Sgombriamo subito il campo da qualsiasi ipotesi di malafede o simili: chi scrive è da sempre romanista, peggio, romanista sfegatato, con un passato per giunta di curva (non da ultras però, pur essendo da sempre affascinato dal movimento e dal suo spirito). Non si pensi quindi che queste righe siano dettate da rivalità o scritte alla leggera, anzi, il contrario. Eppure, devo proprio ammetterlo: vedere una scenografia che dalla Curva Sud arrivava a coinvolgere anche gli altri settori fino alla Tevere, una scenografia contro nessuno dall’altra parte, è una cosa che mi ha lasciato l’amaro in bocca.
Lungi da me giudicare chi l’ha realizzata, pensandola tra l’altro mesi fa, in condizioni ‘normali’. È il risultato che ho trovato distopico: in un Olimpico mezzo vuoto, con i laziali che hanno disertato lo stadio per la loro (sacrosanta, a mio avviso, seppur ondivaga nelle modalità) protesta contro Lotito, la scenografia romanista – tra l’altro, se ne sono viste di meglio – è sembrata autoreferenziale, certo preparata per caricare la squadra in una partita così importante, ma anche non valorizzata nel suo esercitarsi contro un avversario assente.
Certo, non è responabilità dei tifosi dei tifosi della Roma – che hanno fatto i tifosi della Roma – se i rivali non erano presenti. Eppure la bellezza delle scenografie, soprattutto nei derby, è data dal confronto/scontro tra nemici. Queste, così come gli striscioni, sono una sfida a distanza che, se sul campo è rappresentata dai giocatori, sugli spalti è interpretata dai tifosi e soprattutto dai gruppi organizzati. Una scenografia in un derby assume valore in quanto realizzata contro e verso qualcuno, ovvero la controparte, i cugini, gli avversari di una vita, non semplicemente per il sostegno ai propri giocatori.
Spesso anzi è lo spettacolo delle due curve a dare senso alla partita, almeno per chi frequenta lo stadio, più che la partita stessa. Nell’obiettivo, tramite la ‘produzione’ (sonora, visiva, creativa) del tifo, di imporre una superiorità sui rivali.
Il derby è un appuntamento che ad inizio anno i sostenitori delle due squadre segnano in rosso, il primo che questi vanno a cercare quando escono i calendari. La sua bellezza sta nella durata, che si estende per tutto l’anno, 365 giorni su 365, e si condensa nelle due partite di andata e ritorno, eventuali coppe escluse. Il derby ha senso in quanto c’è lo scontro, la stasis, la guerra civile – e quindi lo sfotto, la volontà di primeggiare, la gioia (doppia) quando si vince e la delusione (al quadrato) quando si perde.
Così anche per il tifo organizzato: che gusto ci sarebbe per i romanisti se domani in città non ci fossero più i laziali, o viceversa? E che significato c’è se una curva non vede dall’altra parte dello stadio quel muro, dipinto dei colori da sempre odiati, che risponde ai cori, agli striscioni, alle scenografie? Che si ammutolisce ai gol subiti o frana a quelli fatti?
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Poi siamo onesti, bando alle ipocrisie: il tifoso di una squadra gode se la rivale crolla, sprofonda, entra in crisi. Festeggia quando questa perde, soprattutto in una finale (ogni riferimento all’atto conclusivo di Coppa Italia è puramente voluto) e gufa l’avversaria con tutto se stesso, specialità di cui i laziali sono sempre stati più esperti dei romanisti – diversi di loro, in momenti di estrema onestà, confessano di essere antiromanisti ancor prima che laziali, condizione giustificata dall’assedio che vivono in città e dalla costante sensazione di essere in minoranza.
Eppure, con altrettanta onestà posso dire che il derby di ieri, in fondo, ha avuto un sapore diverso dagli altri; vittoria importantissima, quarto posto momentaneamente conquistato ai danni della Juventus, doppietta di quel Gianluca Mancini che sventolava la bandiera con il ratto su sfondo biancoblù a rendere il trionfo ancora più gradevole. Tutto perfetto in teoria. Eppure… eppure mancava qualcosa. Anzi, mancava qualcuno. Fisicamente, essendo l’altra tifoseria fuori dallo stadio, ma anche psicologicamente.
In questo periodo i laziali sono rassegnati, impotenti, depressi di fronte alla propria condizione, con un presidente che ha sottratto loro anche la dimensione indispensabile per un tifoso: quella del sogno e della speranza – un po’ ciò che ha fatto Cairo ai sostenitori del Toro. E noi, dopo aver goduto, ed esserci augurati ‘Lotito per altri 100 anni’ sulla sponda biancoceleste del Tevere, forse abbiamo sentito nel fondo la mancanza di un avversario.
Vincere così è stato bellissimo ma, contro una Lazio rimaneggiata, triste e senza tifo allo stadio, è stata una bellissima vittoria normale più che il tripudio di un derby conquistato. Nel comunicato pre-partita della Sud, quello in cui si invitavano i tifosi a rispettare tempi e modi per la scenografia, il testo finiva con un’invocazione: ANNIENTIAMOLI. Ecco, i tifosi della Lazio sono già annientati, ad oggi, talmente annientati da non essere nemmeno presenti. In questo la scenografia contro nessuno, più che la dimostrazione di una presenza, è stata, a parere di chi scrive, l’emblema di una grande mancanza.