In Irlanda non vogliono giocare contro Israele.
Stop the Game. Questo il messaggio, conciso e più che mai eloquente, della lettera aperta promossa da diverse personalità di spicco irlandesi e rivolta alla FAI, la federazione calcistica irlandese. Il riferimento è alla sfida contro Israele in Nations League, prevista a Dublino per il prossimo 4 ottobre.
Fin dall’annuncio ufficiale, dalle parti della Repubblica d’Irlanda si è sollevata una campagna ostile allo svolgimento della partita, culminata con la sopracitata lettera, condivisa, tra gli altri, dall’ex allenatore della nazionale Brian Kerr, il capitano degli Shamrock Rovers Roberto Lopes (prossimo a partecipare ai Mondiali con Capo Verde), l’ex calciatrice Louise Quinn ma anche musicisti come Christy Moore, Paul Weller, i Fontaines DC ed i Kneecap.
“I tifosi irlandesi sono giustamente conosciuti come i migliori tifosi del mondo – recita l’appello – ma con questo riconoscimento arriva anche una responsabilità verso il popolo irlandese. Vi chiediamo di rifiutarvi di partecipare alle due partite della UEFA Nations League previste contro Israele”.
E ancora: «Vi chiediamo di assicurarvi che la nazionale irlandese non venga usata per mascherare violazioni delle regole UEFA, apartheid e crimini di guerra. [..] Così come la storia celebra giustamente i lavoratori dei Dunnes Stores durante l’apartheid in Sudafrica, anche la FAI sarà celebrata dalle future generazioni di irlandesi per aver fatto la cosa giusta quando altri non l’hanno fatta».
La lettera ricalca il sentimento maggioritario traversale che ribolle nel tessuto sociale irlandese, da sempre in forti tensioni con il sionismo israeliano, e che trova nello sport uno dei suoi palcoscenici. Anche grazie alle indubbie similitudini storiche di colonialismo ed occupazione, la causa palestinese trova in Irlanda una vera e propria roccaforte, un’exclave di solidarietà che, tra le altre cose, ha portato l’EIRE ad essere il primo stato a riconoscere l’OLP nel 1980 o a denunciare, nel maggio 2021, l’annessione de facto dei territori del West Bank da parte di Israele.
Questo incrollabile sostegno alla Palestina si era già manifestato anche nel calcio quando, l’anno scorso, il 93% dei membri della FAI votò in favore della sospensione di Israele dalla UEFA, poi rigettata. Allo stesso modo, un sondaggio tra i tifosi ha rilevato che, nel caso la partita di Dublino si giocasse, il 75% non presenzierebbe alla partita. Secondo un altro sondaggio del sindacato dei calciatori, il 66% ha dichiarato che Dublino dovrebbe rifiutarsi di ospitare la partita, con il 79% che ha specificato il motivo: moral reasons (ragioni morali).
Se da un lato la posizione della FAI è stata fin da subito chiara (“Non abbiamo scelta se non quella di giocare”, ha dichiarato a Febbraio il CEO David Courell, supportato dal governo di centrodestra), la pressione generatasi dall’opinione pubblica sta aumentando, e l’ipotesi di boicottaggio non è da escludere. Per il momento, la UEFA non ha ancora minacciato sanzioni, anche se il gran rifiuto porterebbe ad una probabile retrocessione in League C, danneggiando il ranking FIFA. Dublino è anche una delle città ospitanti ad Euro 2028: mettersi contro la UEFA potrebbe comportare il rischio di revoca delle partite.
«Un sacco di gente guarda la situazione e pensa: “Beh, sarebbe davvero un prezzo così alto?” – riflette il giornalista Gavin Cooney – Non sarebbe certo positivo essere retrocessi in Nations League, ma non sarebbe nemmeno una catastrofe». Anche Rebecca O’Keefe, ex cestista ed attivista, concorda sull’irrilevanza delle possibili conseguenze:
“A volte c’è qualcosa di più grande di tutto questo. Qual è la tua linea rossa, se non il genocidio?”
Il rifiuto di giocare verrebbe a creare un precedente storico, magnificato dal peso sociale che il calcio ancora possiede in Europa, per l’isolamento sportivo di Israele. Ed anche se l’appello non dovesse avere esito, la sua sola diffusione sta accendendo il dibattito pubblico – in Irlanda e non solo – sulla questione. Una questione che denuda l’animo più profondo di una nazione piccola ma orgogliosa, che non è disposta a stringere la mano a chi l’ha sporca di sangue. Anche, e soprattutto, nel calcio.
Foto Antonietta Baldassarre / Insidefoto