro i transalpini e arricchito sabato scorso dal Grande Slam, cosa non facile da ottenere in un torneo in cui nessuna squadra si dà mai per vinta fino alla fine. È la vittoria di un coach, Joe Schmidt, in grado di risollevare i verdi dopo un paio di brutte stagioni e di riportarla nell’Olimpo del rugby mondiale, candidandosi di fatto pure per la panchina degli All Blacks in un prossimo (molto prossimo) futuro. Ma è anche la vittoria di un gruppo straordinario, di Rory Best, immenso capitano, di Conor Murray e Jonny Sexton, mediani che farebbero una discreta figura bacchetta alla mano davanti ai Wiener Philarmoniker. Di Rob Kearney, estremo onnipresente, di Bundee Aki, neozelandese equiparato e centro tra i più potenti e decisivi mai visti in questo emisfero. La somma dei vari elementi dà una squadra senza apparenti punti deboli, capace di macinare punti e mete, ma anche di saper soffrire e costruire 40 fasi contro una difesa commovente come quella francese del già citato debutto. Una squadra in grado di fare gruppo (non è così scontato, credetemi), ma pure di affidarsi ai singoli in caso di necessità.

 

Inquadratura larga del Principality Stadium di Cardiff durante il match tra Galles e Francia. Foto di Harry Trump/Getty Images

 

Al secondo posto, staccato di 11 punti, il Galles. La squadra di Warren Gatland non era messa molto bene alla vigilia: veniva infatti da un novembre non di altissimo livello e per molto tempo ha patito l’assenza di molti reduci dal Tour dei British & Irish Lions in Nuova Zelanda, che di fatto dalla scorsa stagione non hanno mai potuto staccare la spina. Il Galles, di estrazione quasi esclusivamente Scarlets, ha trovato un gioco più arioso, basato in minor misura rispetto sui chili e sulla potenza rispetto agli anni passati. Ha trovato giocatori nuovi in grado di fare la differenza (Josh Navidi, Hadleigh Parkes e Rhys Patchell su tutti) e ha mantenuto la sua secolare maniera di essere irriducibile, di non morire mai. Quel modo di essere che, quel giorno, fece coniare a Sid Going (colonna del rugby neozelandese):

“In Galles non lo batti mai, al massimo puoi fare più punti”.

A due punti dai Dragoni si piazza la Scozia, la squadra che più aveva impressionato a novembre (sconfitta di misura contro gli All Blacks, più di 50 punti segnati all’Australia). Gli Highlanders pagano una falsa partenza in quel di Cardiff, giocando forse la loro peggior partita da un po’ di anni a questa parte, ma poi battono Francia e Inghilterra davanti al loro pubblico e danno molto filo da torcere all’Irlanda, gettando nel cassonetto almeno due mete già fatte quando il match era ancora aperto. La Scozia sta beneficiando di un ciclo apertosi qualche anno fa, ciclo che li ha visti passare da squadra meno forte del lotto (insieme agli azzurri) a vera pretendente per un posto al sole. Merito di un movimento finalmente centrato, di alcuni fuoriclasse assoluti (l’estremo Stuart Hogg il centro Huw Jones su tutti) e di un paio di guide tecniche di assoluto livello come quelle di Vern Cotter e di Gregor Townsend.

 

Gli scozzesi Stuart Hogg of Scotland (dx) e Greig Laidlaw celebrano la vittoria contro l’Italia allo Stadio Olimpico il 17 marzo a Roma. (Foto di Warren Little/Getty Images)

 

Subito dietro la Francia, fresca di un tremendo novembre ovale e di panchina cambiata, con l’ex commissario tecnico azzurro Jacques Brunel a prendere il posto di Guy Novés. I francesi ne hanno fatte di tutti i colori, tra gestioni sfortunate e notti brave in quel di Edimburgo (con tanto di 9 giocatori epurati dalla rosa), ma alla fine, cosa non auspicabile alla vigilia, hanno saputo darsi una svolta. La squadra non ha brillato per gioco corale ma ha lottato, ha costretto l’Irlanda a 40 fasi sotto la pioggia e senza falli a tempo ormai scaduto, ha battuto l’Inghilterra in un match incredibile, ha tenuto in scacco il Galles fino all’ultimo al Principality Stadium di Cardiff. Non male, se consideriamo che Brunel non ha mai potuto collaudare i suoi prima del Sei Nazioni e che a livello giovanile i francesi stiano piano piano tornando quelli di un tempo. Al quinto posto chiude l’Inghilterra, grande favorita alla vigilia e partita di slancio in questa edizione grazie ai successi in Italia e contro il Galles. Sono arrivate poi due sconfitte che alla vigilia non erano preventivate, né preventivabili, contro Scozia e Francia, partite che l’hanno di fatto tolta dalla lotta per il trofeo. L’ultimo match, sotto la neve contro l’Irlanda, ha mostrato una squadra orgogliosa, con notevoli abilità (si vede la mano di Eddie Jones, un guru del rugby mondiale), ma ancora incapace di togliere il cruise control quando il match prende una brutta piega. È il passo cruciale nella crescita di un gruppo, ma finché non si cambia marcia il risultato è questo, un malinconico quinto posto davanti alla sola Italia.

 

Sergio Parisse, in primo piano, trascina la nostra squadra nella migliore partita del torneo. Foto di Warren Little/Getty Images

 

L’Italia, appunto. Ultimi con un solo punto in classifica, ottenuto in quella che è stata di sicuro la partita più bella degli ultimi due o tre anni. Conor O’Shea, coach irlandese già in grado di far rifiorire gli Harlequins in Inghilterra, sta ricostruendo dalle macerie degli ultimi anni: franchigie troppo spesso farcite di stranieri rivedibili, un campionato italiano di basso livello, un buco generazionale coperto solo a volte da qualche sporadica vittoria o da naturalizzati di valore non sempre assoluto. Sta di fatto che al momento l’Italia arranca. Si affida al meraviglioso Sergio Parisse, che però sta recuperando da un’operazione e non è al meglio, a due veterani come Alessandro Zanni e Leonardo Ghiraldini.

 

Coach Conor O’ Shea ha tra le mani un gruppo non all’altezza di questo torneo, che rispecchia lo stato del rugby a livello nazionale. (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

 

Poi, a livello generazionale, c’è un buco enorme. Manca tutta una serie di giocatori, dai 25 ai 31,32 anni, che fa la differenza nelle altre Nazionali. Più indietro ci sono i giovani, unica luce azzurra: Minozzi segna 4 mete(nessun azzurro come lui) ed è tra i candidati come MVP del torneo, Negri e Polledri sono due terze linee incredibilmente forti, Simone Ferrari a soli 23 anni sa il fatto suo. Dietro ci sono gli under 20, in grado di vincere e convincere nel loro 6 Nazioni. Ci vuole tempo. O’Shea lo sa, predica pazienza e intanto semina un lavoro di prospettiva, parola mai tanto amata in suolo italiano. L’Italia ha da passà a’nuttata, e il sole, di solito, ci mette un po’ per svegliarsi. Coraggio.

Immagine copertina di Ben Stansall/AFP/Getty Images