Un tifo indipendente, radicato, ribelle.
Di fronte alla landa desolata che spadroneggia sul presente italiano, l’orgoglio nazionale incespica, boccheggia, si affanna. A soffiare sul suo flebile braciere sono rimasti pochi, timidi venti: la cucina, la moda, a tratti l’arte e, per chi mastica pallone, il tifo. Senza scomodare l’ormai invecchiato aforisma di Churchill, il nostro modus vivendi sugli spalti ha fatto scuola, fungendo da apripista per la diffusione del movimento ultras a tutte le latitudini. Ma oltre al mero riconoscimento storico, di quell’osannato avanguardismo squisitamente italico rimane oggi un presente sempre più appiattito, imitativo, intorpidito dalla massificazione della modernità.
Un vecchio leone esausto, i cui ruggiti riecheggiano nel proprio passato.
Ciononostante, il modello di tifo italiano ha lasciato i suoi riverberi un po’ dappertutto, attecchendo nei contesti più vari. Portando in seno i propri valori, le ritualità, lo stile e le contraddizioni, tale modello si è adattato ai nuovi ambienti, dove spesso ha trovato terreno fertile per ravvivare la propria vena pioneristica e creativa. Tra questi, uno dei casi più esemplari si trova in Francia, a Saint-Étienne. Piccola cittadina nel cuore dell’Esagono, Saint-Étienne è uno degli esempi più fulgidi di come il tifo organizzato possa evolvere, rimanendo coerente pur nelle sue dissonanze. Megafono di una collettività che ne riconosce il ruolo e di cui diventa emblema.
Situata a sud-ovest di Lione, Saint-Étienne è un centro urbano che fiancheggia la Loira, dal cuore operaio ed il passato minerario. Ed è proprio tra la fuliggine degli oltre novecento centri di estrazione del carbone che nasce, nel 1927, l’ASS (Association sportive stéphanoise), sulle ceneri della Casino Sports Association, squadra corporativa dell’allora presidente – darà il nome anche allo stadio, meglio conosciuto come Le Chaudron, il Calderone – Geoffroy Guichard.
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