Abbiamo una proposta per riabilitare l'allenatore del Como.
Chiariamolo subito. Qui non si parla di giochisti e risultatisti, di musi corti e di campi larghi, di 700 o 200 passaggi, di 1-0 o 5-3. E non si parla neppure di contatti con Saelemaekers, di litigi con Allegri, di scorrettezze più o meno ridicole compiute a bordo campo.
Qui si cerca anzitutto di capire come mai Francesc Fàbregas Soler, detto Cesc, risulti così divisivo: una parte della popolazione calcistica lo adora, l’altra vorrebbe spedirlo il più lontano possibile dall’Italia.
Allora partiamo con un’affermazione che creerà subito disagio fra i suoi sostenitori: Fàbregas non sta inventando nulla, sta semplicemente riproponendo un modello culturale, prima ancora che tecnico, da lui stesso vissuto quando era giocatore.
Occorre andare indietro nel tempo, alla metà degli anni ’90 per la precisione, quando Arsène Wenger sbarca in Gran Bretagna. In quell’epoca gli inglesi sono ancora fermi al 4-4-2 e al loro amato kick and rush, che consiste nel correre avanti e indietro per 90 minuti come dei forsennati. Alto, elegante, con un naturale portamento snob da docente della Sorbona, Wenger inizia a predicare il suo passing game. E lo fa addirittura all’Arsenal, uno dei club più inglesi che esistano. Un vero e proprio choc concettuale. Il tecnico invoca la pulizia del passaggio, sottolinea l’importanza della trama di gioco, dichiara il suo orrore per la palla buttata a casaccio verso la punta centrale. Riempie la squadra di giovani europei, preferibilmente francesi, più ricettivi e malleabili alle sue idee. Il cambiamento tocca pure altri temi, tipo quello della corretta alimentazione, concetto arduo da spiegare a calciatori che consumano patatine fritte e ketchup come dieta base.
Il giovane Fabregas, centrocampista di buona tecnica e spiccato senso tattico, arriva all’Arsenal nel 2004, quando il processo di evangelizzazione promosso da Wenger è già in corso da una decina di anni, peraltro con ottimi risultati. Ma lo spirito non è cambiato: ogni occasione è buona per affermare una superiorità ideologica nei confronti del mondo intero.
Wenger ieri era un francese in Inghilterra per combattere il corri e tira. Fabregas oggi è uno spagnolo in Italia per combattere i figli del catenaccio. Le analogie sono evidenti.
Se poi aggiungiamo che Cesc, catalano di origine, ha trascorso pure sei anni nel vivaio e tre anni nella prima squadra del Barca, il quadro è chiaro: il nostro eroe si sente investito da una missione di impronta psicanalitica da una parte (ispirata da Wenger) e storica dall’altra (diffondere il verbo della Catalunya, terra autoproclamatasi unica depositaria del calcio moderno).
Ora arrivano le note dolenti. Fàbregas non è antipatico per il suo stile di gioco, per i risultati, per la classifica, per il numero di passaggi o altro. Cesc risulta insopportabile per la continua, e irritante, contrapposizione fra noi e voi. Frasi come “perché si è vinto come piace qui” o “ho tolto un centravanti per far giocare un centrocampista così siete contenti”, pronunciate con ironia mista a disgusto, sono una mancanza di rispetto nei confronti di un paese che, in fondo, lo ospita e lo valorizza.
Mettiamola in un altro modo: sarebbe come andare a casa di qualcuno e passare il tempo a dire “eh, ma che tappeto orrendo”, “eh, ma io questo piatto l’avrei cucinato in altro modo”, “eh, ma che quartiere del cazzo”. Non si fa. Il nazionalismo qui non c’entra nulla. È semplicemente un discorso di sensibilità. E sotto questo profilo, il nostro protagonista ha ancora molto da imparare, se mai ne avrà voglia. La controprova è semplice, basta ribaltare il punto di vista. Chi ha mai sentito Ancelotti, Conte, Mancini, Sarri, Capello, Zola, Trapattoni, Vialli, fino al più recente Maresca, criticare la mentalità locale quando allenavano in Francia, Spagna. Germania o Inghilterra? Questi tecnici potevano avere problemi con il club (Conte al Tottenham o Maresca al Chelsea per esempio), ma si guardavano bene dal dispensare lezioni di vita o di comportamento al sistema di quella nazione.
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Fàbregas ha una pallida attenuante: la pressione e la proliferazione dei media. Come diceva Platini “anche Einstein, intervistato ogni giorno, farebbe la figura del cretino”. Accadeva negli anni ’80, figuriamoci oggi con la moltitudine di canali e di piattaforme. Basta un niente per far alzare il polverone. Ma è una scusa flebile, troppo flebile.
Questa guerra di religione ha inoltre creato una torcida particolare, che scatta come un puma quando il proprio beniamino viene attaccato. Lo schema funziona così. Cesc spara, a fine match o in settimana, l’ennesima invettiva mascherata contro i trogloditi italici. Il catalogo ormai è ampio e spesso presenta toni shakespeariani o apocalittici tipo “preferisco morire piuttosto che rinunciare alle mie idee“. E già siamo sull’orlo del ridicolo, visto che l’argomento è il calcio e non una possibile rivoluzione armata.
Se poi qualcuno magari osserva che il Como ha perso o pareggiato una partita in modo ingenuo (dettaglio non trascurabile quando si parla di uno sport agonistico) allora apriti cielo. In tempo reale, parte sui social la raffica di reazioni indignate dei paladini: “vi meritate Allegri”, “vi meritate Trapattoni”, “vi meritate uno 0-0”, in un crescendo inarrestabile che culmina sempre nel fatidico “vi meritate di restare a casa dai mondiali per la terza volta”.
Esiste una via di uscita a questo dibattito stucchevole? Forse no.
O forse sì: fare una scommessa con Cesc.
Dunque, il Como ha una proprietà internazionale con disponibilità economiche colossali. Il progetto supera largamente l’aspetto sportivo, anche se nessuno ha ancora capito bene l’obiettivo finale: trasformare l’area in una zona residenziale per star internazionali? Diventare una sorta di alternativa radical chic a Montecarlo? Lo scopriremo.
Nel frattempo, la squadra di calcio ha il compito di “fare un gioco bello quanto0 il lago di Como” (parole testuali di Fàbregas). Benissimo. C’è un particolare che balza all’occhio: la rosa del club è composta al 90% da stranieri, i pochi italiani ricoprono ruoli marginali.
Ora parte la scommessa: Cesc, tu hai tutte le possibilità e hai pure ampi margini di manovra. Non solo lavori in una società così ricca, ma ne sei addirittura azionista di minoranza. Allora, prendi il denaro, decidi un budget e crea una rosa solo di italiani, magari tutti under 23. Offri la possibilità a un ragazzo di Como, Barletta, Rovigo o Pistoia di diventare il nuovo Alex Valle o il nuovo Diego Carlos. Siamo un paese con 60 milioni di abitanti, possibile che i tuoi scout, al lavoro 24/7, non abbiano individuato una ventina di giovanotti promettenti? Poi, una volta trovati, istruiscili, formali, plasmali, spezza il pane della tua conoscenza, apri le porte del futuro a questi poveri ragazzi cresciuti in un ambiente retrogrado, proiettali nella modernità, convertili alla bellezza.
E quando qualcuno dei giovani passati sotto la tua mano arriverà in nazionale, potrai dire che l’opera è completata. Sarebbe un affare per tutti. Tu dimostrerai una volta per tutte di aver avuto ragione e di aver elevato il calcio italiano. Noi ci ritroveremo finalmente qualche talento per ben figurare ai mondiali. Questo si chiama restituire al territorio. Un fine nobile, alto, assoluto. Proprio come piace ai catalani.
Che dici, Cesc? Accetti la sfida?
Andrea Staccioli / Insidefoto