Critica
28 Luglio 2026

Siamo alle comiche iniziali

Ma almeno ci siamo tolti Maldini e Leonardo (e Pirlo).

E insomma ci siamo. Maldini e Leonardo, direttore tecnico e ‘advisor’ della Nazionale, si sono dimessi. Sedici giorni sono serviti affinché naufragassero quel progetto tecnico e quella “condivisione” da cui il calcio italiano doveva ripartire dopo tre eliminazioni mondiali consecutive. Sarebbe fin troppo facile ora sparare sulla croce rossa, o meglio azzurra, ma cerchiamo di essere ottimisti: meglio 16 giorni di 16 mesi. Meglio stroncare sul nascere un progetto non condiviso – e potenzialmente esiziale, come quello di Pirlo ct – piuttosto che perseverare in una scelta tanto azzardata quanto divisiva.

Bene allora che Maldini e Leonardo, testardamente convinti del profilo selezionato, Andrea Pirlo, contro il parere del presidente FIGC, della Lega Serie A, della politica, degli sponsor, dei media, dell’opinione pubblica, si siano dimessi per rivendicare la loro autonomia – su questo ci torneremo, e più in generale sul come sia stato possibile che siamo giunti a questo punto. Ma prima di arrivare alle conclusioni, cerchiamo di ripercorrere velocemente i fatti degli ultimi giorni.

Possiamo qui scrivere quello che tutti sanno o, se dotati di una certa sensibilità critica, hanno capito: la storia dello sponsor russo nel caso Pirlo è solo un escamotage, una disperata via di fuga che Malagò – mai convinto (per usare un eufemismo) dell’operazione – ha utilizzato per svincolarsi e far saltare la nomina del nuovo ct. Anche perché nel caso contrario, pure peggio, dovremmo dedurre che i vertici federali italiani non approfondiscano neppure le collaborazioni in essere del futuro tecnico e le eventuali criticità.



Poi certo, le valutazioni (geo)politiche possono aver fatto traboccare il vaso, considerato il posizionamento fin troppo chiaro dell’Italia negli ultimi quattro anni (spesso sfociato nell’isteria anti russa). Tuttavia il caso Fonbet, gigante del betting russo di cui Pirlo è global ambassador – un ruolo legato all’attuale incarico con il United Fc, assicurano i legali dell’allenatore, cosa di cui la FIGC si diceva meno convinta –, un caso gonfiato mediaticamente e politicamente, è stato usato come l’arma finale in grado di ribaltare la partita, l’appiglio ultimo a cui ci si è aggrappati per revocare una scelta contro cui l’Italia del calcio (e non solo) aveva già alzato le barricate.

Malagò d’altronde, uomo di circoli, di rapporti, soprattutto di consenso, non voleva e non poteva permettersi una simile nomina.

Filtra che addirittura non ci dormisse la notte, all’idea di ufficializzarlo come ct dell’Italia – in fondo tutto si può dire al presidente FIGC tranne che non sia capace di scelte importanti, ed essere esautorato dai suoi stessi dirigenti, dovendo vendere un nome non vendibile e in cui lui stesso non credeva, sarebbe stato decisamente troppo. E così, complice la salvifica pressione di politica, media, componenti interne, opinione pubblica, sponsor (pensate per chi associa il proprio brand alla nazionale passare dall’esaltazione Guardiola alla depressione Pirlo), l’alibi russo è stato utilizzato per un dietrofront disperato.

Fin qui, tutto chiaro, ma un dubbio ci tormenta – e anche ascoltando indiscrezioni e contattando persone inserite nell’ambiente, non viene fugato: come è possibile che un uomo di comprovata esperienza come Malagò, tra l’altro ex presidente Coni abituato alle due diligence sulle sponsorizzazioni degli atleti, inaugurando per di più un nuovo ciclo in un momento così delicato per il calcio italiano, non si fosse accordato con la parte di direzione tecnica (Maldini e l’advisor Leonardo) sul nome dell’allenatore e abbia invece dovuto incorrere in questa colossale figuraccia per poi tornare indietro?

Direte voi, c’erano dei piani A presto naufragati (Guardiola, Ancelotti, se lo è mai stato) ma posto che sono sempre stati utopici, o comunque assai complessi, il piano B è stato, fin dall’inizio, Pirlo. Un allenatore “giovane” dalle idee innovative, questa la logica, con cui impostare un progetto di 4-6-8 anni, che fosse in sintonia con la federazione: un profilo che quindi ad esempio escludeva Conte, giudicato poco ‘controllabile’ o comunque complesso per gli aspetti sinergici, e inadatto a un progetto tecnico e umano di lungo termine.

L’epilogo, via storia Instagram

Tutto ciò fa a dir poco dubitare delle abilità da dirigente di Maldini, che forse abbiamo un po’ tutti sopravvalutato, e di quelle dell’advisor Leonardo. Non crediamo di dover spiegare perché, visto il curriculum di Andrea Pirlo come allenatore e la credibilità che avrebbe avuto dentro e fuori lo spogliatoio della nostra rappresentativa nazionale – sarebbe un paradosso solo il dover argomentare sul tema. Senza contare il modo con cui ha fatto sapere a tutti di non essere più “il candidato” per la guida tecnica, con delle storie Instagram (sic!) nelle quali, al testo di un post che aveva già pubblicato, aggiungeva di

«aver appreso ieri sera di non essere più il candidato alla panchina della Nazione italiana».

Da parte sua Malagò ha giocato una partita a carte osando troppo, forse sperando di chiudere alcuni profili (condivisi con la stampa dalla direzione tecnica, altro aspetto grottesco) e rimanendo poi vittima del suo stesso azzardo; costretto infine, quando ha visto che stava rovinosamente perdendo la mano, a far saltare il banco grazie alla campagna di Russia mediatico-politica – contando sul peso dell’opinione pubblica, di sponsor e di ampie componenti della FIGC che volevano scongiurare in ogni modo l’ipotesi Pirlo. Una bella figuraccia, che il presidente FIGC riversa su altri (tirando in ballo anche la politica) ma che è in primo luogo sua.

Eppure, perché c’è un eppure. Posto il tempo perso e gli imbarazzi accumulati, che non ci saremmo dovuti e potuti permettere, siamo al punto di partenza – molto meglio di essere già sul percorso con Pirlo. Qualora le cose dovessero andare bene, tutti dimenticheranno in fretta, per di più in un periodo storico privo di memoria come il nostro, i fatti occorsi. E Malagò avrà tutto il tempo e il modo di ottenere le sue (e anche le nostre, si spera) vittorie. Certo ne esce male, malissimo, ma ha la possibilità di risalire la china già dall’annuncio del nuovo ct.

Anche perché le dimissioni di Maldini e Leonardo non sono un’ottima notizia solo per noi, ma anche per lo stesso Malagò: superato il trauma di veder colare a picco dopo due settimane un progetto presentato in pompa magna e con grande convinzione, cosa per lui inaccettabile professionalmente ma ancor prima umanamente, e dovendo superare la pessima figura incassata – per l’uomo di rapporti non c’è nulla di peggio –, il presidente FIGC potrà decidere in autonomia sul nuovo ct. Sarà lui responsabile delle sue azioni, senza dipendere dalle scelte (non condivise) di altri.

Quattro giorni fa parlavano così

Non dovrà mediare con la direzione tecnica, nel limbo di coloro che son sospesi, e nei classici compromessi all’italiana, con profili vie di mezzo alla Thiago Motta, Palladino, addirittura di Pioli – profili che si vociferava avrebbero potuto accettare Maldini e Leonardo, irriducibilmente contrari a Conte e Mancini. No, Malagò potrà fare di testa sua, e ci auguriamo noi si possa affidare al ritorno di Conte (uomo necessario per questa Nazionale in macerie spirituali ancor prima che tecniche), con Chiellini che potrebbe diventare DT – ma anche se fosse Mancini ce ne faremmo una ragione, o magari l’usato sicuro di Ranieri, perché la priorità è qualificarsi ai prossimi mondiali.

Anche qui, c’è un grande malinteso. Non è il ct quello che deve far crescere tecnicamente la Nazionale. Il ct è un gestore di uomini in un periodo circoscritto dell’anno, un selezionatore che deve tirare fuori da loro il meglio per ottenere risultati. È la figura terminale di un processo che dovrà, questo sì, impostare la FIGC, affinché poi l’allenatore possa scegliere i talenti e metterli nelle condizioni più adatte ad esprimersi. Non si può pensare di modellare un progetto tecnico dall’alto, va costruito dal basso.

E non si può nemmeno pensare di creare una filiera che unisca tutto il calcio italiano dalle giovanili alla nazionale maggiore. Non si può immaginare di farlo dall’oggi al domani, ma forse non si può immaginare di farlo mai, in un Paese così anarchico, conservatore, clientelare e diviso come l’Italia. Il modello spagnolo, che come affermano dirigenti, allenatori e giornalisti ben più formati di noi si inscrive nella cultura di un Paese, per noi è neppure una chimera. Poi ovviamente, e lo scriviamo da anni, dobbiamo rifondare dalle basi il calcio italiano, dalla formazione innanzitutto.

Ma le utopie sull’unico modulo o stile di gioco dall’under 14 alla Nazionale maggiore lasciamole a chi può permettersele.

La scelta di Maldini e Leonardo, allora, non era stata anti-italiana solo nel senso pratico – ovvero presa contro la stragrande maggioranza del Paese, calcisticamente formato o meno, unitosi ex contrario in un fronte tanto eterogeneo quanto compatto. Era stata anti-italiana anche dal punto di vista teorico, frutto di un progetto irrealistico per una serie infinita di motivi, legati tanto a Pirlo stesso quanto alle condizioni generali. Sarebbe stata una decisione sbagliata da tutti i punti di vista: ideologico, caratteriale, professionale, culturale, sportivo. Esserne usciti, seppure con una colossale figuraccia nei modi, nei tempi e nei contenuti, è già qualcosa da cui ripartire. Sperando però di cambiare marcia.

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