“Di respirare la stessa aria di un secondino non mi va”. Serviva una citazione del genere, una pennellata del compianto De André, per conferire il giusto incipit al nostro tema. Quell’espressione di sdegno, quell’indolenza che trasuda dall’assunto del cantore ligure, è la stessa che in una delle sempiterne domeniche trascorse in cella, laddove la luce diurna segue le logiche del codice binario, cinge e caratterizza il volto di un appassito Adriano Sofri.

 

E chissà quali sono state le prime impressioni di Giorgio Porrà – penna finissima del giornalismo sportivo nostrano – che, in un’anonima domenica del luglio 2004, decise di intervistare l’ex leader di Lotta continua. Un confronto anomalo, per certi versi incoerente con il profilo storico dello stesso Sofri: lo sport – il calcio in particolare – è posto al centro del figurato campo di gioco che accoglie i due interlocutori. Porrà da una parte, Sofri dall’altra. La risultante di quell’ora di botta e risposta è una splendida polaroid sulle idiosincrasie, sportive e non, che caratterizzano i nostri giorni: un’accurata analisi sociologica condotta da chi de “i nostri giorni”, nonostante li veda balenare di rado alla tivù, riesce a conservare una notevole lucidità eziologica. Merce rara.

 

Adriano Sofri nel 2007

Adriano Sofri nel 2007

 

Come vuole la prassi è Porrà a condurre la partita: il giornalista cagliaritano guadagna metri nella retroguardia avversaria ponendo interrogativi circa le illogicità del calcio odierno, senza risparmiare tematiche ben più spinose come quelle relative alla realtà carceraria, uno dei tanti tabù da sfatare in Italia. Le domande di Porrà tuttavia lasciano sempre quel margine di spazio per la fantasia di Sofri: la marcatura dell’intervistatore, volontariamente meno stretta, è un palese invito al talento dell’ospite a far brillare il suo estro; una scelta premeditata, non inedita nel modus operandi del cronista sardo che, al pari dei suoi lettori, vuol lasciarsi suggestionare dal gesto tecnico – nel nostro caso prettamente teorico – di un pensatore come Sofri. Il primo quesito che risuona all’interno della cella allestita a mo’ di set è in realtà una citazione: Porrà fa eco a Tiziano Sclavi, inventore di Dylan Dog nonché noto detrattore del football, riportando testualmente “lo sport è fascismo perché è forza e competizione”. La provocazione lanciata da Porrà è un invito per Sofri a ragionare, a smarcarsi dal serioso assunto sclaviano.

 

“Lo sport è un modo felice di realizzare se stessi” – sentenzia il triestino. “È il culto della vittoria, quando è guerresco, a creare stupidità ed esaltazione”.

 

Sofri esorcizza telegraficamente l’equivalenza “sport uguale fascismo” avanzata dal fumettista sebbene, come si evince dalle sue parole, egli è ben conscio della strumentalizzazione esercitata in tempi passati dai regimi sull’atletismo. Il monito di Sclavi conserva tuttavia una propria veridicità in quanto – argomenta Sofri – “ci troviamo a vivere in un’epoca di estetica dei corpi, all’interno della quale il meccanismo vittoria-sconfitta è stato talmente feticizzato da delegittimare qualsiasi forma di pareggio, di tregua”. Sofri pone dunque l’accento su quella particolare forma di cannibalismo della vittoria che sembra essersi affermata nel mondo dello sport occidentale: è stato capovolto, svuotato di significato – per lo meno a livello professionistico – il postulato cardine di De Coubertain, padre delle Olimpiadi moderne, secondo cui l’importante era ed è partecipare. Anche sullo sport dunque si riverbera la cinica competitività propria del liberismo coevo che non contempla secondi posti, che misconosce chi fallisce e incensa solamente i vincitori.

 

Nella concezione sofriana, seppur con le dovute cautele, lo sport diviene così ipostasi dei tempi presenti e passati. Per trasmettere tale concezione il triestino ricorre all’iconica sagoma di Gigi Meroni – la “farfalla granata” – uno che col suo “talento straordinario e l’altrettanto straordinaria grazia di non usarlo per mortificare l’altro” era l’esatta trasposizione, in campo e fuori, di quell’ardore misto a sciovinismo tipicamente sessantottino. I toni dell’intervista calano leggermente d’intensità analogamente a quanto succede nel rettangolo verde quando a seguito di un paio di capovolgimenti di fronte, per tirare il fiato, regna la stasi. Porrà approfitta così del momentaneo calo voltaico del faccia a faccia per servire un morbido assist a Sofri col quale lo invita a descrivere l’ambiente penitenziario. Sofri prende campo, il suo discorso è avvolgente come fosse una manovra blaugrana:

 

“Sai il carcere è un posto di grandissima avanguardia (…) è una specie di laboratorio dei problemi del mondo contemporaneo, nel senso che la popolazione del carcere è multietnica in una misura impensabile nella società esterna”.

 

Lo sport, il calcio propriamente, assume però una funzione fondamentale fungendo da collante in uno scenario così eterogeneo, popolato da quelli che il triestino definisce “persone come Maradona, che però non sanno giocare a pallone” . A corollario di quest’osservazione, Sofri riporta quanto da lui esperito in carcere: “Il primo passo verso l’integrazione razziale – osserva Sofri – avviene, il più delle volte, mediante l’adesione a un’identità calcistica”. “C’è poi chi come Albert Camus è stato un portiere nella sua Algeria. Egli sostiene che tutte le cose della sua vita, i suoi valori e le sue dinamiche, le ha imparate guardando e giocando a calcio. Bisogna credergli?” con queste parole Porrà coglie in contropiede il suo interlocutore. Sofri dapprima si dice sorpreso ed entusiasta del ruolo ricoperto dal nobel in gioventù, dopodiché, riprendendo in mano le redini della manovra, sposta il focus della questione sulle astratte motivazioni che soggiacciono ai legami che hanno fatto sì che un dato Paese scegliesse il suo sport nazionale:

 

“Vede, uno dei discrimini che sono stati più usati è quello tra un Paese in cui lo sport nazionale è il calcio e un altro in cui questo, ad esempio, è rappresentato dal baseball (…) si capisce bene la differenza tra i due, cioè tra il campo simmetrico del calcio – che ricalca quelle che sono le logiche bellicose tradizionali, in cui ci sono due fazioni una di fronte all’altra, un fischio d’inizio, due forti da difendere e così via – e invece una situazione fondata sull’asimmetria come quella del baseball, dove un individuo per volta si misura con l’intero esercito avversario”.

 

Così, seguendo il pensiero di Sofri, gli aspetti apparentemente banali che caratterizzano un dato sport – come, appunto, la forma/partizione del campo – finiscono col divenire i fattori che, in un determinato ambiente, determinano il successo di quella che sarà “la” disciplina . Vi è dunque una stretta correlazione/subordinazione tra il “milieu” sociale e l’indice di popolarità di uno specifico sport. Un rapporto tale che razionalizza di fatto la fortuna del calcio in Brasile, del rugby in nuova Zelanda e così via. Porrà, particolarmente allettato dalla tematica, rilancia: “quando Maradona entra in un bar tutti fanno a gara per offrigli da bere, quando entra Beckenbauer aspettano che sia lui a pagare il giro”. L’accostamento avanzato dall’intervistatore vuol proporre un diverso tipo di assonanza: il calcio maradoniano è di sinistra, quello del kaiser di destra. L’Olanda dei tempi migliori – rifinisce così Sofri – è stata allora una splendida squadra di sinistra”. Sempre restando in ambito ideologico, Porrà interroga Sofri su una di quelle questioni che ciclicamente ritorna ad alimentare il dibattito pubblico: è giusto che un giocatore esultando renda manifesta il proprio credo politico? La risposta, come prevedibile, è genuinamente sofriniana:

 

“Penso che sia assolutamente insopportabile che una persona reprima un proprio libero desiderio per paura delle conseguenze (…). Quando un gesto diventa una specie di ostentazione narcisistica è molto fastidioso. Ma quando è sentito va benissimo. Il problema – continua Sofri – è che quando un giocatore fa una cosa del genere si mette straordinariamente a repentaglio e se sbaglia una partita è molto più facile che lo mandino in una squadra di quarta serie”.

 

Il passo dalla politica alla visione d’insieme è breve. Sofri ruba palla e si esibisce così in un assolo di rara pregnanza, un monologo profondo, la digressione più impegnata dell’intera intervista: “Non si è più in grado di prendersi una pausa, di operare un’interruzione e poi andare a capo, tornare sui propri passi, anche ragionandoci su. Io penso che tutto il mondo abbia bisogno di questo, il calcio, la politica italiana, il protocollo di Kyoto e così via. Bisogna di qualcosa che assomigli a un’amnistia (…). Sarà il condono dei debiti ai paesi poveri, sarà qualunque atto che ciascuno di noi o le collettività organizzate sono capaci di compiere per non continuare dentro un vicolo cieco”. Sulle battute finali del confronto, insistendo sul problema dello smarrimento del naturale approccio dei bambini al mondo sportivo, Sofri richiama alla memoria una storia di guerra esperita durante il periodo passato a Sarajevo: “C’erano continuamente bombardamenti, spari, cecchini, granate.

 

Questo non impediva ad alcuni ragazzini di scappare di casa e di piazzarsi da qualche parte a giocare un po’ con una palla ricavata da chissà che. Una delle cose che io portavo a Sarajevo erano proprio i palloni. Un giorno, durante un bombardamento molto forte, c’erano un gruppo di ragazzini che stavano giocandosi la loro partita di pallone lungo la Miljacka, il fiume che attraversa la città. Andai lì per cercare di convincere questi ragazzini a smettere; c’era però un ragazzino molto più piccolo che, incurante del pericolo, ogni qual volta la palla finiva nel fiume, si buttava in acqua per raccoglierla e restituirla al gruppo di ragazzi più grandi. Mentre lui andava su e giù, gli altri lo rimproveravano perché non si sbrigava abbastanza. Questo ragazzino aveva semplicemente voglia di tirare anche lui un calcio alla palla per ridarla. Ecco, – conclude Sofri – io trovo che che quella fosse una buona rappresentazione di cosa può essere una partitina di pallone rispetto alle partite che gioca la storia del mondo dei grandi”. Arriva il triplice fischio: è pareggio. Nonostante Sofri si autodefinisca “attaccante estremo”, un incontro del genere non poteva che finire con il più democratico dei risultati.