Il Venezuela geosportivo, tra baseball e narcotraffico.
Chissà se tra le poche soddisfazioni del presidente venezuelano deposto Nicolás Maduro, attualmente ancora detenuto negli Stati Uniti, vi sia la strabiliante prestazione della nazionale di baseball della sua terra natia nel World Baseball Classics. Il 18 marzo scorso, i venezuelani hanno infatti sconfitto i favoritissimi Stati Uniti per 3-2. Sul proprio cammino hanno fatto fuori uno dopo l’altro i campioni in carica del Giappone e in seguito anche la miracolosa compagine italiana.
Secondo diverse testate, lo stesso caudillo della Repubblica Bolivariana avrebbe avuto la possibilità in età giovanile di firmare un contratto da giocatore di baseball professionista nella Major League Baseball statunitense. Per i venezuelani, divenuti a partire dalla rivoluzione chavista tra i più intransigenti oppositori di Washington nel “cortile di casa” del suo impero, il baseball rappresenta il più intrigante paradosso.
Condiviso addirittura con altri fieri oppositori dei gringos, ovvero nicaraguensi e cubani, a loro volta rapiti dal “più americano” degli sport.
Al punto che a Caracas è stato completato nel 2023 un gigantesco stadio da baseball, intitolato al libertador Simón Bolívar (in luogo dell’iniziale proposta di intitolarlo a Hugo Chávez) da ben quarantamila posti. Impoverito al pari degli altri settori dell’economia e della società del paese caraibico, il baseball è tra gli sport che ha più risentito delle sanzioni statunitensi, nonché dell’inarrestabile crisi scandita anche dalla endemica mala gestione delle imprese nazionali da parte degli apparati bolivariani.
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