È il 1936, Berlino – la capitale del terzo Reich – è vestita a festa per ospitare le olimpiadi e mettere in mostra la perfetta organizzazione tedesca. Il mondo nel frattempo sta iniziando a conoscere Hitler e le sue idee. Nessuno però può aspettarsi ciò che succederà qualche anno più tardi. Nella mente del dittatore tedesco l’organizzazione di quelle Olimpiadi è una sorta di preparazione al progetto più ampio di conquista del mondo che ha in mente. Saranno i giochi del più bel villaggio olimpico di sempre, ancora oggi intatto e dal quale si sarebbe presa l’idea per costruire il centro di Coverciano.

 

I giochi di quello che deve essere considerato l’atleta più completo mai apparso sulla terra, Jesse Owens. In quello che doveva essere l’evento che avrebbe sottolineato la supremazia della razza ariana, lui, un nero, decide di vincere quattro medaglie d’oro e mettere in estrema difficoltà il dittatore. Sono i primi giochi visibili in televisione, anche se solo per una piccola parte di pubblico. Un anno che rappresenta un punto di svolta; da quell’estate in poi tutto sarebbe stato diverso. Che si tratti di sport, storia o cinema.

 

“Ai cinquanta metri è già in testa. Solo Metcalfe regge ancora per qualche metro, ma Jesse, semplicemente, non è battibile, succhia l’aria fuori dallo stadio, tiene in ostaggio centomila respiri e duecentomila occhi. L’ovazione diventa un boato e lui se la gode tutta”.

 

L’opera scritta a quattro mani da Federico Buffa e Paolo Frusca viaggia su due binari a velocità completamente differenti. Da una parte c’è il responsabile del comitato organizzatore Wolfgang Furstner, la cui quotidianità di quei giorni storici è caratterizzata dall’angoscia e dalla paura. Timore che l’ex combattente della Prima Guerra Mondiale prova per il fatto di essere in parte ebreo, e non poter mostrare un certificato che dimostri la sua totale appartenenza alla razza ariana.

 

Particolarità che nel frattempo è stata pubblicata da un importante quotidiano tedesco e lo ha definitivamente messo in cattiva luce. D’altra parte invece il personaggio inventato ad hoc è quello del cronista sportivo Dale Fitzgerald Warren, che scrive per l’Herald Tribune, il quale si ritrova sulla nave che trasporta gli atleti americani in Europa. Una Olimpiade, la sua, decisamente più tranquilla. Il suo unico problema è quello di cercare di descrivere al meglio le gesta degli atleti all’Olympiastadion.

 

Jesse Owens e Carl Lutz Long

Le storie dei due protagonisti vengono raccontate con due stili di scrittura differenti. Le frasi brevissime, la sensazione di fretta e paura, accompagnate da un importante utilizzo della punteggiatura, per riportare la difficile quotidianità di Furstner. Le giornate dell’inviato Warren vengono invece rappresentate con una narrazione più sciolta e tranquilla. Le loro vicende si intrecciano, si sfiorano, ma non si toccano mai. Il libro ci descrive l’atmosfera che si respirava in quei giorni a Berlino. Mentre da una parte il partito Nazionalsocialista cerca di non commettere neanche il minimo errore, al monumentale stadio di Berlino vanno in scena delle performance storiche.

 

Su tutte Jesse Owens, l’uomo più atteso. In grado di piazzarsi sul gradino più alto del podio nelle quattro discipline in cui gareggia. Occorre aprire una parentesi quando si parla di lui, e non per ciò che fu in grado di mettere in mostra, ma per il meraviglioso esempio di amicizia e umanità che lo vide protagonista con l’atleta tedesco Carl Lutz Long, il quale lo aiutò a non sbagliare l’ultimo salto disponibile per qualificarsi alla finale del salto in lungo. Quello che ai fini sportivi potrebbe essere considerato un autogol da parte dell’atleta tedesco, è il motivo che permette ai due di legare e mantenere un ottimo rapporto anche dopo la conclusione dell’evento.

 

“Se un giorno incontrerai il mio bambino, raccontagli di come possono andare le cose tra esseri umani sulla Terra…” Carl Lutz Long a Jesse Owens.

 

Quei giochi videro altri meravigliosi atleti, come l’incredibile storia del coreano Son Kitei, all’epoca conosciuto come Son-Kee-chung. Un cambio di nome necessario, perché costretto a gareggiare per la bandiera del Giappone. Un uomo in grado di vincere la maratona senza battere ciglio e non esultare una volta salito sul podio.

 

Troppo pesante la vergogna di rappresentare una bandiera che non è la tua. Anche l’Italia si renderà protagonista con la vittoria da parte della Nazionale di calcio dell’oro olimpico, guidata dal commissario tecnico più vincente della storia: Vittorio Pozzo. L’uomo dei due mondiali e dell’Olimpiade. Un altro oro storico arriva negli 80 metri ad ostacoli femminile, dove a trionfare è Ondina Valla. Prima donna italiana a conquistare una medaglia d’oro ai giochi olimpici.

 

Buffa racconta in breve la storia di Trebisonda/Ondina Valla

 

Un libro che mette in risalto innanzitutto lo stile, la bellezza della lingua italiana, in un momento triste come questo nel quale il giornalismo sembra abbassarsi al livello culturale che arriva dal web, pur di incassare qualche moneta. Un’opera capace di narrare un momento storico decisivo del Novecento, nel quale si intrecciano sport, politica e religione. E infine un personaggio, quello di Furstner, che rappresenta un tormento e un dramma profondamente umano (finirà con il togliersi la vita, tre giorni dopo la conclusione dell’Olimpiade).

 

L’ennesima dimostrazione di quanto forte sia il legame tra sport e contesto sociale. Dal romanzo è nato infine un meraviglioso spettacolo teatrale, e il protagonista non poteva che essere il solito, e impeccabile, Federico Buffa.