Il 29 giugno di 50 anni fa moriva nella sua Sequals Primo Carnera, colui che fu definito “l’uomo più forte del mondo”.

Primo vi era nato il 25 ottobre del 1906, figlio di Giovanna Mazzon e Isidoro Sante Carnera, operaio mosaicista, e già l’infanzia fu contrassegnata da misure fisiche straordinarie, anche conseguenza di una disfunzione all’ipofisi che evidenziava i tratti tipici dell’acromegalia, con ingrossamento del cranio e delle estremità del corpo. A nove anni Primo era già alto 1,50; a sedici, 1,90; giunto alla maggiore età, raggiunse i 2,06 d’altezza per 126 chilogrammi di peso, cinquanta centimetri di circonferenza del collo e scarpe numero cinquantadue. In tutta la zona pedemontana che circondava Sequals si diffusero voci e leggende su questo miracolo della natura, sulla sua incredibile forza unita ad una sorprendente bontà d’animo. E sì, perché Primo, buono, lo era davvero, di quella bontà del cuore tipica delle persone semplici e genuine, sempre pronte ad aiutare il prossimo con improvvisi slanci di generosità.

Dopo aver frequentato in quarta elementare Primo, che conosceva poche parole di italiano e si esprimeva solo in dialetto friulano, divenne garzone da un falegname e nei momenti liberi si industriava in tanti altri lavoretti per i quali riceveva in cambio generose razioni di latte e polenta, necessarie per placare la sua inestinguibile fame. Gli anni dell’adolescenza furono segnati dall’estrema povertà e riuscì a possedere un paio di scarpe solo dopo averle sfilate a un soldato austriaco trovato morto. Finita la guerra emigrò in Francia. E’ il 29 giugno 1920: una data, quella del 29 giugno, che scandì il tempo della sua vita. Carnera si aggregò alla comunità italiana di Le Mans, dove abitavano dei parenti. Aveva dovuto lasciare il paesino, gli amici e, soprattutto, l’amatissima mamma, alla quale era legato da amore profondo.

Un gigante buono

Un gigante buono

Oltralpe lavorò come muratore, ma la sua mole non passava inosservata e venne notato da Adolphe Ledudal, proprietario di una baracca di spettacoli ambulanti. Ledudal lo convinse ad unirsi alla sua fiera in cambio di vitto ed alloggio. Primo accettò. Qualsiasi cosa, pur di smettere di spaccare pietre dall’alba al tramonto. Nel luna-park Carnera si esibiva come uomo forzuto, colui che sfidava chi fra il pubblico era disposto a mettere a repentaglio l’incolumità fisica per duecento franchi. Con la fiera di Ledudal girò le città con il soprannome di Jean “Le Terrible”, e in quelle lunghe trasferte la sua unica compagnia era Fauquette, un bastardino con cui Primo passava tutto il tempo a disposizione.

In una di queste esibizioni Carnera fu notato da Paul Jounée, “Le grand Paul”, un modesto mestierante del ring, che lo convinse ad abbandonare gli spettacoli da fiera. Jounèe segnalò l’italiano a Leon See, un ex pugile diventato manager. Il furbo See, intravedendo nel gigante italiano una potenziale fonte di investimento, decise di farne un pugile professionista, dando l’abbrivio alla folgorante carriera pugilistica di Carnera.

Le estenuanti sedute in palestra con See scolpirono il suo portentoso ma grezzo fisico, che ne uscì plasmato dopo i pesanti allenamenti in cui imparò i rudimenti della boxe.

Arrivarono i primi incontri di una certa difficoltà con Franz Diener, Marcel Nilles e Jack Stanley, tutti battuti senza eccessivo sforzo.

A Londra divenne una vedette dell’Alhambra, il famoso music hall. Con un compenso di mille sterline Carnera esibì se stesso per due settimane e si invaghì di Emilia, una cameriera di Soho per la quale perse letteralmente la testa, e che riuscirà a spillare all’ingenuo friulano 4000 sterline, inventandosi una promessa di matrimonio non mantenuta.

Poi, finalmente, arrivò il momento di tentare l’avventura oltreoceano. Carnera sbarcò a New York l’ultimo giorno dell’anno del 1929. Erano passati esattamente due mesi dal rovinoso crollo della borsa di Wall Street che aveva mandato sul lastrico innumerevoli famiglie e creato milioni di disoccupati.

Sul suolo americano Leon See fece combutta con Bill “Broadway” Duffy, losco gestore di locali notturni, e Walter Friedman. Appartenevano entrambi al “Sindacato”, l’organizzazione criminale controllata dalla mafia ebraica e da “Cosa Nostra” di Lucky Luciano. Tutte le scommesse sportive passavano dalle loro mani. See, Duffy e Friedman “accomodarono” i primi incontri di Carnera, facilitandone l’ascesa. Tutto avvenne sempre all’insaputa del pugile friulano, che, nella sua ingenuità, quasi infantile, si credeva invincibile.

Arrivarono gli incontri con George Godfrey, Paolo Uzcudum e Jim Maloney, prima del match maledetto contro Ernie Shaaf.

Il 10 febbraio 1933, nella sua corsa al titolo di sfidante del campionato del mondo dei pesi massimi, Carnera affrontò nella semifinale Ernie Shaaf, sconfiggendolo per ko alla tredicesima ripresa. Pochi mesi prima, Shaaf aveva subito danni irreversibili al cervello dopo un selvaggio match con Max Baer, e non avrebbe dovuto avere l’autorizzazione a salire nuovamente sul ring. Dopo il ko inflittogli da Carnera, Shaaf riprese conoscenza per pochi minuti in ospedale, per poi addormentarsi per sempre. Le immagini dell’epoca documentarono la disperazione del pugile italiano che, dopo aver inferto il colpo del ko all’avversario, cercò di prestare i primi soccorsi al pugile tedesco nella paura di avergli procurato gravi lesioni. Ai funerali, Carnera inviò una corona alta 1.80 composta da rose, violette e orchidee, accompagnata da un commovente biglietto. Il pugile friulano pensò di non salire mai più su un quadrato. Fu confortato a lungo dagli amici, ma, decisivo, fu un telegramma ricevuto da Lucy, la madre di Shaaf, che lo incitava a proseguire la carriera comunicandogli simpatia e qualsiasi mancanza di rancore.

Poi, finalmente, sempre il 29 giugno, ma del 1933, arrivò la sua grande occasione, e il pugile friulano non se la lasciò sfuggire. Primo Carnera affrontò il detentore del titolo Jack Sharkey, il terribile pugile di origini lituane chiamato “il killer di Boston”, lo sconfisse per ko alla sesta ripresa, e si laureò campione del mondo dei pesi massimi, primo italiano nella storia del pugilato. Nell’immaginario collettivo di una nazione, Carnera diventò “l’uomo più forte del mondo”, l’idolo delle folle. Il fascismo si appropriò dell’eroe, approfittò dell’ingenuità e della bontà d’animo del campione, lo strumentalizzò e lo elesse a simbolo della sua propaganda. Il 22 ottobre di quello stesso anno venne organizzata una giornata-evento a Roma, nella quale Carnera difese il fresco titolo contro la vecchia conoscenza Uzcudum. Nello scenario di Piazza di Siena, stipata da più di sessantamila persone entusiaste, quella che andò in scena fu una celebrazione del fascismo, che esaltò il suo eroe mostrando i muscoli a tutto il mondo. Sul palco d’onore, Mussolini assistette alla vittoria del gigante friulano sullo spagnolo al termine di quindici combattute riprese.

Sharkey è al tappeto: Carnera diventa l'uomo più forte del mondo

Sharkey è al tappeto: Carnera diventa l’uomo più forte del mondo

Dopo il bagno di folla di piazza di Siena, ancora il ring. E, ancora una volta, il Madison di New York.

Quella volta, il coraggio non bastò contro il provocatore Max Baer. Carnera fu atterrato per dieci volte, e per dieci volte si rialzò. L’undicesimo atterramento, però, gli risultò fatale. Era il 14 giugno 1934. Poi, combattè a Buenos Aires, dove sconfisse l’idolo locale Vittorio Campolo. Ma ormai la sua carriera volgeva al declino e la sconfitta con l’astro nascente Joe Louis, il 25 giugno 1935, decretò, di fatto, la fine della sua avventura pugilistica.

Poi arrivò Hollywood – Carnera interpretò diciassette film, da “Mr Broadway” del 1931, a “Ercole e la regina di Lidia”, del 1959. – il ritorno in Italia, la guerra, e la paura, quella vera, però. Non sul ring, ma davanti a un albero, in una fredda mattina del 1944, quando a cause dell’amicizia con Mussolini fu riconosciuto colpevole davanti a un tribunale improvvisato e condotto davanti a un albero per essere fucilato. Fu salvato all’ultimo minuto dal capo dei partigiani, convinto dalla moglie del campione.

Poi, ancora l’America. E quella lotta, il catch, che gli risultò così congeniale e gli ricordò i tempi di Ledudal e del luna park.

Carnera ebbe un’autentica rinascita nel catch, la lotta libera americana. Anche grazie all’avveduto aiuto della moglie che gli fece da manager, riuscì a guadagnare quel denaro che i furbi manager che l’avevano circondato ai tempi della boxe gli avevano quasi del tutto sottratto. Con il denaro guadagnato dal 1946 al 1960 con il catch riuscì a realizzare il suo sogno: permettere ai figli Umberto e Maria Giovanna di studiare negli Stati Uniti. Riuscì anche ad aprire un ristorante, a Glandale, in California. Ma, soprattutto, diede dimostrazione della propria generosità con numerose donazioni per le opere di assistenza in Italia. Anche il catch lo acclamò campione del mondo, il 18 febbraio 1957, a Melbourne, dove sconfisse l’idolo locale che si faceva chiamare “King Kong”.

Arrivarono poi le pubblicità e le comparsate televisive: famosa una sua partecipazione al programma condotto da Mario Riva, Il Musichiere, nell’insolita veste di cantante.

Infine la malattia. Una cirrosi epatica implacabile. E la decisione di tornare in Italia, per morire nella sua Sequals. C’era un caldo afoso, quel giovedì 29 giugno 1967.

Alle 10,47 il suono delle campane annunciò la morte di Primo Carnera, e un intero Paese pianse la scomparsa del suo Gigante buono.