Mese dopo mese, le cronache dei quotidiani sportivi e non si riempiono di fenomeni sempre più reiterati di sovrapposizione tra calcio e politica. Dalle prese di posizione di grandi esponenti del mondo del pallone su eventi di attualità ai casi in cui sono gli stessi campi da calcio a tramutarsi in terreni di scontro, si sta conoscendo un’escalation delle interconnessioni di questo tipo. In un contesto più ampio che vede il calcio riverberare diverse dinamiche del mondo globalizzato.

 

Nel mese di ottobre 2019 abbiamo avuto occasione di osservare, in parallelo, due filoni narrativi in questo ambito. Da un lato, l’ostentato militarismo della nazionale di calcio turca, con le esultanze col saluto militare dopo i gol realizzati nelle qualificazioni agli Europei del 2020 che manifestavano il sostegno all’azione siriana del presidente Recep Tayyip Erdogan. Dall’altro, la nuova “discesa in campo” di Pep Guardiola e, assieme a lui, del Barcellona contro le condanne inflitte ai leader catalani che nel 2017 hanno guidato il maldestro tentativo di secessione dalla Spagna.

 

Condanne fonte di proteste e che hanno avuto una conseguenza sportiva nel rinvio del Clasico tra il Barça e il Real Madrid, inizialmente previsto per il 26 ottobre, che il sempre preciso corrispondente spagnolo della Gazzetta dello Sport Filippo Maria Ricci ha sottolineato aver avuto un unico precedente nell’aprile 1968, quando lo spostamento fu dettato dalla tragica morte del terzino blaugrana Julio Cesar Benitez.

 

Catalonia is not Spain: un grande classico sugli spalti del Camp Nou

 

L’offensiva turca e la protesta catalana hanno inondato e travalicato il mondo del calcio europeo. In entrambi i casi esistono fondati motivi per stigmatizzare queste manifestazioni. I calciatori turchi, allineandosi a Erdogan, hanno mostrato la regressione della cultura sportiva nel Paese, il loro saluto è parsa la doverosa marchetta da pagare per proseguire la carriera con la nazionale della mezzaluna, per non essere sospettati di simpatie per il nemico del presidente Hakan Sukur, forse anche solo per conquistare un ignavo quieto vivere.

 

Per quanto riguarda le proteste catalane, invece, Guardiola e il Barcellona hanno perseverato nell’atteggiamento di continuazione della politica con altri mezzi nel campo sportivo e nella guerra di logoramento che da decenni conducono contro la Spagna. In riferimento al Barça Contrasti ha scritto che “un club calcistico che sponsorizzi la sedizione all’interno di una nazione sovrana – la Catalogna è Spagna – dovrebbe essere multato dalla Uefa e/o escluso dalle competizioni internazionali. Immaginate se questa cosa fosse accaduta a Belgrado da parte della Stella Rossa o al PAOK di Salonicco, quante polemiche. Ma lo fa la squadra che portò la scritta Unicef, tutti zitti”.

 

Il primo ministro Erdogan in campo con la maglia della squadra filogovernativa dell’Istanbul Başakşehir durante una partita di esibizione

 

Le tensioni di un fenomeno di massa globale

 

Si può avere un’opinione critica di questa crescente sovrapposizione tra calcio e politica, ed è legittimo in certi casi mostrare le esagerazioni di tale fenomeno, ma non bisogna certamente stupirsi di certe manifestazioni. Il calcio non è solo, per dirla con Pier Paolo Pasolini, “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, ma anche uno straordinario caso di fenomeno di massa globale, un tagliente continuum culturale che diventa linguaggio comune e mezzo d’espressione condiviso.

 

Ciò che accade in campo in una partita di livello internazionale si riverbera inevitabilmente in maniera pressoché immediata, favorito dall’effetto moltiplicatore di televisioni e social network. Logico che anche le tensioni della politica trovino nei campi da calcio un’inevitabile destinazione. Destinazione ancora più privilegiata se si pensa alla natura diretta del calcio come manifestazione, alla sua capacità di risultare fenomeno in grado di scaldare facilmente emozioni, tensioni, passioni. Non è una novità, anzi. Il calcio dell’era della globalizzazione amplifica fenomeni che in larga misura avevamo conosciuto nella seconda metà del Novecento.

 

Li aveva portati alla ribalta, tra gli altri, uno dei maggiori cronisti del XX secolo, il polacco Ryszard Kapuscinski, con il suo magistrale La prima guerra del football e altre guerre di poveri (1978), che prende il titolo dalla “guerra del calcio” scoppiata tra El Salvador e Honduras nel 1969 sulla scia degli eventi tumultuosi seguiti a un’accesa partita di qualificazione ai Mondiali 1970. Anni prima, nel 1956, era stata la squadra ungherese della Honved colonna portante dell’Aranycsapat, la “squadra d’oro” vicecampione del mondo nel 1954, a colorarsi di un preciso messaggio politico inaugurando un tour mondiale per solidarizzare a favore dei connazionali che vedevano la rivolta di Budapest soffocata nel sangue dall’Armata Rossa.

 

Lo sguardo di Ryszard Kapuscinski

 

Decenni dopo, nel 1990, in Jugoslavia i durissimi scontri tra tifoserie andati in scena al Maksimir di Zagabria durante e dopo la partita tra la Dinamo e la Stella Rossa di Belgrado, con evocazioni di violenti slogan nazionalisti da una parte e dall’altra, furono la prima avvisaglia delle tensioni che avrebbero di lì a poco trascinato il Paese nel caos. Nel 1998, ai Mondiali di Francia, ebbe enorme importanza simbolica la vittoria dell’Iran contro gli Stati Uniti, già allora intenti a contrastare politicamente gli ayatollah di Teheran, festeggiata a uso propagandistico sul fronte interno dal governo ma al tempo stesso genuinamente acclamata come momento storico di dignità per il Paese da centinaia di migliaia di persone scese in piazza per festeggiare.

 

Tra cui, è bene ricordarlo, migliaia di donne, da poco ammesse dalla Repubblica Islamica negli stadi dopo un lungo braccio di ferro politico. La politica chiama il calcio, il calcio chiama la politica. Non sono solo ventidue uomini che corrono dietro a un pallone, il linguaggio comune del calcio permette espressioni uniche nel suo genere. Il mondo multimilionario che lo circonda è oggetto, e talvolta soggetto, delle perturbazioni della globalizzazione.

 

 

Stati Uniti e Iran, sfida tra due mondi

 

La geopolitica del calcio

 

Il calcio si è globalizzato nelle espressioni, nel giro d’affari, nella crescita degli interessi politici. I milioni dei fondi, privati e sovrani, emiratini, qatariani, singaporiani e cinesi investiti nell’acquisto di società di calcio europee sono stati veicolo di altrettante penetrazioni di matrice finanziaria. Gli emiri hanno conquistato il calcio francese attraverso il Paris Saint Germain mentre tra il Qatar e la Francia avveniva una triangolazione continua mediato dal clan al Thani, dal presidente Nicolas Sarkozy e da Le Roi Michel Platini, tra il 2011 e il 2012 dominus dell’Uefa e papabile presidente della Fifa.

 

Il Qatar investe in società, gruppi finanziari, real estate, probabilmente paga tangenti, ottiene i Mondiali 2022 col decisivo assist francese, concorda con Parigi la scellerata iniziativa bellica contro la Libia di Muhammar Gheddafi che avrebbe dovuto spianare la strada all’egida dei Fratelli Musulmani protetti da Doha. E si presenta mediaticamente col PSG.

 

Discorso simile per la Cina a Milano. Il grande capitale sinico si muove solo per operazioni strategiche, quale l’acquisto di Pirelli da parte di ChemChina, che proietta il Dragone nel cuore dell’economia del capoluogo meneghino (2015). L’approdo di Suning alla guida dell’Inter rafforza la sinergia, che istituzioni come il Comune e le università incentivano con partnership, operazioni congiunte, progetti comuni. Non va altrettanto bene all’enigmatica operazione “cinese” del Milan, dietro cui si staglia però la finanza a stelle e strisce del fondo Elliott, che usa il calcio come sponda per le sue attività italiane concentrate principalmente in Tim.

 

Il saluto del Qatar, in attesa del mondiale 2022

 

Il calcio ha una sua geoeconomia, ma anche una sua geopolitica. Essa segue vie in alcuni casi convergenti a quelle entro cui si canalizzano le tensioni sociali e umane che arrivano fino ai campi da gioco, riuscendo addirittura in certi casi ad anticiparle. La Jugoslavia fu condannata a morte calcisticamente dalla Uefa nel 1992 attraverso l’esclusione dai campionati europei; la Fifa avallò l’ascesa del dittatore Augusto Pinochet in Cile nel 1973 condannando l’Unione Sovietica per il suo rifiuto di giocare una partita di qualificazione ai mondiali in uno degli stadi teatro delle repressioni seguite al golpe contro Allende.

 

La Fifa riconosce 211 federazioni, 23 membri in più dell’Onu, ma come l’Uefa vieta incontri politicamente sensibili e difficilmente attuabili, specie in Europa (Serbia-Kosovo, Turchia-Armenia, ma anche Spagna-Gibilterra); riconosce Israele e Kazakistan come Paesi calcisticamente “europei”, l’Australia come Paese asiatico, premia i principi tecnici a scapito di quelli geografici consentendo alle deboli Guyana e Suriname di evitare il confronto con il Sud America e di gareggiare coi Paesi del Nord e del Centro. La Fifa rovescia la dottrina Monroe spronando Stati Uniti e Messico a conformarsi alle dinamiche calcistiche, più avanzate del Cono Sud, attraverso le partecipazioni ad invito ai suoi tornei.

 

Il duello tra le due Coree in uno stadio spettrale, per volontà del caro leader Kim Jong-un

 

Al tempo stesso, nel contesto della Fifa Germania Est e Ovest hanno avuto relazioni “diplomatiche” mai concretamente costruite (storico l’incontro ai Mondiali del 1974) e, recentemente, anche Corea del Nord e Corea del Sud hanno potuto affrontarsi in una sfida ufficiale. Non deve stupire che il fiume carsico della politica arrivi fino ai campi, gli appelli di Guardiola, i saluti militari dei turchi, l’attivismo finanziario degli emiri nel calcio rispondono allo stesso principio unificante: attraverso il calcio si esprimono forze eterogenee che in esse trovano un terreno livellato in cui manifestarsi e un concentrato impareggiabile, nella cultura di massa, di attenzione mediatica, coinvolgimento emotivo e disintermediazione nella comunicazione.

 

La globalizzazione ha accelerato un processo di convergenza già in atto: il coinvolgimento della politica nel calcio e del calcio nella politica è un fenomeno ineludibile. E che per questo va necessariamente governato, sia delle autorità settoriali che da quelle pubbliche. Per evitare che il gioco più bello del mondo diventi campo di battaglia di una strumentalizzazione snervante e lacerante.