Quella di Dembelé è invece la vittoria della Francia.
Innanzitutto, una breve ricostruzione dei fatti: Masour Ousmane Dembélé (Vernon, 15 maggio 1997), calciatore del Paris Saint-Germain e della Nazionale francese, si è aggiudicato il Pallone d’Oro maschile 2025, prestigioso premio individuale assegnato dalla rivista France Football. Sorvolando qui sulle logiche alla base del riconoscimento, e sulla sua sempre più stanca e autoreferenziale celebrazione, ciò che più ha attirato l’attenzione è il modo in cui è stato presentato il successo.
Nel suo bel discorso di premiazione Ousmane, in smoking sul palco e a tratti commosso, ha ringraziato tutti: Ronaldinho, “leggenda del calcio” che gli ha consegnato il premio; il PSG, “prima di tutto”; Nasser (Al-Khelaïfi), “come un padre per me”; tutto lo staff del club e l’allenatore Luis Enrique, “anche lui è come un papà per me”; i compagni di squadra, “è tutto merito vostro”; i club in cui ha giocato, Borussia Dortmund, Stade Rennais, Barcellona; la generazione con cui è cresciuto nelle giovanili; Didier Deschamps e Philippe Diallo, allenatore della nazionale e presidente della Federcalcio francese.
Ancora la città in cui è cresciuto, Evreux, “dove ho calciato il mio primo pallone”; il suo migliore amico, Moustapha Diatta, e soprattutto la famiglia e la madre. Insomma, davvero tutti, a parte la Francia e i francesi che però – comprensibilmente – sono anche entità un po’ più astratte, e non ci aspettiamo (forse) che un calciatore dedichi il proprio premio individuale a un popolo o ad una Nazione. Ciò che è apparso un po’ insolito, tuttavia, è stato il pensiero espresso dalla madre di Ousmane: «questo è il pallone d’oro di tutta l’Africa. Lo porteremo in Senegal, in Mauritania, ovunque». Parole che stonano per molti motivi . . .
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