Papelitos
04 Dicembre 2022

La Rai è diventata Radio Buenos Aires

Radio Argentina Italiana, con Lele Adani.

Una premessa necessaria: chi scrive, in questi Mondiali, simpatizza Argentina. Un favore condiviso da milioni di italiani per tanti motivi, dal legame storico tra i due Paesi alla visione comune del calcio e del tifo (di matrice latina), dal gusto per l’esotico, nella speranza che si interrompa un digiuno mondiale sudamericano di 20 anni – cosa mai successa nella storia, con Uruguay, Brasile o Argentina che avevano sempre vinto almeno un’edizione su due, eccetto per la parentesi del ’34 e ’38 – al sostegno, perché no, per un giocatore: Lionel Messi. Messi che, si augurano in molti, possa chiudere il cerchio di una carriera leggendaria con il trionfo mondiale da leader dell’Argentina.

Insomma ci sono tante ragioni per sostenere da italiani gli argentini, senza voler cedere al fastidio di dover condividere una tale simpatia con milioni di calciofili spesso improvvisati, e quindi al conformismo dell’anticonformismo di scendere dal carro perché decisamente troppo pieno. Per questo, e anche per il suo percorso di vita, non ci sogneremmo mai di mettere in discussione il tifo albiceleste di Lele Adani: seconda (in teoria) voce della Rai durante questi mondiali in Qatar, specificamente per le partite dell’Argentina. Eppure a tutto c’è un limite: la Rai trasmette da Roma, non da Buenos Aires e nemmeno da Rosario; e grazie al cielo parliamo della televisione di stato, non di una diretta Twitch della Bobo tv.

Per carità, c’è chi dice con buone ragioni che la Rai (con i suoi telecronisti) fosse troppo vecchia, sclerotizzata, antiquata. Ed è certamente vero.

Ma cerchiamo di maturare anche un po’, e di smetterla con questa retorica proto-grillina per cui, se non funzionano, le istituzioni si devono ridicolizzare dall’interno: in Parlamento si entra in giacca e cravatta, nella televisione di Stato si usa un linguaggio consono. Non si tifa sguaiatamente per una Nazionale che non sia l’Italia (in teoria neanche per quella, secondo la vecchia guardia di telecronisti); non si esulta per i gol dei suoi attaccanti e le parate del suo portiere; non si bacia la bandiera dell’Argentina sollevando le dita al cielo dalla postazione di commento (non si porta proprio la bandiera dell’Argentina in postazione di commento), né si chiamano in causa urlando, per il 10 di quella squadra, Gesù o Maradona.

Tutte cose di cattivo gusto in generale, che sarebbero un problema anche in una tv privata (pensiamo alle grida dello stesso Adani per Vecino e gli uruguagi su Sky Sport), ma che in Rai diventano francamente inaccettabili: non tanto perché “il canone lo paghiamo noi”, a proposito di retorica – con tutto che sapere che lo stipendio di Adani venga dalle nostre tasche è umanamente destabilizzante – quanto perché, soprattutto nella televisione nazionale, si deve offrire un racconto imparziale. Magari un po’ più scamiciato e ritmico, un po’ più divertente e approfondito, ma isituzionale.



Adani si è difeso, dopo la pioggia di critiche post Argentina-Messico e gol di Messi, dicendo: «Ha parlato Messi, io ho solo trasferito». Qualcuno gli spieghi che è andata esattamente all’opposto. Che lui non ha accompagnato o trasmesso Messi, lo ha invece travolto. Che il soggetto in quell’istante è diventato Adani, non più Messi. Tra Rosario, le nonne e le sue rivincite personali travestite da rivincite di Messi: «rispetto per il numero uno, troppo spesso criticato!», ha gridato tra le altre. Ma con chi ce l’ha, con quelli che gli commentano su Twitch? Chi è che ha mancato di rispetto a Messi, se non qualche idiota sui social network a cui Adani – non si sa bene perché – dal pulpito della Rai si sente in dovere di rispondere?

Per non parlare della mistica tirata in ballo a sproposito, di “Diego nominato 10 minuti fa” e allora “con Diego dentro tutto è possibile” (magari l’ha evocato lui stesso, in un esercizio di negromanzia).

Scherzi a parte, qui davvero non abbiamo nulla di personale contro Adani, ma quando commenta l’Argentina la telecronaca diventa francamente spiacevole, disturbante; lascia a fine partita un senso di amaro in bocca. Un’incontinenza dialettica figlia certamente di un’enorme passione, e anche di un’indiscutibile purezza perché Adani, oltre ad essere un grande conoscitore di calcio, è un puro: come abbiamo già avuto modo di dire, critichiamo il commentatore e il personaggio, non la persona. Ma è tutto troppo, tutto decisamente troppo.

Le mille e uno mas, l’acqua trasformata in vino, il “calcio migliore che potete vedere sul pianeta Terra” e il “rispetto per il miglior giocatore del mondo” (che Messi lo sia stato è molto probabile, che lo sia oggi è un po’ più soggettivo). E in generale una telecronaca che sembra venire da Radio Buenos Aires. Insomma, a tutto c’è un limite. Anche per noi, filo-argentini che ci auguriamo, in silenzio, che Messi e la Selección vadano il più avanti possibile.


Immagine copertina da Gazzetta TV


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